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Io ero l’Africa, di Roberta Lepri

 
Roberta Lepri, Io ero l'Africa
Roberta Lepri, Io ero l'Africa
Roberta Lepri, Io ero l'Africa

 
Scheda del libro
 

Autore: Roberta Lepri
 
Titolo: Io ero l'Africa
 
Casa editrice: Avagliano
 
Anno: 2013
 
ISBN: 9788883093807
 
Pagine: cartaceo; eBook
 
Genere: ,
 
Il nostro voto
 
 
 
 
 


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Aspetti positivi


È una saga familiare diversa da tutte quelle lette finora. Racconta come le persone possono cambiare il loro modo di agire e pensare in un territorio diverso da quello in cui sono cresciute e vissute. Come le passioni, sopite da costrizioni mentali e religiose, possano esplodere, perché il caldo, gli odori e i colori del continente africano scatenano l’istinto primordiale che ognuno di noi tiene nascosto.

Aspetti negativi


Potrebbe farvi venire voglia di prenotare un viaggio in Africa per andare a cercare Said, Angela e Teo.


In sintesi

Io ero l’Africa di Roberta Lepri è un romanzo coinvolgente che narra di come il territorio possa influire sul modo di pensare e di agire delle persone.

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Posted 20 Ottobre 2014 by

 
La nostra recensione
 
 

Roberta Lepri, Io ero l'AfricaIo ero l’Africa è il sesto romanzo di Roberta Lepri, scrittrice nata a Città di Castello che vive e lavora a Grosseto. Ha un figlio, Dario, e un viziatissimo cane bassotto, Prince. Due passioni: la scrittura e i tortelli che prepara con la stessa cura con cui scrive qualsiasi cosa… credo anche la lista della spesa.

Cosa vi posso raccontare di questo libro, ormai sezionato e recensito da un mucchio di persone più titolate di me, che ho letto tre volte per non perdermi qualche riga sfuggita all’occhio presbite e a una lettura che è stata galoppante per arrivare quickly alla fine? Farò così… inizierò con una domanda.

“Perché sei andato in Africa, Nonno?” chiede Bianca a Teo ogni volta che può, quando la voglia di sentir raccontare le storie di quel continente la coglie improvvisa. Bianca è la vera protagonista del libro di Roberta Lepri. È grazie alla sua curiosità che prende vita la storia di Teo e Angela, coloni che dall’Umbria sbarcano in Somalia a cercare fortuna facendo coltivare banane ai “neri”. Teo è restio a raccontare del periodo passato in Africa alla nipote, ma lei è una bambina tenace, sa aspettare anche un’intera giornata il momento giusto per chiederglielo. Nel libro queste parti, che ho molto apprezzato, sono un mezzo per riportare la storia al presente e un modo per dare spazio ai pensieri buffi della bimba:

Quando la voglia di quelle storie la prendeva in modo struggente, Bianca si metteva a spiare il nonno sin dal mattino. Appena lo vedeva uscire dalla porta della sua camera, cominciava con il chiedergli se avesse dormito bene, indagava…

L’Africa esercita su Bianca una forte attrazione, dovuta anche agli oggetti presenti nella casa dei nonni, come la fotografia in bianco e nero di una giovane ragazza di colore a seno nudo o le due zanne di elefante appese sul camino. Queste ultime, ricordo della tragedia che sarà la causa per cui i protagonisti dovranno rivedere il loro rapporto con l’Africa, per poi tornare alla vita in Italia, dove non saranno mai più le stesse persone.

Io ero l’Africa è un romanzo ambientato negli anni Cinquanta e descrive la vita di Teo, mezzadro di modeste origini, e di Angela, che oltre a essere più ricca di lui, è colpevole, per la famiglia del marito che la accoglie appena sposata (ma già in attesa del primo figlio) di essere bella e colta. Una storia sull’amore e sulla fine dell’amore, una parabola di costruzione e distruzione, come spesso accade nei matrimoni, oggi come un tempo. Roberta ce l’ha raccontata con la passione di chi ama la scrittura come se l’inchiostro della penna che ha usato per scrivere scorresse nelle sue vene. Come se la scrittura fosse lei stessa, così come l’Africa era Angela.

La Lepri ama il suo libro, si sente. Ama i personaggi che descrive e la polverosa terra africana su cui essi recitano la loro storia. Ogni frase distilla sentimenti, colori e passioni, le stesse che vivono i protagonisti.

Questo libro è tutto fatto di colori: il verde dell’insalata che Teo mette in bocca a grandi forchettate; il verde smeraldo dei “bruchi dalla pancia piena” che cadono dal salice sulla schiena della piccola Bianca; il verde in cui si trasforma Angela, come la savana dopo il temporale, per la pioggia di parole che legge nelle lettere dei figli lontani; il verde, colore delle banane non ancora mature. E poi il nero: la pelle di Said di cui vorrebbe conoscere la consistenza e l’odore. E il rosso, che chiude il libro: il rosso del sangue che segna il cambiamento nella vita di tutti quanti.

L’Africa diventa il ring dove si scontrano Teo e Angela: e il primo “pugno” virtuale viene sferrato da Teo subito, all’arrivo di Angela, dopo due anni di lontananza. Lui non è più lo stesso uomo mite e remissivo di un tempo, un anello da padroni evidenzia il cambiamento avvenuto. Proprio lui, che in Umbria era un semplice mezzadro, sempre in lotta per l’affermazione dei diritti dei lavoratori, ora è il padrone che commette violenza sui “neri” della sua piantagione.

Forse Teo non era cambiato, era già così e lei non se ne era accorta, adesso però si era fatto enorme, una massa di carne e pensieri che ribolliva e di cui lei non riusciva più a vedere i contorni esatti.

Ma non è solo Teo a cambiare. Angela, appena sfiorata da questa nuova vita, comincia a desiderarla con tutta se stessa, al punto da riuscire a essere felice anche senza i suoi figli: un pensiero netto, che la fa anche vergognare. Ma è solo in quel luogo, all’apparenza ostile, che si sente, per la prima volta nella sua vita, protetta e accolta. Lì non c’è il tempo e non esistono limiti.

L’Africa libera la psiche di Angela da tutte le costrizioni mentali a cui era abituata, al punto che comincia a desiderare di accarezzare la pelle nera e lucente di Said, il guerriero Masai che le hanno messo come scorta. È la rinascita della sua parte più genuinamente femminile e lo si vede anche nelle movenze che assume: non cammina più, ora ondeggia come le canne vicine al fiume. E quando infine Teo decide, senza consultarla, di lasciare la Somalia, lei capisce che in Italia non potrà più riportare niente di sé. La parte migliore di lei resterà per sempre lì, dove ha conosciuto libertà e felicità.

Guardava fuori e intanto sceglieva quale parte di sé lasciare e dove. Le mani vicino all’aloe. La bocca sotto l’albero di Said. Le gambe in fila con le ragazze del villaggio per andare al fiume ogni mattina.

Tanto che Teo, nelle ultime righe del romanzo, chiede alterato a quella donna, ormai del tutto diversa da colei che ha sposato: “Chi sei tu?”. E Angela risponde: “Io sono l’Africa”.




Anna Wood

 


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