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Posted martedì, 9 ottobre 2018 by Susanna Trossero in Mondolibri
 
 

L’importanza di chiamarsi Ernesto: riassunto e analisi

L’importanza di chiamarsi Ernesto
L’importanza di chiamarsi Ernesto

Ironia e sarcasmo. Una perfetta mescolanza di entrambe le cose, ed ecco la giusta commedia in grado di sbeffeggiare la rispettabilità artefatta: L’importanza di chiamarsi Ernesto.

Oscar Wilde, in quest’opera composta di tre atti scritta nel 1895, è irresistibilmente raffinato anche quando mette in piedi dialoghi a dir poco surreali o provocatori!

“In Inghilterra comunque, grazie a Dio, l’educazione non produce il minimo effetto. Non fosse così ne deriverebbero gravi inconvenienti per le classi superiori”.

Una vicenda scomoda, per il tempo in cui nacque e per l’ambientazione; tuttavia sappiamo bene che questo era l’inimitabile stile di un autore sempre discusso.

Riassunto e trama de L’importanza di chiamarsi Ernesto

Ambientata nei salotti della pudica ma ipocrita nobiltà inglese, l’opera di Wilde narra di Jack Worthing, elegante uomo dagli sconosciuti natali, e del suo amico e compare in birbanterie Algernon Moncrieff.

Il primo vive in campagna insieme alla giovanissima Cecily, di cui è tutore; il secondo sta in città a oziare nei salotti, e ha una cugina che piace molto a Jack. D’altro canto lui, Algernon, è intrigato dall’idea di conoscere Cecily.

Jack va in città per frequentare la borghesia, ma ritenendo che il suo non sia un nome interessante si presenta come Ernest, intenzionato a chiedere la mano della cugina di Algernon.

Nel frattempo quest’ultimo invece si reca in campagna a conoscere la diciottenne di cui l’amico è tutore, intenzionato a sedurla. E si presenta a lei come fratello minore di Jack.

Intrighi e confusione prendono il via, tra bugie e seduzioni: il matrimonio tra Jack e Gwendolen è ostacolato dalla madre di lei perché venuta a conoscenza dei suoi incerti natali (è un trovatello) e le due ragazze scoprono che i due “compari” hanno mentito sulla loro vera identità, diventano amiche spalleggiandosi e allontanando gli amati.

Come in ogni commedia che si rispetti, il lieto fine mette a posto ogni cosa: per una serie di circostanze, si scopriranno le vere origini di Jack – il cui vero nome incredibilmente è proprio Ernest e risulta essere fratello di Algernon – e le nozze verranno approvate. Grazie a questa riappacificazione e al colpo di scena, lo stesso Jack appianerà la situazione tra Algernon e la piccola Cecily e le due coppie potranno finalmente convolare a nozze.

I personaggi dell’opera di Oscar Wilde

Ne L’importanza di chiamarsi Ernesto, abbiamo, come di consueto, personaggi principali ben caratterizzati, e comprimari che aiutano lo svolgersi dell’intricata vicenda.

Jack Worthing è privo di radici perché trovatello, ma è stato adottato da una famiglia benestante dopo esser stato “rinvenuto” all’interno di una borsa abbandonata alla stazione. Chi lo trovò in un contenitore così insolito, è Mr Thomas Cardew.

Jack, vive in campagna ed è tutore di una ragazza di diciotto anni di nome Cecily. Nella stessa grande casa, vive con loro l’istitutrice della giovane, Miss Prism.

Altro protagonista maschile è Algernon Moncrieff, amico di Jack, buon partito che dimora invece in città, nell’ozio e nell’agiatezza. Ha una bella cugina di nome Gwendolen Fairfax.

La madre di Gwendolen, Lady Bracknell, è una donna severa e autoritaria, schiava di un falso perbenismo tutto vittoriano. Ha una sorella, Mrs Moncrieff, il cui nome salterà fuori sul finire della commedia facilitando il colpo di scena finale.

Analisi de L’importanza di chiamarsi Ernesto

La commedia, messa in scena per la prima volta il 14 febbraio 1895 al St James’s Theatre di Londra, si fonda su un gioco di parole presente nella lingua inglese: tra i due protagonisti nessuno è del tutto onesto (hearnest), né veramente Ernest. I due termini si pronunciano allo stesso modo: Oscar Wilde si dilettò così tra l’aggettivo hearnest che parla di affidabilità, e il nome proprio, volendo in questo modo evidenziare l’importanza dell’apparenza e della forma nella società inglese del tempo, nonché l’inaffidabilità di un nome.

“Commedia frivola per gente seria”: così venne definita dallo stesso autore, il quale utilizza la letteratura per trasgredire, per scandalizzare e contestare tutto dell’epoca.

Dalla visione della famiglia all’istruzione, dall’ipocrisia di matrimoni combinati all’importanza di certa letteratura scomoda. Aristocrazia terriera, speculazioni, perbenismo, finto decoro da mostrare in pubblico… Tanti sono i risvolti malcelati di questa storia apparentemente leggera, tanti i messaggi scomodi. Ma in questo, lo sappiamo, Oscar Wilde era maestro.

I film tratti dall’opera di Wilde

La prima versione cinematografica de L’importanza di chiamarsi Ernesto, è quella del 1952 diretta dal regista britannico Anthony Asquith, per la prima volta alle prese con il colore. Non è suddivisa in tre atti come l’opera di Wilde ma in più scene ambientate in differenti luoghi. La prima fu a Londra nello stesso anno, mentre in Italia giunse nel 1953, in anticipo sugli Usa. Un vero è proprio paradosso sta nel fatto che il regista era figlio del ministro Herbert Henry Asquith, il quale mandò in prigione Oscar Wilde con l’accusa di immoralità!

La versione più moderna, è stata quella proposta dal regista Oliver Parker nel 2002, nella quale Colin Firth interpretava Jack, e Rupert Everett Algernon. L’anno seguente, questa pellicola ha vinto il Nastro d’Argento per i migliori costumi e – distribuita da Miramax – ha incassato circa 17 milioni di dollari.

Chissà che ne avrebbe detto Oscar Wilde, e quanto avrebbe sbeffeggiato i benpensanti sempre pronti a ostacolarlo…

Foto | Rappresentazione di “The Importance of Being Earnest” (1895) –di sconosciuto Unknown author [Public domain], attraverso Wikimedia Commons




Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.