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La fortezza del castigo: recensione e intervista agli autori Pierpaolo Brunoldi e Antonio Santoro

 
Pierpaolo Brunoldi - Antonio Santoro, La fortezza del castigo
Pierpaolo Brunoldi - Antonio Santoro, La fortezza del castigo
Pierpaolo Brunoldi - Antonio Santoro, La fortezza del castigo

 
Scheda del libro
 

Autore: Pierpaolo Brunoldi - Antonio Santoro
 
Titolo: La fortezza del castigo
 
Casa editrice: Newton Compton
 
Anno: 2018
 
ISBN: 9788822713575
 
Pagine: 380
 
Formato: cartaceo, eBook
 
Genere: , ,
 
Il nostro voto
 
 
 
 
 


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Aspetti positivi


Il connubio storia/vicende personali dei protagonisti, la descrizione della società dell'epoca, il falco, il fatto che (probabilmente) ci saranno altri romanzi.

Aspetti negativi


I comprimari non troppo tratteggiati, il finale aperto (vogliamo sapere subito come si svolge tutta la vicenda), il falco che vola di notte?


In sintesi

«La fortezza del castigo» è un thriller storico di Pierpaolo Brunoldi e Antonio Santoro: la nostra recensione e intervista agli autori.

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Postedmartedì, 3 aprile 2018 by

 
La nostra recensione
 
 
Pierpaolo Brunoldi - Antonio Santoro, La fortezza del castigo

Pierpaolo Brunoldi – Antonio Santoro, La fortezza del castigo

La fortezza del castigo è l’esordio alla narrativa del duo di sceneggiatori Pierpaolo Brunoldi e Antonio Santoro. Si tratta di un romanzo giallo-storico, dove non mancano certo azione e avventura. Se avete apprezzato Il nome della rosa e I pilastri della terra, allora di sicuro vi appassionerete anche a La fortezza del castigo.

La fortezza del castigo

Ci troviamo nell’Italia medievale. Un frate francescano alchimista e appassionato di enigmi, Bonaventura da Iseo, è il protagonista di questa vicenda, una via di mezzo fra Guglielmo da Baskerville e Auguste Dupin.

Nella Francia del 1266 l’inquisitore Marcus aspetta nel convento di Mantes l’arrivo di un frate: vuole a tutti i costi strappargli la verità su un misterioso libro segreto che potrebbe scardinare le basi della Chiesa.

Nel 1214, invece, ad Altopascio, in Italia, nella casa dei Cavalieri del Tau, fra Bonaventura da Iseo, viene a sapere che il suo mentore, Francesco d’Assisi, è sparito. Nel frattempo riceve uno strano manoscritto da parte di un suo confratello ferito, libro che dovrà custodire a costo della vita. Bonaventura è deciso a trovare e liberare Francesco, così si mette in viaggio. Peregrinando fra conventi e castelli, scoprirà che il suo maestro portava con sé una reliquia capace di sconfiggere le forze del Male ed evitare l’avvento dell’Anticristo.

Mentre si trova sule tracce del Fraticello d’Assisi, Bonaventura e i suoi compagni di viaggio finiranno per arrivare alla rocca maledetta di Montségur, una fortezza catara inespugnabile, sede degli eretici.

Un thriller storico

Se amate i thriller storici, allora La fortezza del castigo è ciò che fa per voi. A partire dall’impianto narrativo, una mossa tattica che invoglia il lettore a leggere i sequel (perché ci devono essere dei sequel, il finale è aperto): si inizia nel presente con un rimando a ciò che è accaduto nel passato e con la promessa di ciò cha accadrà nel futuri per portarci al presente. Una sorta di serpente che si morde la coda.

La trama ci presenta una storia perfettamente coerente, con i giusti colpi di scena (anche se i lettori più smaliziati avranno subito capito l’identità di un personaggio misterioso), la giusta dose di misteri da svelare, conditi da un alone di magia ed esoterismo che non guastano. I personaggi (alcuni realmente esistiti, altri inventati) si muovono sullo sfondo di vicende storiche ben documentate. È interessante vedere come tali vicende finiscano con l’influenzare i personaggi e come la storia narrata possa condizionare ciò che è accaduto veramente nel corso della storia.

Non mancano le scene di azione e di lotta, a tratti sembra quasi di riecheggiare il videogioco Assassin’s Creed. Lo stile di scrittura è adatto al tipo di narrazione, non è né troppo moderno, né troppo aulico, cosa che avrebbe appesantito troppo la lettura.

I personaggi de «La fortezza del castigo»

I personaggi principali sono ben delineati e tratteggiati, col giusto approfondimento psicologico. Ognuno ha le sue luci e ombre, nonché un passato che finisce con l’influenzare le azioni nel presente. Abbiamo Bonaventura, personaggio storico realmente esistito, guerriero, mago, alchimista, assassino e frate: inevitabilmente tutti questi aspetti della sua personalità finiranno per creargli dubbi e incertezze. Così come in Rolando, cavaliere integerrimo che vedrà cuore e dovere scontrarsi fra di loro. E che dire della giovane Fleur, ragazza dalla forte personalità che mal si adatta a ciò che la rigida società dell’epoca vorrebbe imporle? E poi abbiamo Francesco: immagino che non sia stato facile descrivere un tale personaggio.

