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Accadimenti nell’irrealtà immediata, di Max Blecher

 
Max Blecher, Accadimenti nell'irrealtà immediata
Max Blecher, Accadimenti nell'irrealtà immediata
Max Blecher, Accadimenti nell'irrealtà immediata

 
Scheda del libro
 

Autore: Max Blecher (traduzione di Bruno Mazzzoni)
 
Titolo: Accadimenti nell'irrealtà immediata
 
Casa editrice: Keller
 
Anno: 2012
 
ISBN: 978-88-89767-32-0
 
Pagine: 167
 
Formato: cartaceo
 
Genere: ,
 
Il nostro voto
 
 
 
 
 


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Aspetti positivi


Ipnotico

Aspetti negativi


È bene ricordare che si tratta del diario di un giovane uomo, non di un corposo romanzo.


In sintesi

In «Accadimenti nell’irrealtà immediata» Max Blecher (1909-1938) racconta la propria adolescenza caratterizzata da frequenti «crisi di irrealtà».

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Posted 12 Settembre 2016 by

 
La nostra recensione
 
 
Max Blecher, Accadimenti nell'irrealtà immediata

Max Blecher, Accadimenti nell’irrealtà immediata

Devo ammettere che profondermi nella lettura di Accadimenti nell’irrealtà immediata durante una placida mattina d’estate non è stata una grande idea. Il libro, lo dico subito, merita tutta l’attenzione del lettore, ma, a dispetto del colore della copertina, non regala una scia luminosa a chi si immerge nei pensieri di Max Blecher. Accadimenti nell’irrealtà immediata è stato portato al cinema dal regista Radu Jude e presentato al Festival di Locarno del 2016.

Considerato uno scrittore al pari di grandi come Kafka, il giovane Blecher mette nero su bianco le prime esperienze della propria giovinezza. La scoperta della sessualità, con le sue possibilità e contraddizioni, è secondaria comunque, per quanto quasi disturbante, rispetto alla percezione che Max ha di se stesso e del mondo che lo circonda.

Un mondo che sembra reggersi sugli oggetti, sui dettagli, sui particolari. Un mondo che non beneficia di una visione di insieme né di un senso, che riempie e confonde i sensi di un adolescente alle prese con una serie di disturbi di vario genere (non sono un’esperta, ma direi attacchi di panico, disturbi ossessivo compulsivi e via dicendo).

Erano sempre gli stessi luoghi in strada, in casa o in giardino che mi provocavano le «crisi». Tutte le volte che entravo nel loro spazio, mi coglievano lo stesso deliquio e le stesse vertigini. Autentiche trappole invisibili, collocate qua e là nella città […]

Max percepisce costantemente il proprio senso di estraneità al mondo in cui si muove. Invidia gli altri uomini, che possono condurre inconsapevolmente le proprie vite, al riparo dalla violenza degli oggetti, delle immagini, dei dettagli che costruiscono il teatro abitato dalle singole esistenze. Giunto al punto di massima sofferenza, tenta di porre fine alla sua vita e quando riemerge dalla lunga convalescenza, non gli resta che scendere a patti con la verità.

Tutte le cose, tutte le persone erano racchiuse nel loro piccolo e triste dovere di essere precisi, null’altro che precisi. […] Il mondo non aveva il potere di cambiare nemmeno un po’ se stesso, era così meschinamente chiuso nella sua esattezza, da non potersi permettere di scambiare una sciarpa con dei fiori…

Mentre leggevo le prime pagine, quelle in cui l’autore descrive le crisi giovanili, non ho potuto fare a meno di chiedermi cosa ne sarebbe dei grandi scrittori se potessero essere curati per quelli che sembrano essere disturbi, talvolta patologie, oggi affrontabili con una terapia e/o con una cura farmacologica. E cosa penseremmo noi di loro.

Li troveremmo ancora persone in grado di leggere diversamente la realtà? In grado di analizzare meglio di noi comuni mortali i pensieri e le relazioni, i corpi, i sentimenti? Non penseremmo invece che si tratta di personaggi strambi a cui porre attenzione, ma non troppa?

Mi chiedevo, scorrendo la fissazione dell’autore per il Panoptikum ovvero il museo delle cere (la parola è ripetuta più e più volte nel testo), se non sia questa la funzione salvifica dell’arte: rendere socialmente accettabili quelle reazioni dell’uomo al senso o al non senso della vita che altrimenti caratterizzeremmo come patologia?

Affrontare uno scrittore come Blecher ci permette di fronteggiare le nostre paure, quel senso, appunto di irrealtà, che a volte ci coglie ma non osiamo nominare, perché, in fondo, il nostro equilibrio, quella che Blecher definiva trappola, non è altro che una definizione della vita che ci consente di portarla a termine.

Sentivo vagamente che nulla a questo mondo può giungere fino alla fine, nulla può compiersi. […] Quando entrai nell’adolescenza non ebbi più crisi, ma la condizione crepuscolare che le precedeva e il sentimento della profonda inutilità del mondo, che le seguiva, erano divenuti in qualche modo la mia condizione naturale.




Mariantonietta Barbara

 
Autrice per il web, scrittrice, editor. Ha collaborato con diverse testate nazionali di nanopublishing. Si è occupata di blogging e web strategy per piccole aziende. Leggere, scrivere e perdersi nelle serie tv sono le sue grandi passioni.


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