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Posted 15 Gennaio 2020 by Roberta Barbi in Premi letterari
 
 

Le 5 opere di Luigi Pirandello che hanno lasciato un segno

Luigi Pirandello
Luigi Pirandello

Parlare di opere di Luigi Pirandello e doverne scegliere solo cinque vi sembrerà un’impresa disperata, ma dal momento che a noi piacciono le sfide apparentemente impossibili, eccoci qua proprio a parlarne. Eh sì, perché quando si discute di temi filosofici così alti e universalmente condivisi come l’incomunicabilità tra esseri umani, oppure la ricerca della propria individualità come conseguenza diretta della crisi dell’io che nella società moderna si scompone in una, nessuna e centomila identità, non si può rimanere attaccati a un elenco predeterminato e finito.

5 imperdibili opere di Luigi Pirandello

La produzione pirandelliana, inoltre, spazia dal teatro alla novella e al racconto breve che sono le forme narrative che prediligeva, ma come trascurare romanzi del calibro del fu Mattia Pascal? Semplicemente non si può, e quindi non lo faremo, pur mettendo le mani avanti per parare inevitabili accuse di mancata esaustività da parte vostra. Ce le aspettiamo e ce le pigliamo, orgogliosi di raccontare la penna di uno dei pochi Premi Nobel italiani per la Letteratura, assegnato nel 1934, due anni prima della sua morte.

Pensaci, Giacomino! Ovvero storia di un ménage a trois

Siamo nel 1917, agli esordi del teatro pirandelliano, in quella che definiamo la “fase siciliana”, in cui l’uso preponderante del dialetto è funzionale all’autore – non ancora maturo – per comunicare freschezza.

È la storia di Toti, un insegnante di paese in vista della pensione, che per un atto di generosità sposa la giovane Lilina, già incinta di Giacomino, un suo ex alunno senza arte né parte. Nasce il bambino e viene chiamato Ninì. Questo cresce apparentemente sereno in questa famiglia stramba che oggi definiremmo semplicemente allargata, se non che le chiacchiere del paese premono su questo ménage scandaloso fino a sovvertire, in un certo qual modo, l’ordine naturale delle cose…

La verità relativa in Così è (se vi pare)

La seconda fase della produzione teatrale di Pirandello viene definita del teatro umoristico-grottesco.

Innanzitutto è interessante distinguere alla maniera pirandelliana tra il comico e l’umoristico, secondo le definizioni che l’autore dà ai due elementi nel suo saggio L’umorismo, datato 1908: mentre il comico è un “avvertimento del contrario” che nasce dal contrasto tra apparenza e realtà; l’umoristico, cioè il “sentimento del contrario”, nasce da una riflessione ulteriore e da un approfondimento della situazione comica.

Questa pièce, comunque, racconta la parabola umana della signora Frola e di suo genero, il signor Ponza, che si accusano a vicenda di follia in merito all’identità della moglie di Ponza che nessuno ha mai visto da quando si sono trasferiti in paese dopo il terremoto della Marsica che ha distrutto le loro case. Frola dice che la donna misteriosa in realtà è Lina, sua figlia, mentre Ponza sostiene che Lina sia morta nel sisma e che la sua attuale moglie, la seconda, si chiami Giulia. A dirimere la questione viene mandato il consigliere Agazzi, ma non succede granché. A mettere le cose in chiaro, oppure a ingarbugliarle ancora di più, arriva alla fine la misteriosa donna, tutta velata, che afferma di essere… entrambe, e così è… se vi pare, ovviamente…

Il meta-teatro in Sei personaggi in cerca d’autore

Il 9 maggio 1921 al Teatro Valle di Roma per la prima volta viene messo in scena questo dramma destinato a diventare il più famoso – e anche il più rappresentato – di tutta la produzione pirandelliana.

Siamo nella terza fase, quella del teatro nel teatro, in cui tutti gli schemi si sovvertono e tutto è possibile: ad esempio che sei personaggi irrompano sulla scena durante una prova e rifiutino di farsi interpretare da attori che a loro dire non colgono fino in fondo la loro essenza.

Ci sono un Padre che ha abbandonato la Moglie e il Figlio per il bene della donna che è anche Madre e si sposa con il segretario con il quale avrà altri figli: la Figliastra, il Giovinetto e la Bambina. Tra morti improvvise, crisi economiche e drammi familiari non privi di tragedie, più che la trama di quest’opera emergono due grandissime innovazioni che contiene: l’abbattimento della quarta parete, quella che separa la scena dal pubblico (un po’ come quando nei romanzi ci si rivolge direttamente al lettore) e la rottura della linearità del tempo che procede per frammenti.