Forse meno delineati i compagni comprimari: meglio va a Luca, ma Angelo e i due cavalieri del Tau rimangono un po’ sottotono rispetto ai personaggi principali.

Comunque sia, un’ottima lettura che invoglia il lettore a proseguire con ulteriori romanzi e che ci immerge perfettamente nell’atmosfera dell’epoca.

Pierpaolo Brunoldi e Antonio Santoro autori de «La fortezza del castigo»

Pierpaolo Brunoldi e Antonio Santoro autori de «La fortezza del castigo»

Intervista a Pierpaolo Brunoldi e Antonio Santoro

Per meglio approfondire il romanzo La fortezza del castigo, abbiamo rivolto alcune domande agli autori Pierpaolo Brunoldi e Antonio Santoro.

La prima domanda è per Pierapaolo Brunoldi: una laurea in veterinaria, recitazione e un master in sceneggiatura. Quanto hanno influito questi studi nella stesura di questo romanzo?

Hanno influito in suggestioni, approccio ai personaggi e metodologia di scrittura. Suggestioni, perché la confidenza con gli animali, insieme alla forte valenza simbolica ci ha portati a scegliere un falco come compagno di avventura di Rolando, il cavaliere del Tau, frate guerriero dal volto sempre coperto da una maschera d’oro. Il rapace assurge a simbolo non solo di un’arte nobile come quella della falconeria, che era stata da poco tradotta in molti manuali provenienti dai paesi arabi, e doveva culminare in quel capolavoro che è il de arti venandi cum avibus, il trattato redatto da Federico II. Ma anche di un rapporto con la natura da parte dell’uomo rispettoso della sua ecologia e che va oltre il mero sfruttamento dell’animale.

Ma certamente dal punto di vista dell’immaginario ci siamo riferiti anche a un film che abbiamo entrambi amato molto, Lady Hawke, dove il protagonista viaggia sempre in compagnia del suo falco. L’approccio scientifico dei miei studi ha contribuito a tratteggiare la figura di Bonaventura dal punto di vista di guaritore. Bonaventura si è formato con medici provenienti dalla Scuola Salernitana, che a quei tempi praticavano rudimentali ma efficaci forme di anestesia e chirugia. Per questo all’interno del romanzo è presente una realistica descrizione di un intervento chirurgico, effettuato con criteri che, per quanto rudimentali, si sono evoluti fino alle nostre moderne tecniche. La recitazione ha fornito un valido supporto nel processo di creazione dei personaggi. Penso che gli studi, soprattutto nell’ambito dell’improvvisazione, abbiano aiutato molto sia me che Antonio nel processo di empatia che ogni autore deve sentire in modo prepotente nei confronti della sua creazione. Infine il metodo. La sceneggiatura è un tipo di narrazione che impone, nella fase di soggetto e di trattamento, ovvero la componenete letteraria dei passaggi verso la sceneggiatura vera e propria, una grande attenzione affinché la scrittura abbia un impatto sull’immaginario visivo molto forte, e questo credo emerga nel romanzo, per via della formazione di entrambi.

Antonio Santoro, non è facile scrivere un romanzo a quattro mani. Come vi siete suddivisi il lavoro? Avete proceduto di pari passo, in parallelo o ognuno ha scritto la sua parte e poi avete fatto in modo di farle confluire in un tutto più fluido e organico?

A dire il vero veniamo già da un lungo rodaggio di scrittura a quattro mani iniziato nel 2008, in occasione di un master in sceneggiatura, durante il quale abbiamo scritto un giallo, poi tradotto in romanzo. Quindi la scrittura in coppia non era una novità quando abbiamo iniziato la prima stesura. La distribuzione del lavoro non è rigida, al contrario per creare amalgama, anche se suddividiamo inizialmente il lavoro, ognuno poi rivede la parti dell’altro riscrivendole, talvolta anche in maniera radicale. Insomma non c’è nel romanzo una parte completamente scritta dall’ uno o dall’altro. Ogni pezzo è frutto di molteplici riscritture a opera di entrambi. Quanto ai personaggi, nella costruzione del protagonista, siamo stati certamente influenzati dall’Auguste Dupin dei racconti di Poe, autore che ci è molto caro. L’acume investigativo di Bonaventura gli è debitore. Quanto a Rolando abbiamo cercato di trasferirgli l’ardimento dell’Orlando dell’Ariosto e il tormento di personaggi più moderni e popolari, come Aragorn del Signore degli Anelli di Tolkien, anche quest’ultimo autore amato da entrambi. Insomma un mix di antico e moderno che ne fa il compagno d’armi ideale per chiunque. Fleur poi è stata una vera sfida: volevamo farne un personaggio che fosse allo stesso tempo una donna fiera e fragile, dal grande fascino sensuale, ma anche ribelle e insofferente alla marginalizzazione, che nel Medioevo veniva riservata alle donne. Problema purtroppo ancora attuale, sia pure non più nella misura di quell’epoca. Anche i dialoghi sono una specificità del nostro romanzo, avendo, sia io che Pierpaolo, una formazione come drammaturghi e sceneggiatori. Questi sono stati scritti sempre cercando verità, autenticità e amalgama, come abbiamo fatto per le parti narrative. Sicuramente la mia formazione da regista mi spinge anche a dare molta importanza al ritmo delle sequenze narrative, all’ambientazione, alle atmosfere e più in generale all’aspetto visivo del racconto, potrei dire sensuale, inteso come percepito attraverso i sensi. Lo stesso posso dire delle situazioni e delle azioni narrate, per me è fondamentale che le prime siano sempre molto dettagliate e le seconde ben motivate, organiche e che rispondano profondamente alle urgenze e al background dei personaggi.

