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Posted venerdì, 15 dicembre 2017 by Graphe.it in Racconti e testi
 
 

Il mio occhio destro

Il mio occhio destro
Il mio occhio destro

La borsa del ghiaccio poggiata sull’occhio serve a lenire il dolore. La faccia tumefatta e la spalla lussata sono il risultato dell’ultimo incontro di boxe. Lottare è diventata la mia esistenza, la mia maniera per sopravvivere.

Fin dall’adolescenza ho dovuto affrontare il mio destino fatto di scazzottate e risse. Un apprezzamento di troppo o rivalità di quartiere, qualsiasi cosa era il pretesto e le mani erano l’unico modo per regolare i conti. Una borgata violenta ti mette subito alle strette e ti fa crescere in fretta.

Oggi combatto per necessità, per regalare ai miei figli un futuro. L’università da pagare per quando sarà grande Luca o la prima macchina di Cristina: ogni giorno penso al loro domani; un loro sorriso vale più di qualsiasi livido.

Sono consapevole che non mi rimane troppo tempo per racimolare altro denaro. Giovani scattanti e riflessi non più così fulminei mi ricordano la carta d’identità: trentasette anni sono davvero tanti per un pugile. Dovrei iniziare a guardare anche al mio, di futuro; se continuo di questo passo non so come arriverò alla vecchiaia. I dolori aumentano e gli antidolorifici sono ormai una costante.

L’ammonimento del dottore è stato molto chiaro: «Se vuoi suicidarti continua pure. La boxe ti porterà alla tomba».

Quattro o cinque incontri e sarò pronto ad appendere i guantoni.

Ciò che sto cercando di insegnare ai miei ragazzi è di contare sulle proprie forze perché nessuno ti regala mai niente. Sacrificio, sudore e fatica sono spesso anche sinonimo di appagamento e gratificazione. Passaggi a vuoto ci sono stati e ci saranno sempre, perché è così che va la vita, ma abituarsi ben presto a superarli aiuta a temprare i loro caratteri. Ora le due pesti pensano solamente a giocare. Luca va matto per il calcio mentre Cristina è fissata per la danza. Nessuno sembra intenzionato a ripercorrere le orme del padre.

Forse meglio così, non sarei in grado di vederli sul ring ed essere trattati come un sacco su cui sfogarsi. Un padre vuole sempre il meglio per i propri figli e uno sport violento non è quello che si augura un genitore.

Il mio occhio destro, come uso chiamare mia moglie, è una presenza fondamentale nel mio mondo. Oltre ad essere la mia compagna è anche il mio manager. Da quella prima volta che le ho chiesto di uscire è passata un’eternità. Eravamo poco più che bambini: dieci anni lei, dodici io. Galeotto fu un gelato e quel desiderio di fare mia la più bella del rione. Non si trattava di una semplice cotta giovanile, quanto di un amore folle per quella ragazzina così minuta e graziosa.

Ne abbiamo passate di tutti i colori. Momenti belli, tanti, e brutti come la perdita dei suoi genitori, ma insieme ce l’abbiamo sempre fatta. Valentina sa bene come prendermi: una parola di incoraggiamento quando una giornata è andata male o un rimbrotto quando tendo ad autocommiserarmi dopo l’ennesimo ko.

Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, e con lei al mio fianco anche il ritiro, sempre più vicino, non è più un mostro di cui aver paura.

Il mio occhio destro è un racconto di Marco Rizzo
allievo del corso di scrittura narrativa che Susanna Trossero tiene a Ostia – Roma
presso l’associazione Fo.Ri.Fo.

Foto | Pixabay




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“La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro; leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare” (A. Schopenhauer)