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Posted 19 Dicembre 2019 by Nymeria in Zibaldone
 
 

Frasi di Giorgio Manganelli: le più famose

Frasi di Giorgio Manganelli
Frasi di Giorgio Manganelli

Giorgio Manganelli, nato a Milano il 15 novembre 1922 e morto a Roma il 28 maggio 1990, è stato uno scrittore, giornalista, critico letterario, traduttore e anche teorico della neoavanguardia. Fu uno degli scopritori di Alda Merini (con cui ebbe anche una breve relazione) e lavorò con personaggi del calibro di Umberto Eco, Italo Calvino, Alberto Arbasino, Guido Ceronetti e Vittorio Sermonti.

Nel corso della sua carriera collaborò con quotidiani come La Stampa, Il Corriere della Sera, Il Giorno, Il Messaggero e settimanali come L’Espresso, L’Europeo, Epoca e Il Mondo. Consulente editoriale di Mondadori, Einaudi, Adelphi, Garzanti e Feltrinelli, nel 1987 diede vita insieme a Dante Isella la Fondazione Pietro Bembo.

Fu anche un bravissimo traduttore: tradusse O. Henry, tutti i racconti di Edgar Allan Poe, T.S. Eliot, Henry James e George Gordon Byron.

La sua prosa è molto elaborata e complessa: la parodia e il sarcasmo con la sua penna diventano forme letterarie assai raffinate. Fra i racconti e trattati da lui scritti annoveriamo:

  • Hilarotragoedia (1964)
  • Nuovo commento (1969)
  • Sconclusione (1976)
  • Amore (1981)
  • Discorso dell’ombra e dello stemma o del lettore e dello scrittore considerati come dementi (1982)
  • Dall’Inferno (1985)
  • Rumori o voci (1987)
  • Encomio del tiranno scritto all’unico scopo di fare dei soldi (1990)
  • La notte (1996, postumo)

Fra i racconti fantastici, invece, abbiamo:

  • Agli dèi ulteriori (1972)
  • Centuria (1979)
  • Tutti gli errori (1986)
  • Il presepio (1992, postumo)

Numerosi anche i saggi critici, gli scritti di critica d’arte, la riscrittura di classici, le raccolte delle sue note di viaggio e raccolte dei suoi corsivi comparsi sulle diverse testate.

Frasi di Giorgio Manganelli: famose, ironiche e citazioni dalle sue opere

Diamo uno sguardo ad alcune frasi di Giorgio Manganelli per provare a conoscerlo meglio e invogliarvi a leggere i suoi libri.

Frasi famose e citazioni ironiche di Giorgio Manganelli

  • Dico talvolta: “Ciao, gatto!”, e poi mi vergogno di avergli dato del tu.
  • Il paradiso deve evitare la terra ad ogni costo, per non ferire i piani accurati e incomprensibili della creazione.
  • In generale, gli scrittori sono convinti segretamente di essere letti da Dio.
  • Io amo i poveri, e soffrirei in un mondo senza poveri; i poveri sono le brioches dell’anima.
  • L’uomo vive di pane e pigiama.
  • La delusione più cocente e insieme più astratta della mia vita, e di molti altri come me, fu senza dubbio il mancato sbarco dei marziani nel decennio tra il 1950 e il ’60.
  • Ogni viaggio comincia con un vagheggiamento e si conclude con un invece.
  • Una definizione del romanzo? Quaranta righe più due metri cubi di aria.
  • Una lunga, lenta infanzia, fa parte dei riti necessari alla produzione di un morituro

Frasi famose dalle opere di Giorgio Manganelli

  • Non abbiamo mai conosciuto dinosauri, ma senza di loro saremmo diversi. Non riusciamo a stare mai a lungo senza parlare dei nostri sconosciuti amici. Oziamo al caffè, leggiamo libri futili, ci interroghiamo sull’aldilà, andiamo a votare, ascoltiamo Brahms; poi, d’un tratto, l’antica tarantola ci morde: che ne è dei dinosauri? (Antologia privata)
  • Non credetegli quando dicono che lo scrittore deve adoperare una lingua che tutti devono capire. Non la deve capire nessuno! Figurarsi. Devono leggerla, rileggerla; sennò quale sarebbe la polivalenza linguistica dello scrittore nel tempo? (Jung e la letteratura)
  • Un signore amò follemente una giovane donna per tre giorni, riamato per un periodo di tempo all’incirca corrispondente. La incontrò per caso il quarto giorno, quando da due ore aveva cessato di amarla. Inizialmente, fu un incontro lievemente imbarazzante; tuttavia, il colloquio si movimentò, quando risultò che anche la donna aveva cessato di amare il signore, esattamente un’ora e quaranta minuti prima. (Centuria)
  • Il labirinto, mi dico, deve essere labirintico. Non credo che possa tollerare una soluzione, né è possibile descriverlo. (Hilarotragoedia)
  • Non si può avanzare che retrocedendo. (Il delitto rende ma è difficile)
  • Quale follia partorire fanciulli in una società che ha perso il gusto dell’antropofagia. (Il delitto rende ma è difficile)
  • Tentiamo una definizione: lo scrittore è colui che è sommamente, eroicamente incompetente di letteratura. (Il rumore sottile della prosa)
  • In generale direi che rendere difficile il lavoro del tipografo è sempre una buona cosa. (Il rumore sottile della prosa)
  • Alla letteratura è essenziale evitare questo rapporto diretto: essa non parla al lettore, meno che mai al suo cuore; al contrario, gli si presenta, ma non gli si offre, gli impone la fatica di cercare un contatto; lo frusta, lo elude; non risponde alle sue domande. (Il rumore sottile della prosa)
  • Per questo le dico: si iscriva a Geologia. Vedrà quante metafore le verranno regalate. Non ricordo più cosa siano gli oligoscisti: ma quella, mio caro, quella è letteratura. (Il rumore sottile della prosa)
  • Rileggere è una esperienza che non ha nulla a che fare con il leggere. […] La prima lettura può essere anche un innamoramento; ma esistono delizie di amorosità mentale che si abbandonano solo dopo anni di solidarietà, di complicità. (Il rumore sottile della prosa)
  • Lo scrittore sceglie in primo luogo di essere inutile. (La letteratura come menzogna)

