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Che fai qui, Elia? Una recensione di Cristiana Dobner

 

 
Scheda del libro
 

Il nostro voto
 
 
 
 
 


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In sintesi

Il genere letterario della pubblicazione presentata è già chiaramente definita dal sottotitolo: lettura interconfessionale. Rimane anche così esplicitata la postura che viene richiesta al lettore: il testo presentato ruota infatti intorno ad un brano del Primo Testamento che quattro autori, di diversa estrazione professionale e di diversa sensibilità ecclesiale, illustrano dai loro rispetti punti di […]

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Posted 12 Marzo 2010 by

 
La nostra recensione
 
 

Copertina del libro “Che fai qui, Elia?”Il genere letterario della pubblicazione presentata è già chiaramente definita dal sottotitolo: lettura interconfessionale.

Rimane anche così esplicitata la postura che viene richiesta al lettore: il testo presentato ruota infatti intorno ad un brano del Primo Testamento che quattro autori, di diversa estrazione professionale e di diversa sensibilità ecclesiale, illustrano dai loro rispetti punti di vista.

Non bisogna attendersi un confluire organico, un’esegesi scientifica, oppure l’espressione di fede di ciascun autore o autrice, per quanto tutti siano persone credenti ed impegnate, bensì un ventaglio che può rimanere insieme ed essere articolato solo se colui o colei che si china su queste pagine, sgombra l’animo e la mente da prese di posizioni confessionali o da pregiudizi.

È il profeta Elia ancora a scuotere le coscienze e ad interpellarle oggi, hic et nunc, quando siamo immersi in problematiche che sempre più urgono un discernimento preciso e un acume scientifico che lo sorregga.

Mi addentro nella lettura rilevandone l’inclusione preziosa: la pastora Maria Bonafede, moderatrice della Tavola Valdese, la apre con una proposta diretta e specifica: «La risposta di Dio non può sostituire la tua risposta. Dio vuole sentire le tue ragioni, vuole ascoltare la tua convinzione. La Sua presenza restituisce ad Elia una vita piena, degna di essere vissuta» (p. 5-6).

Mario Gnocchi, presidente del SAE, la chiude sottolineando «la parabola ecumenica in atto» (p. 59) che dona quel Pane della Parola senza di cui non possiamo vivere.

Nell’inclusione permane non solo la lettura consegnata alla carta ma anche la lettura consegnata agli occhi e alla mente delle persone che terranno in mano il libretto. Indubbiamente apparteranno agli ambiti storici degli estensori e porteranno con loro il legato delle rispettive tradizioni e comunità. Indice questo di un’apertura che il Concilio Vaticano II ha voluto, pur affermando le linee che caratterizzano la lettura cattolica. Rimane una grande sfida perché, nel mentre si assevera e ci si dona con tutto il cuore alla propria tradizione, nel contempo ci si apre ad un ascolto ed ad un’accettazione di chi cerca Dio, con altre matrici culturali e storiche ma è divorato dalla stessa sete della Parola.

Per questa ragione, ciascun contributo va valutato a se stante ma pure insieme, sapendo attribuire a ciascuno la propria origine e sapendo apprezzare il cammino verso il mistero di Dio. Non impugnando il setaccio proprio e quindi osservando quanto passa o non passa, per poter declinare la propria, specifica, ortodossia, ma acuendo il proprio sguardo per poter concedere spazio a sensibilità diverse.

Quanto andrò dicendo proviene da una mia sensibilità critica, dalla mia personale fame e sete della Parola, così come me la dona la mia appartenenza alla tradizione del Monte Carmelo – in questo non mi si creda di parte perché sono sorella del carmelitano e della carmelitana che firmano la loro letture, quanto piuttosto monaca lieta di poter scoprire, una volta di più, la ricchezza della Fonte di Elia, dalla mia sensibilità ecumenica cesellata da una vita – prima dell’entrata nella Terra del Carmelo – vissuta a contatto con tante donne e uomini di religione diversa ma accomunati dalla grande passione di Dio che li abitava.