L’uomo che morì tre volte, ovvero Il fu Mattia Pascal

Scritto nelle notti di veglia alla moglie malata e pubblicato prima a puntate e poi in volume nello stesso anno, il 1904, questo celebre romanzo narra la miseria umana di Mattia Pascal (Mattia perché un po’ matto e Pascal come allusione alla resurrezione) raccontata in prima persona dal protagonista grazie a un enorme flashback.

L’uomo, di mestiere e di indole “scioperato” vive in un paesino della Liguria grazie all’eredità del padre, e qui semina figli in giro un po’ per riconoscenza un po’ per dabbenaggine. Dopo varie vicissitudini fugge dal paese e il ritrovamento in un mulino del cadavere di un giovane che tutti credono essere lui ormai scomparso, gli dà l’occasione per ricominciare da capo. È così che Mattia Pascal diviene Adriano Meis (un nome rubato da una conversazione ascoltata per caso in treno) e cambia vita.

Quando però anche la sua nuova vita diventerà impossibile da vivere a causa delle complicazioni dovute all’interpretazione di una persona che, essendo priva di documenti, di fatto non esiste, deciderà di uccidere anche Adriano Meis, resuscitare Mattia Pascal e finalmente tornare in paese dove aspetterà la morte – la terza e probabilmente l’ultima – portando quotidianamente fiori sulla propria tomba.

In questo romanzo, per bocca di uno dei personaggi, Pirandello esplica la cosiddetta “teoria del lanternino”, secondo cui l’uomo, a differenza del mondo vegetale, ha la sfortuna di “sentirsi vivere”, una coscienza di sé caratterizzata da un’ingannevole mutevolezza che si porta dietro come un lanternino e che viene assunta come unico metro di valutazione del mondo esterno. Questi lanternini per così dire personali si intersecano, a volte, con lanternoni più grandi costituiti da ideologie e altre teorie anch’esse, però, ingannevoli.

Uno, nessuno e centomila e la teoria della maschera

Infine, ma certo non per ultimo, il capolavoro pirandelliano per eccellenza, il suo ultimo romanzo dato alle stampe nel 1926, in cui si condensa e matura tutto il suo pensiero. In particolare qui trova linfa vitale ed espressione definitiva la teoria della maschera intesa come l’identità plurima che ognuno indossa nel mondo, alla base della teoria sociologica dei ruoli sociali in cui l’essere umano è imbrigliato.

Partiamo dalla storia: Vitangelo Moscarda, il protagonista, entra in crisi quando la moglie, per canzonarlo un po’, gli dice che il suo naso è leggermente storto. Nel prendere coscienza di questo fatto, Vitangelo ripensa completamente la coscienza che ha del sé sia dal punto di vista fisico che, soprattutto, psicologico.

Gli interrogativi che si pone il protagonista li pone anche l’autore al lettore e sono in pratica le domande esistenziali che albergano in ogni animo umano: sono davvero io questo? O sono come mi vogliono gli altri? Da qui l’enigmatico titolo: se l’io è in crisi e non è più l’uno che credeva di essere, allora è i centomila che è per compiacere gli altri, quindi in definitiva non è nessuno in particolare.

Caduto nell’infinito vortice del relativismo, pur essendo il personaggio pirandelliano con più autoconsapevolezza, Vitangelo per la società in cui è inserito è un pazzo: la follia, infatti, diventa qui la più sublime forma di contestazione possibile. Se la vita è un unico, immenso divenire, allora l’io non può fissarsi in nessun punto, pena la morte, così non può essere definito nemmeno da un nome, tant’è che Vitangelo arriverà perfino a rifiutare il suo, per non essere imprigionato in un insieme immutabile di sillabe, quasi un’epigrafe funeraria consegnata all’eternità.

Foto | sconosciuto [Public domain], attraverso Wikimedia Commons




Roberta Barbi

 
Roberta Barbi è nata e vive a Roma da 40 anni; da qualche anno in meno assieme al marito Paolo e ai figli, ancora piccoli, Irene e Stefano. Laureata in comunicazione e giornalista professionista appassionata di cucina, fotografia e viaggi, si è ritrovata da un po’ a lavorare per i media vaticani: attualmente si occupa del nuovo portale della Santa Sede, Vatican News. Nel tempo libero (pochissimo) si diletta a scrivere racconti e si dedica alla lettura, al canto e al cake design; sempre più raramente allo shopping, ormai rigorosamente on line.