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Posted giovedì, 18 Luglio 2019 by Roberta Barbi in Mondolibri
 
 

Scompare Luciano De Crescenzo, «ateo cristiano» e meridionale

Luciano De Crescenzo
Luciano De Crescenzo

Aveva 91 anni, Luciano De Crescenzo al momento della sua morte, ma lo sappiamo solo perché esiste internet e nel suo mondo virtuale tenere qualcosa nascosto è quasi impossibile, ma quella data di nascita – 20 agosto 1928 – non compare neanche una volta, neppure in una nota a piè di pagina dell’autobiografia che regalò a se stesso e a noi a soli 61 anni, Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo.

Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo

Tempo di bilanci e di ricordi, per lo più aneddoti divertenti di una vita non sempre rosea, come è quella di chi ha attraversato una guerra mondiale, ma comunque cuciti a filo doppio con riflessioni filosofiche – sull’amore, la libertà, la follia – segno che non poteva esserci Luciano De Crescenzo senza la filosofia, quell’amore folle (appunto!) che gli fece abbandonare una brillante carriera da ingegnere in una multinazionale, per inseguire il sogno dell’arte.

Si sentiva allora «come un impiegato che ha avuto quattro settimane di ferie, ma ne ha già fatte tre e mezzo», e malinconicamente spiegava il suo sentimento al lettore con l’indimenticabile metafora dell’anima sospesa in un corridoio immaginario che apre su due stanze: la prima, il passato, via via sempre più grande, luminosa e affollata; la seconda, il futuro, sempre più stretta, silenziosa e buia.

Da allora è passato un altro quarto di secolo, corredato da uscite editoriali di narrativa e saggistica, sempre in bilico tra Napoli e l’antica Grecia, apparizioni televisive, incursioni nel mondo del cinema, davanti e dietro la macchina da presa. Una mente vulcanica, la sua, che scalpitava a stare chiusa entro le anonime proverbiali quattro mura di un ufficio – seppur confortevole come quello di un dirigente IBM – alle quali ha preferito la strada, preferibilmente un vicolo di Napoli, con i suoi odori, i suoi colori e i suoi rumori, nessuno dei tre sempre e comunque aggraziato.

Luciano De Crescenzo, «Così parlò Bellavista»

Nonostante abbia raccontato di sé e dei suoi “molti primi amori”, uno per ogni fondamentale età dell’uomo, il suo primo unico e vero amore era la quella città, Napoli, consacrata nel romanzo capolavoro Così parlò Bellavista, che nel 1977 gli dette il successo e probabilmente anche il coraggio di cambiare per sempre mestiere. L’idea della trama gli era venuta in occasione di una visita a Napoli da parte di alcuni amici lombardi, con le relative messe in guardia e le solite raccomandazioni. Certo, non roba da macchietta stile Angela Finocchiaro che per andare a trovare il marito trasferito nella provincia partenopea si arma di giubbetto antiproiettile (parliamo del film Benvenuti al sud), ma comunque senza risparmiare sorrisi e punzecchiate sulle differenze ancora evidenti tra cittadini del nord e del sud, tenendo bene a mente che “si è sempre meridionali di qualcuno”. Il libro si snoda attraverso i dialoghi tra l’ingegner De Crescenzo, nuovo a queste pratiche, il prof Bellavista, eccellente ospite che elargisce buon vino, il vice sostituto portiere Salvatore, il poeta Luigino e il dott. Palluotto, napoletano doc trapiantato a Milano. Da questo splendido racconto fu tratto anche un film e ne uscì un seguito, una sorta di focus sulla Napoli di Bellavista.

La svolta della sua vita, invece, cioè il cambio di carriera e quindi d’identità, che la famiglia non prese proprio benissimo al principio, De Crescenzo lo racconta nel gustosissimo Zio Cardellino, storia di un chimico impiegato in una grande azienda che messo sotto pressione dalle continue riunioni in ufficio e dalle incessanti richieste in casa, si mette a un tratto a cinguettare e ad agitare le braccia come se volesse da un momento all’altro spiccare il volo. Una vicenda surreale quella di Luca Perrella, personaggio in parte autobiografico, che gli serve come spunto per una riflessione più ampia, sull’assurdità della frenesia che affligge la società di oggi, irrimediabilmente affetta dal morbo dell’efficientismo.

L’amore per la filosofia greca

L’amore per il mondo greco irrompe un po’ più tardi nella vita di De Crescenzo, ma era inevitabile che accadesse: non è forse dalla filosofia greca che è nato tutto il pensiero? E non ci sono forse più di un solo punto di contatto tra questa e il moderno sentire napoletano?

D’altronde già Pitagora e Parmenide, e perfino Platone, soggiornarono a lungo nel sud Italia (la Magna Grecia, appunto) ponendo le basi di quella ricchezza umanistica unica al mondo che oggi costituisce l’unica speranza per il Paese: l’idea è di ricominciare da lì, dalla nostra cultura. E lui lo aveva capito. All’inizio i suoi lavori sul tema non furono bene accolti dall’élite filosofica nostrana, che guardava con altezzosa superiorità a quel pensatore improvvisato, privo di un solido bagaglio di studi e dal linguaggio un po’ troppo semplicistico quando non addirittura spiccio, ma come spesso accade, laddove i baroni criticano, il pubblico, invece, applaude a qualcuno che finalmente ha saputo spiegare in termini comprensibili e affatto tecnici concetti di sicuro elevati, ma insiti nell’animo di ogni essere umano, solo per il fatto di esserlo e di essere vivo.

Ciao Luciano, grazie.

Foto | Di Qi124680 (Opera propria) [GFDL o CC BY-SA 3.0], attraverso Wikimedia Commons




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente si occupa del nuovo portale della Santa Sede, Vatican News. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.