Natale Fioretto si fa portavoce del grande dono all’umanità e a chi crede nel Vangelo di Gesù dell’esperienza di Valdo, del suo amore per la Parola. In questa chiave, ingloba la sua formazione di linguistica, il passo allora diventa poliglotta ed attento alle varianti più sottili; preziosa è la conclusione di «Il Vento soffia dove vuole» e racchiude un grande monito che dovrebbe scuotere la coscienza: «Noi ci creiamo Dio sulla base della nostra sensibilità e, non di rado, del tumulto dei nostri pensieri, mentre, al contrario, Dio è ben oltre la nostra portata seppure incredibilmente prossimo» (p. 18). È la Parola infatti che ci plasma, mentre troppo spesso, i cristiani, a qualunque confessione appartengano, impongono alla Parola la loro ottica, e questa è una rapina bella e buona, cioè un reato dinanzi allo Spirito.

«L’incontro con Dio che ci scuote» porta la firma di Charlò Camilleri, il mio fratello carmelitano, che punta sulla Presenza di Dio senza cui la famiglia carmelitana non avrebbe ragione di esistere e di vivere. Presenza che cambia Elia e che può cambiare ciascuno/a, svellendo da imperfezioni e conducendo al cambiamento epocale, con un atteggiamento nitido, richiesto: «…dal cambiamento e dalle nuove realtà emergenti confrontandoli con serena tranquillità, trovando quell’equilibrio necessario tra le radici del passato e i nuovi orizzonti offerti dalle sfide contemporanee» (p. 29).

Il pastore valdese Eric Noffke lancia una vampata con «Il fuoco» che trapassa le sue pagine e dovrebbe trapassare anche le coscienze. Elia divampa e, come le lingue di fuoco purificano l’oro e bruciano le scorie, così bisogna essere avvertiti di «come sia facile cadere nella tentazione di confondere Dio per il suo avversario» (p. 36); di passare quindi da una vista purificata ad una vista annebbiata che costringe all’errore. In quest’ottica, l’appassionato grido di non confusione tocca il terreno scottante della vita, dell’alimentazione forzata. Il richiamo, poiché proviene da una persona che consacra l’esistenza a Dio, è serio e non banale «la vita è sacra» e fin qui concordo pienamente, quanto a cimentarmi sulla definizione di persona morta e alla conclusione tratta da Noffke, la mia sensibilità di cattolica mi porta ad un altro discernimento fra idolo e Dio, pur stringendo la mano a chi scrive una frase inequivocabile: «Solo Lui è santo, e solo al suo richiamo dobbiamo rispondere» (p. 37).

Anastasia di Gerusalemme, la sorella carmelitana, affronta i tre non e i tre dopo con cui Elia si trova alle prese, in «Dov’è il Dio di Elia?». Con questo contributo è raggiunto e scavato il testo originale ebraico che emana tutta la sua ricchezza di Parola assunta nella forma verbale della lingua che fa tutt’uno con il popolo di Israele e l’alleanza. L’intento si palesa immediatamente: «Partiamo… per questa ricerca interiore e profonda, verso il cuore, il centro della parola; non più al di fuori, sulla soglia dei significati, nella loto immediatezza e superficialità, ma verso l’interno, verso l’invisibile» (p. 51).

Per quanta poca esperienza si sia fatta di viaggi e di viaggi interiori, come quello di Abramo, un dato sarà emerso: il pane è diverso e il nostro gusto originario, plasmato dalla nostra origine, lo reclama malgrado la bontà di quello offerto ma, appunto diverso.

Con il Pane della Parola abbiamo un grande dono: questo Pane, lo stesso Signore Gesù Cristo, ci si dona accettando il nostro gusto e conducendoci proprio così, nella nostra umanità, al Padre. La restituzione quale può essere? Saper accettare il gusto altrui senza condannare e lasciarci spezzare come Lui. L’invito non si volge al sincretismo o ad un lassismo ma a non fissarsi sull’ideologia e nel sapere conservare la propria identità, con serenità, nel mentre si compie insieme il grande viaggio verso il Padre, sostenuti dall’unico Pane che, purtroppo, noi siamo capaci di edulcorare. La salvezza tuttavia non parte da noi, dal nostro gustare il Pane, ma dal Pane stesso: Egli invita, Egli conduce, Egli chiarirà tutto nel mentre si dona e si lascia spezzare per noi. Tutti.

L’auspicio quindi è che questo libretto rappresenti solo la prima tappa del grande viaggio, uniti e rispettosi nella diversità. Spezzo una lancia a favore della mia tradizione carmelitana se affermo che questa è proprio la chiamata di chi abita la Terra del Carmelo oppure è solo una gioiosa constatazione?

prof. Cristiana Dobner
dal sito TeologiaSpirituale.it




Graphe.it

 
“La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro; leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare” (A. Schopenhauer)


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