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Posted martedì, 27 novembre 2018 by Roberta Barbi in Premi letterari
 
 

Grazia Deledda, il Premio Nobel che non scriveva in italiano

Grazia Deledda (1871-1936)
Grazia Deledda (1871-1936)

Proveniva da «un grosso villaggio, tanto pittoresco quanto disgraziato», come Grazia Deledda stessa descriveva la città di Nuoro, in quella Sardegna allora ancora pressoché sconosciuta in ambito letterario o comunque «nel continente».

E il suo essere isolana la influenzerà e in qualche modo condizionerà per tutta la sua vita: innanzitutto dal punto di vista di linguistico e non perché, avendo terminato la scuola alle elementari ed esprimendosi normalmente in dialetto non riuscisse a scrivere in italiano, me perché scelse di comunicare concetti e valori che risultano ancora oggi intraducibili, di rendere atmosfere altrimenti incomprensibili e di non smarrire tra le parole auliche dell’italiano la vivacità della tradizione orale a cui sovente attingeva.

Poi, anche dal punto di vista dell’ambientazione di romanzi e novelle che le valsero l’antipatia di molti concittadini che la accusavano di dipingere una Sardegna troppo rude e arretrata, anche se – rovescio della medaglia – ebbero il pregio di far conoscere a tutta Italia non solo i pescatori siciliani, ma anche i pastori sardi: è per questo che la Deledda, molto apprezzata in vita da Giovanni Verga, verrà a lui molto spesso accostata come illustre esponente del Verismo.

Gli scritti di Grazia Deledda

Cominciò presto Grazia, quinta di sette figli in una famiglia benestante, a pubblicare poesie e componimenti vari sulla stampa locale, ma il salto lo fece con l’invio a Roma dei racconti Sangue sardo e Remigia Hedler, nonché con la pubblicazione a Milano della raccolta di novelle per l’infanzia Nell’azzurro.

Ma Grazia Deledda non voleva restare solo una scrittrice per bambini, né conformarsi a quella che era la letteratura femminile dell’epoca: lei aveva molte altre cose da dire.

La svolta arrivò nel 1903 con Elias Portolu, primo di una serie di romanzi a sfondo familiare come Cenere, L’edera, Sino al confine, Colombi e sparvieri, L’incendio nell’oliveto e Il Dio dei venti.

In tutti essi emerge uno dei temi più cari alla scrittrice: l’etica patriarcale, cioè le norme morali che formano gli affetti familiari. È qui che si supera il Verismo: accantonando le tematiche economiche e saltando a una sorta di realismo coscienziale in cui la vita umana è soltanto un luogo all’interno dell’ordine sociale in cui l’uomo appare disorientato e spesso in balia di forze molto più grandi e potenti di lui.

Canne al vento, capolavoro di Grazia Deledda

Ma soprattutto, nel 1913, viene edito Canne al vento, considerato universalmente il suo capolavoro. Qui la Sardegna diventa una terra mitica, archetipo di tutte le terre e tra immagini bibliche dell’uomo e atmosfere marcatamente dostoevskiane, il romanzo può essere considerato una celebrazione del libero arbitrio.

Per arrivare fino qui, infatti, Grazia Deledda aveva studiato tanto, soprattutto i narratori russi: negli anni a cavallo tra i due secoli, alla ricerca del proprio stile, aveva divorato quella letteratura, partendo da Tolstoj a cui dedicò anche una raccolta di storie promuovendo contemporaneamente uno studio comparato tra i costumi russi e i costumi sardi, per approdare a Čechov, Gogol e Turgenev.

Il Nobel per la letteratura

Nel 1927 vince il Premio Nobel, unica donna italiana (finora), con questa motivazione:

Per la sua potenza di scrittrice sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita qual è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano.

L’Accademia di Svezia ci aveva visto lungo: aveva compreso la natura intimamente lirica e autobiografica delle sue aspirazioni (che la allontana dal Verismo), le rappresentazioni ambientali che erano più il frutto di una memoria assorta che un resoconto di fatti, e le vicende dei personaggi più sogni di vita che vite reali.

Tutta la sua opera, inoltre, ha come oggetto la crisi dell’esistenza ma anche la fiducia nel progresso storico, nella scienza e nella giustizia, che la fanno avvicinare non poco al Decadentismo, così come i suoi personaggi, che a volte sembrano vagare attoniti e perplessi in questo mondo.

Oltre all’arte del paesaggio, infatti, l’uomo riveste un ruolo fondamentale nella sua poetica, ma è considerato un essere miserevole: così, almeno lo vede l’io narrante, che in tutti i suoi romanzi è una sorta di arbitro onnisciente, osservatore neutrale di quello che accade e dei personaggi che recitano il proprio dramma nel cupo teatro della loro anima.

L’autobiografia incompiuta

Morta improvvisamente nel 1936, Grazia Deledda ci lascia, infine, un’autobiografia incompiuta: Cosima, quasi Grazia, che uscirà postuma col solo titolo di Cosima.




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente si occupa del nuovo portale della Santa Sede, Vatican News. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.