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Il Paese dell’alcol, di Mo Yan

 
Mo Yan, Il paese dell'alcol
Mo Yan, Il paese dell'alcol
Mo Yan, Il paese dell'alcol

 
Scheda del libro
 

Autore: Mo Yan (traduzione di Silvia Calamandrei; edizione italiana a cura di Maria Rita Masci)
 
Titolo: Il Paese dell'alcol
 
Casa editrice: Einaudi
 
Anno: 2015
 
ISBN: 978-88-06-15515-5
 
Pagine: 363
 
Formato: cartaceo; eBook
 
Genere: ,
 
Il nostro voto
 
 
 
 
 


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Aspetti positivi


Con uno stile asciutto e con parole taglienti l'autore affronta un tema così controverso come quello del cannibalismo

Aspetti negativi


La compresenza di più storie può essere un elemento di distrazione


In sintesi

Il Paese dell’alcol è un romanzo di Mo Yan, Nobel per la letteratura 2012, in cui tutto parte da una storia macabra, in cui dei bambini vengono mangiati

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Postedgiovedì, 14 gennaio 2016 by

 
La nostra recensione
 
 

Mo Yan, Il paese dell'alcolOmne trinum est perfectum, recita una sentenza di origine medievale. E questa perfezione del tre la possiamo trovare anche ne Il Paese dell’alcol, romanzo di Mo Yan, Premio Nobel per la letteratura nel 2012, in libreria per Einaudi.

Ne Il Paese dell’alcol, infatti, Mo Yan racconta una storia – scabrosa e macabra – ma di fatto sono tre diverse storie, prima separate ma che poi mano a mano confluiscono.

La narrazione principale è quella di un ispettore di polizia, Ding Gou’er, che si reca a Jiuguo, il Paese dell’alcol appunto, per indagare su un fatto che ha dello sconvolgente: secondo alcune denunce anonime, infatti, prelibatezza culinaria del paese sono i bambini, brasati. Una cosa da far saltare sulla sedia e di fatti il nostro Gou’er sulla sedia ci salta quando, dopo litri e litri di alcol, gli servono proprio un bambino, brasato, profumato e invitante. Ma sarà proprio un bambino? A detta di chi glielo serve no: si tratta di una tecnica culinaria che utilizza fiori di loto, carote, vari tagli di carne e via dicendo e che assembla un piatto a forma di bambino, un neonato perfetto. E gli chef sono così bravi che riescono a realizzare dei bambini commestibili che muovono anche gli occhi. O forse sono bambini veri e propri?

Tra un capitolo e l’altro de Il Paese dell’alcol Mo Yan inserisce delle lettere che un giovane “specializzando in miscelazione di liquori all’Università della distillazione di Jiuguo”, tal Li Yidou, gli scrive per accompagnare i suoi racconti: il giovane vuole diventare scrittore e si rivolge a Mo Yan, celebrato come autore di Sorgo rosso, per avere un parere sui suoi testi. Anche qui la presenza dell’alcol è tanta e a volte seguire il filo del discorso non è facile, tanto che sembra ci si stia perdendo tra i fumi dell’alcol stesso. Mo Yan risponde a Li Yidou e così questa seconda parte del libro diventa quasi un corso di scrittura (Il Paese dell’alcol è stato pubblicato in Cina nel 1992, ben venti anni prima del Nobel allo scrittore).

La terza parte è costituita dai racconti che Li Yidou invia a Mo Yan. Il tutto in un rimando tra storia principale e narrazioni secondarie che alla fine si intrecciano del tutto.

Il lettore può così scegliere se seguire la storia principale, se immergersi nel carteggio tra i due uomini, se leggere i racconti dello scrittore in erba oppure leggere tutto di seguito così come è composto il romanzo Il Paese dell’alcol.

La lingua di Mo Yan è molto fisica, diciamo così (un esempio: “Avvertì uno spasmo all’ano. I vasi sanguigni del retto si erano contratti di colpo, causandogli un dolore terribile. Capì che gli si stava scatenando un ennesimo attacco di emorroidi”), ricca di annotazioni sui colori e sugli odori (“Una cameriera in rosso tolse la pianta grassa posata sulla tavola mentre altre due inservienti portarono un grande vassoio dorato su cui era seduto un bambino giallo oro che emanava un profumo molto particolare”) e, soprattutto, di metafore. Perché, forse, Il Paese dell’alcol alla fine è tutta una grande metafora.




Roberto Russo

 
Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.


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