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Posted martedì, 28 Agosto 2018 by Roberta Barbi in Mondolibri
 
 

Il racconto dei racconti di Basile

Giambattista Basile e Il racconto dei racconti
Giambattista Basile e Il racconto dei racconti

Alzi la mano chi per tutta l’infanzia non si è addormentato con la mamma che raccontava Cenerentola, la Bella addormentata (nel bosco) o il Gatto con gli stivali? Quando siamo cresciuti un po’ ci hanno detto che quelle belle favole erano opera di Perrault o dei Fratelli Grimm (a seconda delle proprie attitudini familiari). Ma non è così: queste come molte altre fiabe che amiamo sono in realtà il frutto di secoli di storie popolari tramandate oralmente che solo a un certo punto sono state sistematizzate per iscritto. Il primo a farlo, però, è stato un autore italiano, anzi, napoletano: Giambattista Basile che le ha riunite nel suo Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille dedicato all’Accademia napoletana degli Oziosi.

In italiano suona più o meno così: Il racconto dei racconti ovvero l’intrattenimento dei bambini, un’opera colossale e purtroppo sconosciuta alla maggior parte di noi italiani, anche se film e adattamenti a cartoni animati degli ultimi anni hanno contribuito a togliere il velo dell’oblio su questa pietra miliare della nostra letteratura.

Pentamerone: il Decamerone campano

Nota anche con questo titolo che richiama le affinità con il capolavoro boccaccesco, quest’opera ne ricalca effettivamente la struttura, a partire dalla cornice che costituisce il primo dei 50 racconti – o novelle medievali – di cui si compone e ne giustifica i successivi 49. Con l’ultimo, poi, si torna alla vicenda principale che trova così conclusione e compimento.

La storia narra della principessa Lucrezia, detta Zoza, che aveva perso il sorriso nonostante i molti tentativi di suo padre di farle passare la tristezza. Un giorno, però, mentre è affacciata alla finestra, vede una vecchia cadere malamente e di seguito imprecare: questo fatto le strappa una sonora risata.

La vecchia, però, se ne ha a male e per vendicarsi la maledice: potrà sposarsi solo con Tadeo, il principe di Capodimonte che giace addormentato in un sepolcro in stato di morte apparente. Per svegliarlo dovrà riempire un’anfora di lacrime in soli tre giorni. Zoza ci mette sette anni a trovare il principe, dopo di che inizia l’impresa, ma quando sta per farcela si addormenta, sfinita, e l’anfora le viene sottratta da una schiava moresca che con quattro lacrime colma l’anfora, sveglia il principe e va via con lui per sposarlo.

Quando Zoza si desta non lo trova più e si reca in città accompagnata dalle fate che le fanno tre doni: una noce da cui esce un nano che canta, una castagna da cui saltano fuori una chioccia con dodici pulcini d’oro, e infine una nocciola che racchiude una bambola in grado di filare l’oro. Quest’ultima Zoza cerca di offrirla alla schiava moresca infondendole il desiderio di ascoltare storie, così a corte vengono fatte chiamare dieci vecchie novellatrici che si esibiranno in cinque giorni.

Alla fine Zoza riesce a sostituirsi all’ultima di loro e raccontando la propria avventura smaschera la schiava moresca davanti al principe che la condanna a morte e prende in sposa Zoza.

Tra mito e fiaba: la novella

Il racconto dei racconti, come detto, è diviso in cinque giornate (o libri) ognuna delle quali termina con un dialogo in versi, l’egloga, a carattere satirico e morale, in cui l’autore prende di mira i vizi umani – dalla cupidigia alla gelosia – rappresentandoli in maniera esagerata e grottesca.

I racconti, tutti ambientati a Napoli o in Basilicata, dove l’autore trascorse la maggior parte della sua vita, sono una sorta di incrocio tra la tipica novella medievale e le favole in cui sono presenti le cosiddette funzioni di Propp che lo studioso russo teorizzerà, però, solo due secoli e mezzo dopo.

Ogni racconto, dunque, inizia e termina con un proverbio che della storia fornisce una lettura morale. All’interno la trama si dipana attraverso un conflitto, un allontanamento o un viaggio e dopo varie vicissitudini si risolve con un ritorno o in qualche modo il ripristino della situazione preesistente. È presente l’elemento magico, in genere dispensato da orchi e fate, e la magia è anche una delle due principali motivazioni che fanno cambiare o evolvere i personaggi, assieme alla propria volontà o determinazione. I personaggi, infine, non hanno una vera e propria personalità, sono più che altro incarnazioni di una categoria sociale come i contadini, i principi, i re ecc.

Il racconto dei racconti: un’opera leggibile grazie alle traduzioni

Se ci accostassimo oggi, però, agli scritti originali di Basile – rigorosamente in dialetto napoletano seicentesco, in piena epoca barocca – non ci capiremmo nulla. Il racconto dei racconti, infatti, è arrivato fino a noi grazie alla traduzione che nel 1924 fece Benedetto Croce. Un po’ più di una traduzione, invero, che secondo alcuni studiosi ha tradito troppo il testo: molte le “censure” e le rimozioni di parole e concetti che secondo lo storico avrebbero turbato eccessivamente donne e bambini.

In realtà l’opera è destinata agli adulti, data la struttura a più livelli di comprensione e l’atmosfera di una Napoli plebea, chiassosa, popolata da taverne, bische e bordelli, ubriachi, giocatori incalliti e prostitute.

Una versione più fedele a questa veracità è certamente quella di Michele Rak, uscita nel 1986, che ha restituito all’opera il suo contesto primigenio, popolare, ma al tempo stesso figlio dell’ambiente intellettuale del barocco napoletano. È proprio da queste traduzioni in poi che si sono diffuse alcune frasi dell’opera, poi circolate e volate di bocca in bocca come proverbi gonfi di saggezza, appunto, popolare. Qualche esempio?

  • Volere la botte piena e la moglie ubriaca.
  • L’uomo propone e Dio dispone.
  • La fortuna arriva quando meno te lo aspetti.
  • Chi sputa in cielo gli ritorna in faccia ecc. ecc.

Basile, il Cervantes partenopeo

Popolare ma non troppo, colta ma anche giullaresca, chi era dunque l’autore riuscito a concepire un’opera singolare come questa? Giambattista Basile aveva un sicuro talento per la poesia, che gli venne riconosciuto un po’ ovunque, perfino a Venezia, per la quale combatté i turchi a Candia (l’antica Creta) e dove frequentò l’Accademia degli Stravaganti.

Una vita trascorsa in viaggio, di corte in corte, a svolgere gli incarichi amministrativi che i vari nobili gli affidavano. Fu proprio da questo peregrinare e dai molti incontri che trasse l’ispirazione per tutti i suoi scritti, analogamente a quanto avvenuto per Cervantes in Spagna e per il suo Don Chisciotte.

Il racconto dei racconti, pubblicato postumo nel 1637 dalla sorella, può a ben donde considerarsi un antesignano più libero del romanzo, che verrà codificato nelle sue forme attuali – in un certo senso più rigide – solo a partire dal 1800. Qui, invece, la lingua è più che mai mobile, duttile, un vero matrimonio tra il parlare del volgo e metafore o costruzioni colte utilizzate per stupire. Addirittura vi si ravvisano i primi giochi di parole, i primi storpiamenti usati per suscitare una risata, i primi esperimenti di onomatopee. Testimoni di una mente che doveva essere assolutamente geniale, appartenuta a un autore che a questo punto dovreste avere una grande curiosità di riscoprire.

Foto | WikiCommons




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente si occupa del nuovo portale della Santa Sede, Vatican News. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.