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Posted mercoledì, 23 maggio 2018 by Luigi Milani in Mondolibri
 
 

È morto Philip Roth, gigante della narrativa statunitense

Philip Roth
Philip Roth

Devo confessarvi che l’improvvisa scomparsa di Philip Roth – autore che, assieme a Don DeLillo, Saul Bellow e Joyce Carol Oates, considero uno dei capisaldi della letteratura a cavallo tra questo e il secolo scorso – mi ha davvero segnato nel profondo. Qualcuno, forse più cinico o magari più obiettivo di me, giustamente obietterà che l’autore aveva una certa età, essendo nato il 19 marzo del lontano 1933, e che dunque in un certo senso c’era da aspettarselo. Tutto vero, e del resto chi conosce almeno un po’ l’opera del grande scrittore americano ricorderà che i temi della morte e della malattia erano divenuti ricorrenti suoi libri, come ne L’animale morente del 2001, in Everyman del 2006 o ne Il fantasma esce di scena (2007).

Ma un sotterraneo malessere traspariva anche dalle interviste rilasciate dall’autore negli ultimi anni d’attività, o l’indomani del suo ritiro dal mondo della scrittura. Una scelta legittima, per carità, quella compiuta nel 2013, e che oggi però assume un significato quasi premonitore…

I libri di Philip Roth

Ma bando alle malinconie, per fortuna ci resta l’opera di Roth: vasta e articolata, copre un arco temporale ampio, dal momento che l’opera d’esordio risale al 1959: Goodbye, Columbus, ritratto comico e graffiante della vita degli ebrei americani.

L’autore tendenzialmente ha ambientato le sue storie, caratterizzate da forti riferimenti autobiografici e una bizzarra commistione di reale e fittizio, a Newark, nel New Jersey. In tal senso l’intero corpus rothiano può essere letto come una continua, acuta e non di rado feroce disamina delle complesse interazioni tra la cultura ebraica e quella americana. Tuttavia non molti critici e lettori avrebbero immaginato, sul finire degli anni Sessanta, che l’autore dello scatenato e spassosissimo Il lamento di Portnoy (del 1969, appunto) nel corso della sua lunga e fortunata attività di scrittore avrebbe dato alle stampe opere importanti come Ho sposato un comunista (1998), Il teatro di Sabbath (1995), Pastorale americana (1997) e La macchia umana (2000), solo per citare alcuni dei titoli più famosi.

Narratore iconoclasta e ribelle

Philip Roth è stato un grande narratore, caratterizzato da una forte vena iconoclasta e ribelle, molto critico e sarcastico proprio nei confronti di quel mondo ebraico che gli aveva dato i natali. Non a caso molti detrattori dello scrittore si sono spinti a dipingerlo come un fervente antisemita, a mio avviso a torto, ignorando il sostanziale ateismo e agnosticismo dell’artista.

In anni recenti, precisamente nel 2004, Philip Roth ha curiosamente pubblicato un’opera ucronica, Il complotto contro l’America, un romanzo affascinante nel quale si ipotizza uno svolgimento alternativo per la storia americana: il celebre pioniere dell’aria, il trasvolatore Charles Lindberg, noto per le sue (purtroppo reali) simpatie naziste, nel 1940 viene eletto presidente degli Stati Uniti, e da questo evento si origina tutto un altro, per niente piacevole, corso della storia.

Con la scomparsa di Roth, i cui lavori hanno ottenuto, meritatamente, importanti riconoscimenti e premi, voltiamo con rimpianto un’altra pagina del libro, ormai un poco squinternato e invecchiato, del ‘900.

Foto | Wolf Gang




Luigi Milani

 
Luigi Milani è giornalista freelance, editor e traduttore. Autore di due romanzi e una raccolta di racconti, ha curato le edizioni italiane degli ultimi due libri di Jasmina Tešanović, Processo agli Scorpioni e Nefertiti (Stampa Alternativa 2008-2009), e le versioni italiane di alcuni racconti di Bruce Sterling (40k eBooks). È tra i fondatori delle Edizioni XII. Vive e lavora a Roma. Per la Graphe.it edizioni dirige la collana di narrativa digitale eTales.