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Cartongesso di Francesco Maino, vincitore del Premio Calvino 2013

 
Francesco Maino, Cartongesso
Francesco Maino, Cartongesso
Francesco Maino, Cartongesso

 
Scheda del libro
 

Autore: Francesco Maino
 
Titolo: Cartongesso
 
Casa editrice: Einaudi
 
Anno: 2014
 
ISBN: 9788806218416
 
Pagine: 239
 
Formato: cartaceo; digitale
 
Genere: ,
 
Il nostro voto
 
 
 
 
 


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12 total ratings

 

Aspetti positivi


Il coraggio-necessità dell’autore di dar voce al proprio disgusto attraverso un personaggio di fantasia, e di sparare a zero su molteplici categorie senza alcuna intenzione di limitare i danni.

Aspetti negativi


Uno stile difficile da comprendere, che spesso porta il lettore a leggere più volte lo stesso passaggio. Un periodare che si dilunga sullo stesso concetto fino a far perdere di vista il senso. Si ha l’impressione di inciampare tra le righe, di camminare su un terreno accidentato.


In sintesi

Francesco Maino ha vinto il Premio Calvino 2013 con il testo Cartongesso che è in libreria per i tipi di Einaudi.

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Posted martedì, 15 Aprile 2014 by

 
La nostra recensione
 
 

Francesco Maino, CartongessoIl Premio Calvino del 2013, giunto alla XXVI edizione, è andato all’avvocato penalista Francesco Maino, veneto, che con il suo romanzo d’esordio Cartongesso (Einaudi) ha conquistato la giuria, la quale – in parte – così ha motivato la scelta: “Per la sua natura felicemente ibrida (non è un romanzo né un saggio né un pamphlet) ‒ un difficile azzardo che nulla toglie alla sua capacità di coinvolgimento ‒ e per la straordinaria potenza inventiva della lingua“.

In effetti Maino compie delle strane e originali acrobazie nell’usare le parole e nel metterle insieme, riga dopo riga, trasformandole in valanga che si scaglia contro l’omologazione, la banalità del vivere come zombie galleggiando in una superficie oramai composta di niente, di banalità, di cose inutili che galleggiano in un mare di ignoranza, di assenza totale di cultura. E lo fa attraverso il suo personaggio – forse alter ego – Michele Tessari, avvocato veneto un tempo necroforo (anche l’autore lo è stato) che soffre di un disturbo bipolare, e fa la spola tra Insaponata del Piave – dove vive – e il tribunale di Venezia, dove esercita la sua professione. I due quarantenni, l’autore e il protagonista, si fondono in questa sorta di denuncia irruenta, divenendo tutt’uno nel disagio di un vivere che non appartiene loro ma nel quale sono invischiati, nonostante la volontà di dissociarsi raccontandoci di un Veneto che dopo la lotta più che dignitosa per la sopravvivenza, oggi si mostra senza alcun pudore povero di contenuti ma con le tasche da ricco ignorante. E così gli obiettivi diventano il suv, la barca da mostrare agli amici o altre futilità magari firmate Gucci. Ce n’è per tutti, compresi giudici e avvocati che ruotano attorno alla vita del protagonista, e l’invettiva contro una regione si allarga fino all’oltraggio contro la superficialità di un’Italia tutta, senza esclusione di colpi.

Certo, Cartongesso si è affacciato in un momento particolare del Veneto, un momento in cui i telegiornali e le inchieste raccontano che di ben trecentocinquanta fabbriche ne sono rimaste in piedi soltanto quaranta, un momento in cui pare ricominciata – per una regione che aveva raggiunto il benessere – la lotta per la sopravvivenza, e di certo qualcuno se ne avrà a male; ciò che tuttavia va detto, è che si tratta di una denuncia contro il nostro tempo, contro ciò che siamo diventati. Inoltre, “Cartongesso” è stato considerato “letteratura del coraggio”, poiché non vi si trova una trama, la sintassi è definita acrobatica, e perché l’autore fa uso della lingua per vomitare addosso al lettore il suo disgusto per tutto ciò che ci ha trasformati in morti che camminano e per tutti coloro che hanno contribuito a che ciò avvenisse, chi per debolezza chi per sete di prevaricazione.

Si tratta di un libro che non ha una storia, non è un saggio né un romanzo, qualcosa di non facile da leggere, scritto con uno stile che necessita di lettura lenta e molto attenta, che fin dalla sua prima pagina appare complicato in quell’accavallarsi di periodi in cui facilmente si inciampa, e che soltanto nel cuore regala passaggi meno densi dal punto di vista stilistico per poi riprendere la sua caratteristica della non-storia e dell’invettiva.

Un libro per chi cerca qualcosa di diverso o per chi vuole far suo lo sfogo dell’autore contro questa nostra Italia alla deriva.




Susanna Trossero

 
Susanna Trossero è nata a Cagliari e vive a Roma. Ha fatto della scrittura la sua principale occupazione. Ha pubblicato poesie, raccolte di racconti, romanzi, e sta lavorando ad altri progetti. È un’appassionata di racconti brevi.