Incipit celebri di Giorgio Manganelli

  • Che io sia Re, mi pare cosa da non dubitare. V’è in me un modo regale di pensare, di opinare, di fantasticare, che non finisce di stupirmi e di allietarmi. Non riesco a pensare a cose umili e povere; ogni cosa deve avere un nome, collocarsi in una gerarchia, incedere o strisciare, ma in modo emblematico. Penso alle aquile; specie al primo dilùculo, nel silenzio tra notte e giorno, nel freddo che anneghittisce, in mezzo al distratto sgomento dei fiori, penso ad enormi aquile, ali metalliche e sapiente malvagità degli occhi. (Agli dèi ulteriori)
  • Il presente volumetto racchiude in breve spazio una vasta ed amena biblioteca; esso infatti raccoglie cento romanzi fiume, ma così lavorati in modo anamorfici, da apparire al lettore frettoloso testi di poche e scarne righe. Dunque, ambisce ad essere un prodigio della scienza contemporanea alleata alla retorica, recente ritrovamento delle locali Università. Libriccino sterminato, insomma; a leggere il quale il lettore dovrà porre in opera le astuzie che già conosce, e forse altre apprenderne: giochi di luce che consentono di leggere tra le righe, sotto le righe, tra le due facce di un foglio, nei luoghi ove si appartano capitoli elegantemente scabrosi, pagine di nobile efferatezza, e dignitoso esibizionismo, lì depositate per vereconda pietà di infanti e canuti (Centuria)
  • Perché io scrivo? Confesso di non saperlo, di non averne la minima idea e anche che la domanda è insieme buffa e sconvolgente. Come domanda buffa, avrà certamente delle risposte buffe: ad esempio, che scrivo perché non so fare altro; o perché sono troppo disonesto per mettermi a lavorare. (Il rumore sottile della prosa)
  • Se ogni discorso muove da un presupposto, un postulato indimostrabile e indimostrando, in quello chiuso come embrione in tuorlo e tuorlo in ovo, sia, di quel che ora si inaugura, prenatale assioma il seguente: CHE L’UOMO HA NATURA DISCENDITIVA. Intendo e chioso: l’omo è agito da forza non umana, da voglia, o amore, o occulta intenzione, che si inlàtebra in muscolo e nerbo, che egli non sceglie, né intende; che egli disarma e disvuole, che gli instà, lo adopera, invade e governa; la quale abbia nome potestà o volontà discenditiva. (Hilarotragoedia)
  • Secondo ragione, dovrei ritenere d’esser morto; e tuttavia non ho memoria di quella lancinante decomposizione, l’opaca decadenza corporale, né delle smanie interiori, terrori e speranze, che dicono accompagnino il percorso verso la morte; ma sì rammento una tal quale aridità e del corpo e della mente; una neghittosità taciturna, un continuato distogliermi da pensieri gravi, per indugiare su immagini tra povere e sordide, quasi giocherellassi con le sfrangiate nappe dei miei terrori. (Dall’inferno)

E, per finire, l’incipit di Pinocchio: un libro parallelo.

C’era una volta…
– Un Re…
No…
Quale catastrofico inizio, quanto laconico e aspro, una provocazione, se si tiene conto che i destinatari sono i “piccoli lettori”, i “ragazzi”, soli competenti di fiabe e regole fiabesche. A scrutare tra gli interstizi di queste sette parole, si scopre subito una favola nella favola, qualcosa che è prossimo al cuore d’ogni possibile favola. Il “c’era una volta”, è, sappiamo, la strada maestra, il cartello segnaletico, la parola d’ordine del mondo della fiaba. E tuttavia, in questo caso, la strada è ingannevole, il cartello mente, la parola è stravolta. Infatti, varcata la soglia di quel regno, ci si avvede che non esiste il Re.

Foto | Alfabeta2

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Nymeria

 
Nerd inside, come scopo nella vita sto cercando di leggere tutta la letteratura fantasy possibile e immaginabile.. Beh, poi ci sono anche i manga, i videogiochi, i telefilm, i film... ce la farò?