0
Posted martedì, 11 Dicembre 2018 by Roberta Barbi in Premi letterari
 
 

Un secolo con Solženicyn, autore per sempre “contro”

Aleksandr Solženicyn (1918-2008)
Aleksandr Solženicyn (1918-2008)

Qualcuno tra i giornalisti – pochissimi in verità – lo ha scritto: il 2018 è l’anno di Aleksandr Solženicyn, perché vi ricorre il centenario della nascita e il decennale della morte dello scrittore passato alla storia come colui che ha fatto conoscere in Occidente l’atrocità dei gulag, versione sovietica dei campi di lavoro nazisti.

Aleksandr Solženicyn: una vita da perfetto bolscevico, finché…

Proveniente da una famiglia di origine cosacco-ucraina, Solženicyn crebbe con la giovanissima madre rimasta vedova prima che lui nascesse.

La sua infanzia fu caratterizzata dalle difficoltà economiche che al momento di iscriversi all’università gli impedirono, assieme alle precarie condizioni di salute materne, di trasferirsi a Mosca, così ripiegò per la facoltà di matematica di Rostov.

Cresciuto come il più sano dei prototipi dell’uomo sovietico, infarcito di ideologia bolscevica, iniziò tuttavia a discostarsene segretamente con l’avvento al potere di Stalin.

Partì, comunque, volontario per la Seconda Guerra Mondiale dove si guadagnò due decorazioni, ma nel 1945 tutto cambiò: accusato di aver criticato il compagno Stalin in una lettera a un amico, viene condannato a otto anni di lavoro in un gulag e, in seguito, al confino perpetuo.

Dopo la rocambolesca pubblicazione del suo capolavoro – Arcipelago gulag – in Occidente, nel 1974 fu deportato nell’ex Germania ovest e privato della cittadinanza sovietica. Dopo qualche anno passato in Svizzera, si trasferì negli Stati Uniti dove tutti i suoi figli ottennero la naturalizzazione.

Tornò in Russia solo dopo la caduta del Comunismo e qui visse, in una dacia assieme alla moglie, fino alla morte.

Tante opere, un unico obiettivo

Sarà dall’esperienza del gulag che Solženicyn maturerà tutta la sua poetica, interamente orientata alla demolizione del sistema penale sovietico, e articolata in varie opere e pubblicazioni – per lo più clandestine – che scriverà di notte, alla luce di un lumino, ben attento a non farsi scoprire, o addirittura imparerà a memoria e metterà per iscritto solo una volta libero.

La prima in ordine cronologico è Il cervo e la ragazza, in cui descrive il lavoro in un campo correzionale misto; seguito da Il primo cerchio, con cui fa arrivare all’attenzione del mondo termini come “sharashka”, ossia uno speciale centro per le ricerche scientifiche avviato dal Ministero per la Sicurezza dello Stato sovietico.

Passò un certo periodo anche a lavorare come minatore nel campo di Ekibastūz, in Kazakhistan, esperienza da cui trarrà il libro Una giornata di Ivan Denisovič, il primo e unico a essere pubblicato in Urss nel 1962 con l’esplicita approvazione di Chruščëv.

Nel marzo 1953 l’autore inizia il suo esilio nello sperduto villaggio di Kok Terek e l’anno dopo viene curato nell’ospedale statale di Tashkent per un tumore: ne ricaverà il romanzo Padiglione cancro e il racconto La mano destra. È il periodo il cui Solženicyn abbandona definitivamente il marxismo e abbraccia la fede religiosa diventando un fervente fedele ortodosso.

Nel 1974, in concomitanza con la sua espulsione dall’Urss, scrisse l’appello Vivere senza menzogna, da molti considerato la sua opera politica più significativa.

