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Posted giovedì, 14 giugno 2018 by Roberta Barbi in Mondolibri
 
 

A 50 anni dalla scomparsa ricordiamo Quasimodo, «l’ermetico civile»

Salvatore Quasimodo (1901-1968)
Salvatore Quasimodo (1901-1968)

“Per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi…”. Con questa motivazione l’Accademia di Svezia, nel 1959, conferiva il Premio Nobel per la letteratura a un poeta italiano, Salvatore Quasimodo, allora non certo tra i più famosi (anche se il prestigioso riconoscimento lo consacrò per sempre nelle pagine delle antologie) tanto che questa assegnazione suscitò negli ambienti colti non poche perplessità e successive, immancabili polemiche. Quasimodo morì neanche dieci anni dopo il Nobel, il 14 giugno 1968 durante un viaggio in costiera amalfitana: aveva sessantasette anni. Dal momento che molti di noi a scuola non hanno fatto in tempo a studiarlo approfonditamente, nell’anniversario della sua morte cerchiamo di recuperare un po’.

Salvatore Quasimodo: il viaggio poetico di una vita

Siciliano di nascita, lasciò molto presto quest’isola che comunque riuscì a forgiarlo fino in ogni più profonda fibra del suo essere.

Figlio di un ferroviere di Modica, si trasferì molte volte a causa del lavoro del padre, che dopo la tragedia del terremoto di Messina nel 1908, fu chiamato a riorganizzare il traffico ferroviario di quella città: esperienza che segnò molto tutta la sua famiglia, anche perché erano costretti a vivere in un vagone ferroviario sistemato su un binario morto della stazione, in mezzo a molti dei sopravvissuti.

La Sicilia resterà sempre per Salvatore Quasimodo un approdo sicuro, una terra del mito anelata e vagheggiata, evocante le gioie dell’infanzia ma anche le origini della stirpe: l’isola, infatti, era da lui interpretata come la Magna Grecia, colonia di una madrepatria culla di un classicismo al quale costantemente si richiamava.

Seguì un breve periodo a Roma, da studente, che fu caratterizzato dalle ristrettezze economiche, ma anche dallo studio del latino e del greco in Vaticano sotto la guida di mons. Rampolla del Tindaro; poi l’assunzione nel genio civile lo riportò al sud, a Reggio Calabria, dove conobbe l’altra faccia del meridione, quella della terra arida e priva di speranza; a Firenze, invece, mosse i primi significativi passi nell’ambiente letterario dell’epoca.

Di nuovo, per lavoro, fu in Liguria e poi in Lombardia: a Milano si stabilì definitivamente (anche quando lasciò il lavoro per dedicarsi anima e corpo alla letteratura) e vi insegnò tutta la vita. La grande città, per Salvatore Quasimodo, era l’opposto dell’isola felice: un luogo spersonalizzante dove ognuno è monade sconosciuta all’altro, ma che al contempo spinge l’uomo alla ricerca del contatto, un tema già caro alla letteratura italiana del primo Novecento.

Incontri che ti cambiano per sempre

Da giovanissimo, andando a scuola per conseguire il diploma a Palermo, conobbe Salvatore Pugliatti e Giorgio La Pira (futuro sindaco di Firenze) e strinse con loro l’amicizia di tutta una vita. Assieme a loro mosse i primi passi da poeta, fondando il Nuovo Giornale Letterario che fece dell’unico punto di distribuzione (la tabaccheria di uno zio di La Pira) una sorta di cenacolo letterario in fieri.

Nel 1927, diventato cognato di Elio Vittorini che aveva sposato sua sorella, si recò su invito di questi a Firenze, dove visitò gli ambienti frequentati da Eugenio Montale, Arturo Loria, Gianna Manzini e Alessandro Bonsanti, arrivando perfino a pubblicare tre poesie con la rivista Solaria, esperienza determinante per l’uscita della sua prima raccolta di poesie, Acque e terre, nel 1930.

Tra gli incontri che a Salvatore Quasimodo cambiarono la vita (oltre allo stile) anche quelli, però, con i classici greci e con i grandi delle letterature straniere del passato. Oltre a scrivere, infatti, per anni tradusse Catullo, Omero, ma anche Shakespeare, Moliére e Neruda. Soprattutto per quanto riguarda i lirici greci, per Quasimodo renderli in italiano era un’operazione che richiedeva qualcosa di più di una traduzione, ma una vera e propria riscrittura che nel rispetto della lingua tirasse fuori istanze e sentimenti comprensibili anche all’uomo del suo tempo.

Dal sentimento esistenziale a quello civile

Da tutti i critici Salvatore Quasimodo è universalmente riconosciuto come il padre dell’avanguardia ermetica che consiste, in pratica, in un linguaggio che ricorre spesso all’analogia e tende ad abolire i nessi logici tra le parole. Sarà il poeta stesso a definire «Ermetismo in senso proprio» la sua seconda raccolta di poesie, Oboe sommerso, del 1932. Se inizialmente, infatti, aveva risentito di un certo decadentismo tipicamente dannunziano, qui già rivendicava una profonda libertà spirituale dell’uomo, rifiutando ogni imposizione esterna che gli impedisse di raggiungere il suo ideale di poesia pura che si colloca nel tempo dell’interiorità, slegato dalla cronologia e dallo spazio, e legato, invece, alla riflessione, agli affetti e all’espressione dei medesimi.

In seguito la sua poesia cambierà ancora e si arricchirà di nuovi temi e stimoli: il passaggio attraverso la guerra, infatti, influenza lo stile e il pensiero del poeta che in componimenti come quelli raccolti in Giorno dopo giorno (1947) si appassiona ai temi civili e sente l’esigenza di rinnovare l’uomo dalle viscere, partendo dalla comprensione dell’essere umano in ogni suo aspetto, dell’anima e del corpo. Anche la scrittura poetica, dunque, cambia, e si fa più esplicita e argomentata, con toni più decisi e meno inclini agli indugi sentimentali.

Il falso e vero verde, antologia del 1954, infine, segna la nascita del terzo e ultimo periodo della poesia di Quasimodo, che d’ora in poi affronterà temi come il consumismo, il neocapitalismo e la tecnologia. Una volta passato l’orrore della guerra, quindi, l’uomo si richiude su se stesso e con lui lo stile poetico, che diventa scabro, essenziale, addirittura scarno, fatto di vuoti più che di pieni.

Il capolavoro: Ed è subito sera

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole
sed è subito sera

C’è poco da aggiungere a questo assoluto capolavoro, manifesto acclamato dell’Ermetismo. L’atmosfera è crepuscolare, ma il tema è costruito sugli opposti: ci sono la luce e il buio, la gioia e la malinconia, se vogliamo anche la vita e la morte, interpretazione possibile di quella sera che quasi all’improvviso sopraggiunge proprio nel momento più bello e felice del giorno della vita, quello in cui si viene trafitti dal sole. I critici l’hanno definita in vari modi: pensiero contraddittorio, sentenza di causa-effetto, esempio di concisione estrema della parola. Noi la chiamiamo nella maniera più semplice e ricca: nient’altro che poesia. Pura e sublime.

Foto | Di Unknown (Mondadori Publishers) [Public domain], attraverso Wikimedia Commons




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente si occupa del nuovo portale della Santa Sede, Vatican News. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.