Bonaventura da Iseo è un personaggio realmente esistito, ma di lui non si sa molto. A chi vi siete ispirati per quanto riguarda la sua personalità e il suo modo di agire descritti nel romanzo?

Bonaventura da Iseo è un personaggio storico sì, ma dalla biografia lacunosa e scarna. Ciò che conosciamo di lui proviene soprattutto da uno dei primi trattati alchemici redatti in occidente, il liber compostella, scritto di suo pugno in età avanzata. Il fatto che un francescano avesse nel suo bagaglio di conoscenze l’alchimia ci ha colpito molto, aiutandoci a trattetteggiare un personaggio insofferente alle superstizioni e alle gerarchie ecclesiastiche. Per il resto non abbiamo fatto altro che riempire gli spazi bianchi con la nostra fantasia, trasferendo in lui le caratteristiche di personaggi che abbiamo amato, come ad esempio Gugliemo da Baskerville di Eco e l’Auguste Dupin di Poe. Al primo personaggio va attribuita sicuramente la sua propensione ad essere in bilico tra fede e scienza, tra mondo sensibile e trascendente, contraddizione solo apparente, che ci appassiona entrambi, e aspetto che ne fa un personaggio assai moderno nel quale molti si possono identificare e ritrovare aspirazioni, dubbi, inquietudini e passioni che fanno parte dell’immaginario collettivo e del nostro bagaglio di esseri umani. Il secondo invece possiamo dire che sia un investigatore ante litteram, che fonde intuito e logica deduttiva, un indiscusso modello sulle cui orme si muovono tanti altri che popolano le pagine dei gialli contemporanei.

Da dove nasce l’idea di ambientare un giallo in quel particolare periodo storico? Quali sono state le vostre fonti di ispirazione?

Nace da diverse componenti, che si sono «fuse» e in qualche modo completate a vicenda, sia durante il nostro percorso formativo singolo, che nella scrittura a due. In primo luogo, fin dal liceo, la forma architettonica più vicina alla nostra indole è stata quella del periodo romanico e gotico, le suggestioni delle pievi e delle abbazie, disseminate in tutta Italia ci hanno sempre visti ricercare la storia tra le antiche mura. In qualche modo la conoscenza stessa era depositata all’interno di questi simulacri. San Colombano a Bobbio, ad esempio, aveva uno scriptorium tra i più forniti del mondo. La conoscenza e la sua trasmissione erano affidate a questi monaci. E la conoscenza, si sa, è in qualche modo intrecciata con il potere. E a questo è legato un secondo aspetto. Gli stessi monasteri, le abbazie, persino intere città dovevano spesso il loro status sociale ed economico alle reliquie. Il possesso di una reliquia di un santo, come nel caso di San Giacomo, poteva muovere schiere di pellegrini lungo le vie dell’epoca, i quali rischiavano di perdere tutto, vita compresa, durante il pellegrinaggio verso Santiago di Compostela. Per dare un’idea del valore di tali reliquie basti pensare che la corona di spine posta sul capo di Gesù, conservata a Costantinopoli, fu data in pegno da Re Baldovino II in cambio di un tesoro in monete d’oro. La reliquia finì poi nelle mani del re di Francia, Luigi IX, che costruì la sacra cappella per custodirla, rafforzando così enormemente il suo potere. Il nostro romanzo pone al centro della sua narrazione un’altra reliquia, capace di scatenare la cupidigia di forze palesi e occulte, una reliquia che probabilmente è la più importante mai esistita. Poi vi sono luohi suggestivi dove ambientare una vera e propria caccia. Luoghi dove il sospetto, il tradimento e l’inganno sono comune merce di scambio. E infine un personaggio simbolo come Francesco d’Assisi, perfetta incarnazione di un cambiamento che stava scuotendo e portando al potere nuovi ceti sociali, imponendo anche profonde trasformazioni all’interno della Chiesa. Circa i modelli che ci hanno ispirato di sicuro possiamo portare almeno due esempi: Il nome della rosa di Eco e I pilastri della terra di Ken Follett, due assoluti maestri del genere, libri che abbiamo amato molto, oltre al già citato Signore degli anelli.




Nymeria

 
Nerd inside, come scopo nella vita sto cercando di leggere tutta la letteratura fantasy possibile e immaginabile.. Beh, poi ci sono anche i manga, i videogiochi, i telefilm, i film... ce la farò?


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