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Posted 8 Gennaio 2020 by Roberta Barbi in Mondolibri
 
 

Ferdinando Paolieri, parola d’ordine: fuori dagli schemi

Ferdinando Paolieri (1878-1928)
Ferdinando Paolieri (1878-1928)

La caratteristica di Ferdinando Paolieri, pittore macchiaiolo e scrittore vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, è certamente il suo essere controcorrente, difficile da “imprigionare” in un genere, in una corrente o anche semplicemente in una sola delle arti.

La sua prima “ribellione” fu certo quella contro la famiglia che lo voleva avvocato, mentre lui, per tutta risposta, intraprese la “carriera” di bohémien, per vivere libero e secondo le proprie regole, non sempre coincidenti con quelle della società. Ad esempio quando, nel 1905, si affiliò alla loggia massonica Lucifero di Firenze, arrivando a ricoprire la carica di “compagno” o quando, da agnostico che era, si trasformò in un cattolico convinto, addirittura reazionario e capace di fondare un settimanale per veicolare questo tipo di idee: si chiamerà La Torre e uscirà a Siena. Da giornalista, inoltre, terrà per lungo tempo una rubrica culturale sul quotidiano La Nazione.

La “prima vita”: Ferdinando Paolieri pittore

Ma andiamo con ordine. Il primo innamoramento del Paolieri – almeno in ordine cronologico – è quello per la pittura. Si mette a frequentare l’ambiente dei macchiaioli toscani e attraverso questi riesce a esporre perfino in Germania, a Berlino e a Monaco, tanto che, al ritorno, sull’onda dell’entusiasmo apre uno studio a Firenze assieme ad alcuni colleghi e amici con cui condivide affitto, passione e anche stile di vita un po’ maledetto. Ma presto scoprirà un nuovo, travolgente amore: quello per la scrittura.

La seconda vita… con la penna in mano

Come accade a molti vissuti nell’epoca in cui il nostro muove i passi in questo mondo, Ferdinando Paolieri si avvicina prima alla poesia e nel 1908 compone un poemetto in ottave intitolato Venere agreste, in cui sono già evidenti molte tematiche della sua poetica, molto radicata nel contesto dell’alta borghesia toscana dal quale, suo malgrado, proviene. Lo ritroveremo, invece, alla fine della sua produzione letteraria, decisamente orientato verso il romanzo, che sa condire di arguzia e vivacità nel linguaggio, di scenette e sentimentalismi per quanto riguarda il plot.

La sua opera più interessante, secondo i critici, è Natio borgo selvaggio (1922), in cui riesce a distaccarsi dalla prosa sua contemporanea e anche da una visione eccessivamente territorialista di cui in precedenza aveva un po’ sofferto la sua letteratura.

L’erotismo di Leon Delmar

Fedele a una tradizione regionale secolare che discende da Boccaccio in poi, Ferdinando Paolieri è nelle novelle che trova il suo posto nel mondo letterario, dimostrando un’abilità e una comodità rara. Con lo pseudonimo Leon Delmar (apparendo, invece, con il suo nome nelle vesti di traduttore), firma per l’editore Nerbini diverse raccolte a sfondo erotico, mantenendo nelle proprie opere sempre in gradevole equilibrio i due elementi fondanti della sua scrittura: la sensualità e l’anima bucolica.

Devoto a questo binomio, Paolieri fece anche qualche esperienza da librettista e scrisse per il teatro, anche se con tutt’altro piglio: si ricordano, infatti, le sue commedie in vernacolo chiantigiano e il dramma religioso La mistica fiamma, del 1927, dedicato a S. Caterina da Siena.

Ferdinando Paolieri, l’ultimo cantore della Maremma

Tanto originale nella vita, Ferdinando Paolieri, quanto, invece, conservatore fu nella conservazione della tradizione letteraria toscana, sia in ambito drammaturgico che linguistico.

Le sue storie si snodano tutte tra la Maremma e le isole dell’arcipelago, ambienti ancora primitivi e selvaggi, evocati e vagheggiati perché qui vivono i personaggi un po’ estremi che all’autore piace cantare: butteri, briganti, bracconieri, ergastolani in fuga, contrabbandieri, contadini analfabeti ma sapienti. In una parola: ultimi. Tutti, ma proprio tutti, trovano spazio nelle sue righe piene di calore e colore, che non basta solo cambiare una vocale per capire fino in fondo cosa significhi.

Foto | Elaborazione grafica a cura di Eugenia Paffile a partire da una foto di Ferdinando Paolieri sulla copertina del libro Novelle toscane. Con note pei non toscani (SEI, 1936)




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente si occupa del nuovo portale della Santa Sede, Vatican News. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.