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Posted 21 Novembre 2016 by Graphe.it in Racconti e testi
 
 

La goccia. Un racconto

La goccia. Un racconto

La goccia. Un racconto

Non è facile mostrare calma e comprensione, non adesso, non oggi. Oggi tutto è andato storto e in questa giornata sbagliata, con la stanchezza che prevale su ogni cosa, tu sei la goccia che fa traboccare il mio vaso stracolmo.

Ci sono persone che finiscono per pagare il prezzo di altre, l’ho sempre sentito dire e l’ho trovato ingiusto, stupido, ma se è vero che prima o poi tutti siamo la goccia di qualcuno, oggi tu sarai la mia. È stato chiaro fin dal momento in cui ti ho sentito rincasare: entrando in cucina mi hai lanciato un’occhiata distratta accompagnata da un cenno del capo che secondo te, suppongo, doveva essere un saluto.

I bicchieri nello scolapiatti sono diventati l’improbabile scusa per non incontrare il mio sguardo, un tempo interminabile per scegliere quello giusto per forma e colore. Peccato che i nostri bicchieri siano tutti uguali, a dire il vero non l’unica cosa anonima e monotona di questa nostra convivenza.
Finalmente, dopo aver armeggiato inutilmente, facendo tintinnare tutto nemmeno avessi per le mani uno xilofono, hai trovato quello giusto.

Una scelta tanto accurata lasciava presagire che lo volessi riempire di chissà quale nettare pregiato. Macché… il tuo obiettivo era un po’ d’acqua. Del rubinetto.

Da quanto non beviamo vino insieme? Il vino ci farebbe bene, poco per carità, giusto per sentirsi un po’ allegri, magari guardandosi negli occhi mentre lo si sorseggia. Scoppiando a ridere senza un motivo.

Chi l’ha detto che per ridere serve un motivo?

Per essere allegri, felici, dovrebbe bastare poco, per esempio la curiosità di scoprire se quelle minuscole gocce di vino che mi sono rimaste sulle labbra hanno lo stesso sapore di quelle sulle tue.

Nemmeno di parlare dovremmo aver bisogno, ma il silenzio delle parole in quel caso verrebbe interrotto dal suono dei baci.

Fissi un punto del pavimento come a cercare l’ispirazione per iniziare una frase, un discorso, ma dalla tua bocca non esce nulla.

Potrei farlo io, certo, lanciarti la ciambella di salvataggio del nostro amore come ho fatto mille altre volte. Ti ci aggrapperesti eccome, trovando soddisfazione per la conferma dei rispettivi ruoli: io tiro e tu accetti di farti tirare.

Sarà mica un caso che da quando la tensione della corda si è allentata – quando sarebbe stato il tuo turno di trainare – le cose tra noi sono rapidamente peggiorate.

La verità è che non bisognerebbe mai cambiare gli equilibri in una coppia. Altro luogo comune! Deve essere giornata…

La mattonella del pavimento, che aveva catturato la tua attenzione, deve aver appagato l’insana sete di sapere sul calcolo della sua area, perché dopo averne misurato accuratamente la dimensione di ogni lato con gli occhi, adesso sembri risvegliarti dal torpore.

Per un attimo riacquisti vita, con un piccolo slancio ti stacchi dal lavello dove appoggiavi la schiena e con un mezzo giro del busto posi il bicchiere sul piano d’acciaio.

Quasi elegante direi, ma l’eleganza, quella sì, non ti è mai mancata.

Per un attimo spero che a quel colpo di reni ne possa seguire un altro, che per una volta si compia il miracolo di una tua iniziativa.

Due metri superati in un lampo, con le braccia protese in avanti, come a dire “alzati di lì e andiamo…”.

Per andare dove? Che importa… nessuno in una situazione come questa farebbe una domanda tanto stupida. Nemmeno io… pensa!

Ma l’illusione dura poco, giusto il tempo di vedere le tue spalle che si allontanano. Pochi istanti per sparire dalla mia vista, lasciandomi con la certezza che anche cambiando pianeta non saresti meno distante di quanto non fossi mentre eri qui.

“Mi manchi!”, “Senza di te c’è il vuoto!”. Quante volte ce le siamo scambiate queste frasi? Quante volte in passato abbiamo provato l’eccitante agonia dell’assenza dell’altro?

Adesso il senso di vuoto lo avverto quando ci sei, quando è la tua presenza a tormentarmi col ricordo dei momenti che nessuno ci restituirà.

Con questa sensazione ho anche cercato di convivere, ma più si svuotava la mia anima più si riempiva questo vaso, nello stillicidio quotidiano.

D’istinto guardo il bicchiere che hai lasciato sul piano del lavello, mi alzo dalla sedia, la follia prende il sopravvento sul dolore e insinua un dubbio che reclama una verifica immediata.

“Quante gocce hai lasciato in quel bicchiere?”.

Lo prendo in mano e ci guardo dentro, sembra vuoto, dovevi avere molta sete. Deduco, irrazionalmente, che questo è un buon segno, ma non mi basta, l’apparenza non è più sufficiente e ho bisogno di conferme.

Lo giro e non vedendo cadere nulla, resto in bilico tra la soddisfazione per la previsione avverata e la delusione per la svolta rimandata.

D’un tratto, quasi dal nulla, sul vetro colorato si forma una stilla minuscola e lucida.

Attratta dalla forza di gravità, come una pietra che rotola sul fianco di una montagna, prende velocità fino al bordo del bicchiere inclinato, dove trema per qualche istante prima di lanciarsi nel vuoto.

Quell’unica, ultima goccia conclude la sua breve e allegorica esistenza sulla mattonella che ti era tanto piaciuta.

Mandandola in mille pezzi.

La goccia è un racconto di Sandro Gargiulo
allievo del corso di scrittura narrativa che Susanna Trossero tiene a Ostia – Roma
presso l’associazione Fo.Ri.Fo.

Foto | Pixabay




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