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Posted 30 Gennaio 2017 by Graphe.it in Racconti e testi
 
 

Promesse mancate. Un racconto

Promesse mancate. Un racconto
Promesse mancate. Un racconto

Seduta in poltrona nel suo salotto, Anna osserva il camino acceso. Il calore avvolge la stanza in un invisibile abbraccio. È inverno pieno, il silenzio quasi irreale che la circonda fa da sfondo ai suoi pensieri.

La mente umana è strana, capace di salti temporali di anni in una frazione di secondo, di nessi apparentemente senza senso, o di richiamare all’improvviso alla memoria volti ed emozioni che si credevano perduti. Come per la musica, è impossibile fissarne un istante, ogni nota è, in quanto tale, legata indissolubilmente alla precedente e alla successiva. Anche le fiamme nel camino, in continua trasformazione, sembrano in sintonia con il movimento del pensiero.

La calma interna, mista a una sorta di certezza di sé, non è sensazione usuale per lei. Sorride, lasciandosi sorprendere dal suo stesso essere. Sa, che con questo prezioso bagaglio può affrontare un viaggio nelle riflessioni più dolorose. Queste, hanno sempre avuto come oggetto i rapporti interumani e tutti i delicati equilibri che comportano.

Delusioni elargite e ricevute scorrono veloci, in bianco e nero nei suoi pensieri, come frame impazziti montati a caso da un regista visionario, senza alcuna logica apparente. Impossibile soffermarsi a lungo su di un’unica immagine, quella di suo padre, uomo dedito al lavoro.

«Troppo – riflette Anna allungando le gambe fin sul bordo del camino. «Per lui quello era un diversivo dietro al quale nascondersi per non affrontare altro. Qualcosa di umanamente molto più impegnativo che portare a casa lo stipendio…»

La certezza in questa riflessione non era venuta subito, si era formata lentamente negli anni della convivenza con Sandro. Stessa assenza…

«È evidente: un padre non si può scegliere, ma un compagno sì! Dunque quante delle delusioni ricevute sono reali e quante invece auto provocate? Una strana forma di alleanza… al negativo. Un contorsionismo del pensiero: aspettarsi qualcosa nel rapporto del quale l’altro non si rende neanche conto e che quindi non arriverà mai. L’attesa produce un’agonia che nutre lentamente la mancanza…»

«Intanto quello che manca è un po’ di legna sul fuoco», pensa. E mentre provvede ad attizzare le fiamme, getta distrattamente lo sguardo sullo schermo acceso del televisore. Nella trasmissione di approfondimento politico si discute di lavoro e di elezioni.

«Una storia infinita in questo paese, non se ne può proprio più!».

L’impulso è quello di spegnere all’istante la tv e tornare alle sue elucubrazioni. Ma il volto di un uomo ripreso dalla telecamera attira la sua attenzione. Incuriosita alza il volume: «È sera, gli operai escono. La maggior parte sono precari. Quelli assunti a tempo determinato direttamente da Fincantieri, sono solo ottocentocinquanta, tutti italiani».

Un giornalista intervista l’uomo.

«Gianpaolo, tu lavori qua in Fincantieri? Da quanto?».

«Ventinove anni, abbiamo visto un po’ di cose, il jobs act e l’accettare sistemi in cui si lavora in queste condizioni. La fabbrica è al 70% pubblica».

«E tolleri una situazione del genere?».

«Tollero… si tratta di una situazione imposta, no? Purtroppo questa è la globalizzazione. Poveri contro altri poveri».

«Tu hai votato tutta la vita a sinistra?».

«Sì».

«E adesso?».

«Aspetta… – l’operaio non riesce a continuare a parlare – non posso…»

«Non puoi votare più a sinistra?».

«Scherzi? Non è sinistra, questo è il punto: non è sinistra. È altro. Eh, guarda qui. Non possono far niente. Questi oggi ci sono, domani non ci sono più. Capisci… – la voce gli si strozza in gola, il volto si piega in una smorfia di dolore, i lati esterni delle labbra si flettono verso il basso tirati da un peso che non riescono a sopportare – cosa vuol dire! Le promesse mancate, gli ideali perduti…».

Il volto di Anna si contorce seguendo lo stesso movimento dell’uomo, in una danza di dolore dalla quale entrambi vengono sopraffatti. L’immagine della sofferenza dell’operaio la travolge come un fiume in piena. Lei, così acuta nelle sue riflessioni, si era resa conto da tempo che le promesse mancate fatte dalla sinistra avevano lasciato un vuoto interno in molte generazioni. Alcuni lo avevano colmato con una violenza vestita di falsa libertà, altri avevano attraversato l’intero arco politico diventando reazionari, altri ancora si erano rifugiati nella religione o nelle droghe. Lei, che non aveva percorso nessuna di queste strade, si era spesso chiesta il perché della sua sensazione di appartenenza e presa di distanza allo stesso tempo. Come se gli ideali della sinistra, pur affascinandola, le avessero sempre trasmesso un senso di incompiutezza, lasciandola costantemente appesa a una mancanza. Solo adesso, da un’empatia che la rendeva così simile a quell’uomo, emergeva chiara una profonda sofferenza, a lei finora sconosciuta.

Il dolore misto a stupore che prova in quell’istante, rende evidente che quella, nella sua vita, è stata la promessa mancata più grande; quella che ha scavato più in profondità nel suo animo nascondendosi sotto i tanti accadimenti della vita; per questo la più difficile da estirpare.

Spegne la tv, le fiamme nel camino hanno bisogno di altra legna per ritrovare vivacità e calore. Aggiunge due ciocchi sulla brace poi, con un movimento lento, si raggomitola sulla poltrona. I pensieri tornano a correre veloci, componendo un nesso apparentemente strano tra suo padre, Sandro e l’ideologia di sinistra.

«Forse non è poi così strano», pensa, quando all’improvviso le è chiaro che per tutti e tre è esistita soltanto la realtà materiale e la soddisfazioni dei bisogni. E le esigenze? E il non cosciente? Ma allora gli artisti…

Sorride, per nulla spaventata dalla nuova ricerca che sta per iniziare: c’è ancora tanto, in cui credere. E decide di prendersi tutto il tempo necessario.

Promesse mancate è un racconto di Sabrina Circhetta
allieva del corso di scrittura narrativa che Susanna Trossero tiene a Ostia – Roma
presso l’associazione Fo.Ri.Fo.

Foto | Pixabay




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