11 Comments


  1.  
    Nicola
     
     
     
     
     

    Mi permetto di dire che mettere tra gli aspetti negativi di questo libro lo stile dell’autore significa sminuire il significato profondo e “complesso” di quest’opera prima. É proprio il terreno accidentato a rendere grande questo libro, la sua non linearità, il suo continuo tornare e ritornare su questioni fondamentali per il protagonista. É come una lunga corsa, dalla prima riga all’ultima, secondo me la prima volta va letto tutto d’un fiato, correndo anche il rischio di non capire tutto e di perdere dei passaggi. Era da molto tempo che non leggevo un libro così originale per il suo stile letterario. Perché signori questo é stile. Se non volete far fatica, se non volete condividere le pene del protagonista non vi piacerà.




    •  
      francesco

      Fra i tanti meriti del libro quello dell’originalità stilistica è vero solo in parte. Lo stile è un calco vero e proprio dallo scrittore austriaco Thomas Bernhard, di cui riprende anche il leitmotiv dell’odio amore per la propria terra e il tono dell’invettiva. E’ un libro senza speranza, come una diagnosi di cancro terminale.




    •  
      susanna

      Salve Nicola, grazie per il tuo contributo, al quale rispondo volentieri. Ogni libro ha in sé aspetti che possono risultare “negativi”, ma elencarli non significa sminuirlo, così come elencare quelli positivi non significa osannarlo a tutti i costi. Si tratta semplicemente di una lettura attenta che sfocia in un punto di vista. Nessuno intendeva sminuire il significato profondo di questo libro, ma ogni lettore ha diritto di esprimere il suo parere e di raccontare le difficoltà che incontra tra le pagine, o il piacere di una lettura che mai dovrebbe essere fatica (altrimenti che piacere è?) Ogni testo incontra nel suo cammino apprezzamenti o critiche, perché ogni lettore ha un suo personale approccio con esso: non è forse questa la magia dei libri?




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        Nicola
         
         
         
         
         

        Ciao Susanna, secondo me invece la “fatica” che si può fare nel leggere questo libro è parte fondamentale del suo valore artistico nel senso che ti rende partecipe del malessere del protagonista, ti sembra di condividere lo straniamento, la rabbia, la foga della sua invettiva lacerante. Non era mia intenzione criticare la recensione, ci mancherebbe, volevo solo esprimere un parere perchè sono d’accordo che è un libro “faticoso” (in senso positivo e non noioso) per il lettore e che se ci si aspetta un romanzetto leggero e scorrevole si rimarrà delusi.
        Leggerò Thomas Bernhard come suggerisce Francesco per approfondire la genesi di questo stile che a me è piaciuto molto.




        •  
          susanna

          Ciao Nicola, non siamo così permalosi e il tuo contributo è interessante e appassionato, dunque più che ben accetto. Inoltre ogni critica è fonte di scambio, dunque ti ringraziamo ancora per i commenti, torna a trovarci su queste pagine!




  2.  
     
     
     
     
     

    chiedo scusa se oso, ma avrei anch’io un piccolo commento al bel libro di Maino




  3.  
     
     
     
     
     

    Libro emozionante in cui mi ci sono ritrovato in pieno. Faccio (anzi facevo-prima della crisi) l’architetto e condivido sulle case che sono “merda”. Il peggior decennio del ‘900 è stato l’ultimo per qualità del triangolo Vitruviano e Palladiano: tecnologia-funzionalità- bellezza. Il veneto è il più indefinibile tra gli italiani. Forse la peculiarità più evidente è che non da alla parola nessun significato: per lui contano solo le azioni. “Scusè dee ciacoe” dicono i veneti quando si lasciano, quasi che la parola sia già una colpa figurarsi un pensiero. Oppure quel “se vedemo”, salutandosi, che non significa affatto che dobbiamo vederci. O ancora “el parla massa!” dedicato ai “teroni” sopportati solo dopo l’avvento degli extracomunitari. Il linguaggio di Maino contiene questo linguaggio “lagunoso” apparentemente approssimativo ed invece graffiante e penetrante, capace di ridare valore anche alla parola. Un libro pieno di verità e un invito a guardarsi allo specchio con l’ingrandimento per non farsi cogliere impreparati. Complimenti.




  4.  
    vittorio
     
     
     
     
     

    Buongiorno, quest’anno ho letto (per curiosità) libri di autori italiani molto in voga perfettamente inutili. Questo libro invece è stato una rivelazione una pacca sullo stomaco che da’ la sveglia e fa bene. Fa bene alle orecchie per il gusto della parola e la sua musicalità per la fantasia che viene stimolata dalle iperboliche metafore alla Sanantonio ( ancor di più godibile per chi conosce il veneto), fa bene alla nostra auto-coscienza di cittadini nordestini che sostanzialmente ne usciamo come irrecuperabili.
    Secondo me un libro riuscito dal titolo all’ultima scena che riscatta il protagonista con quell’atto di coerenza che lo solleva dal suo tratto caratteristico che oscilla tra il vittimismo la denuncia e l’autocommiserazione.
    Da leggere nelle scuole e sottolineare a casa !!





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