Negli anni trascorsi negli Usa, poi, l’autore portò a termine il ciclo di quattro romanzi storici La ruota rossa e una serie di componimenti più brevi, mentre dopo il ritorno in patria avvenuto nel 1994 (dove nel frattempo vennero date alle stampe tutte le sue opere precedenti fino ad allora proibite), pubblicò diversi racconti e miniature di poesia, oltre al monumentale Due secoli insieme, un trattato in due volumi sulla lunga relazione tra russi ed ebrei durante il regime, in cui ipotizza addirittura che la rivoluzione del 1917 non fosse altro che una cospirazione ebraica, idea peraltro già avanzata da Trotsky.

Arcipelago gulag

A ragione considerato il suo capolavoro, è da lui stesso definito un saggio, inchiesta narrativa sul sistema dei campi di lavoro in Urss di cui la parola gulag è, appunto, l’acronimo. Qui venivano rinchiusi i dissidenti, i nemici della patria e tutti quegli individui scomodi che per un motivo o per un altro dovevano essere “rieducati”.

La portata rivoluzionaria dell’opera non sta tanto e solo nel rivelare una realtà comune oltre la cortina di ferro e fino ad allora sconosciuta, ma nel realizzare che l’intero regime sovietico governava sulla Russia e sugli Stati satelliti con la mera minaccia dell’imprigionamento: su questo, dunque, e non su un’ideologia egualitaria si fondava, in pratica, il Comunismo.

I prodotti del lavoro nei gulag, inoltre, erano l’unico pilastro su cui poggiava la fiorente economia sovietica. I campi di lavoro, perciò, erano più che necessari.

L’opera non si limita a descrivere l’esperienza di ex internato del suo autore, ma raccoglie le testimonianze di altri ex detenuti.

Quando Solženicyn riuscì a far arrivare in Francia uno dei due manoscritti dell’opera (l’altro fu scoperto e distrutto dal Kgb), Arcipelago gulag fu pubblicato a Parigi nel 1973. In Italia arrivò l’anno successivo ed ebbe un’accoglienza non proprio ottima: molti i suoi critici, anche tra i più illustri esponenti della cultura nostrana, come Italo Calvino e Alberto Moravia.

Un Nobel contro tutto e tutti

Intanto, già nel 1970, l’Accademia di Svezia gli aveva conferito il Premio Nobel per la letteratura «per la forza etica con la quale ha proseguito l’indispensabile tradizione della letteratura russa».

Solženicyn, però, non volle nemmeno provare ad andare a Stoccolma, per la paura, poi, di non poter rientrare in patria dalla sua famiglia. Era, dunque, uno scrittore già famoso e riconosciuto a livello internazionale, quello che tre anni dopo dava in pasto alle stampe occidentali un’opera come Arcipelago gulag.

Con questo premio, inoltre, si avallavano in qualche modo anche certe sue visioni storiche, alquanto originali per l’epoca, come il superamento del legame tra l’impero zarista e la rivoluzione d’ottobre. Per l’autore, infatti, il regime sovietico che ne seguì ebbe tendenze molto più violente di quelle che la Russia zarista avesse mai avuto; inoltre fece anche l’errore di sacrificare una millenaria cultura russa a una sedicente cultura sovietica che altro non era se non una mera schiava dell’ateismo forzato.

Il recupero delle tradizioni russe, prima tra tutte la fede nella Chiesa ortodossa di Mosca, è molto forte in tutte le opere di Solženicyn, compresa l’ultima parte di Arcipelago gulag in cui si parla del messaggio cristiano come dell’unico detentore del vero potere salvifico.

Una volta lontano dalla patria, poi, negli Usa l’autore prese a criticare anche l’opposto di quello che aveva sempre vissuto, scagliandosi contro un Occidente accusato di essere sempre meno coraggioso, di aver perduto ogni riferimento spirituale a vantaggio del più sfrenato materialismo e di aver posto l’accento esclusivamente sui diritti tralasciando completamente i doveri. Queste, a suo dire, le cause del disfacimento del mondo moderno. Possiamo dargli torto?

Foto | RIA Novosti archive, image #6624 / Yuryi Abramochkin / CC-BY-SA 3.0 [CC BY-SA 3.0]




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente si occupa del nuovo portale della Santa Sede, Vatican News. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.