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Le cose semplici, di Luca Doninelli

 
Luca Doninelli, Le cose semplici
Luca Doninelli, Le cose semplici
Luca Doninelli, Le cose semplici

 
Scheda del libro
 

Autore: Luca Doninelli
 
Titolo: Le cose semplici
 
Casa editrice: Bompiani
 
Anno: 2015
 
ISBN: 9788845277702
 
Pagine: 838
 
Formato: cartaceo; eBook
 
Genere: ,
 
Il nostro voto
 
 
 
 
 


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Aspetti positivi


Interessante l’idea alla base della trama.

Aspetti negativi


Gli sviluppi – tanto narrativi quanto stilistici – lasciano alquanto a desiderare.


In sintesi

«Le cose semplici» è un romanzo di Luca Doninelli con un’interessante idea alla base ma poi deludente per gli sviluppi, tanto narrativi quanto stilistici.

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Posted 12 Luglio 2016 by

 
La nostra recensione
 
 
Luca Doninelli, Le cose semplici

Luca Doninelli, Le cose semplici

Edito da Bompiani, Le cose semplici è l’ultima fatica di Luca Doninelli ed è tra i cinque finalisti del premio Campiello 2016. Scritto sotto forma di diario, il libro racconta il punto di vista di Edoardo sul mondo che lo circonda e lo separa da ormai un ventennio da Chantal, sua moglie. Siamo nel 2039 e vent’anni sono passati dal tracollo economico, tecnologico e civile del pianeta, un crollo che ha compromesso l’industria, le telecomunicazioni, i trasporti, l’informazione e la formazione trasformando le città in nuove giungle, gli uomini in criminali e disincantati flâneur. I quaderni di Edoardo ripercorrono la sua vita dall’infanzia al tempo presente e individuano come fil rouge di un’intera esistenza proprio Chantal, diafano genio della matematica, relegata al di là dell’oceano Atlantico e di cui si è persa ogni notizia.

Acclamato dalla critica e praticamente proposto vox populi per il premio Campiello, si è rivelato però, a mio parere, un’enorme delusione. La quasi unicità della voce narrante (interrotta solo da un capitolo “scritto” da Chantal) ha reso la narrazione scialba e insignificante, appiattita da lunghe, lunghissime, parentesi che troppo devono a Svevo e Manzoni. Il manoscritto del padre ritrovato e pubblicato dal figliastro Mark, che interviene di tanto in tanto con note a piè di pagina, quasi a voler proiettare un’ombra di modernità su pagine che di ben altro avrebbero bisogno. I capitoli sul padre, sulla madre, sulla sorella, sulla moglie, sull’amante, sul figlio.

Si tratta di un libro – 838 pagine! – scritto senza guizzo linguistico, senza meriti stilistici, con un atteggiamento quasi paternalistico nei confronti dei lettori, cui qualunque allusione intertestuale deve essere prontamente e debitamente svolta. Il pubblico è relegato nello stato di minorità, non gli è demandato alcuno sforzo critico e neppure una volta si lascia il giusto spazio agli interrogativi, ai dubbi: tutto viene chiarito. Inoltre Doninelli, troppo legato al tempo in cui scrive, fa crollare qualunque finzione narrativa: i quaderni dovrebbero essere stati scritti nel 2039 ed essere destinati a un pubblico postumo, ma nel suo eccesso di premure il narratore si riferisce chiaramente al lettore contemporaneo, del 2016, con tutti i difetti che un punto di vista interno in questo caso inevitabilmente comporta. Se avesse optato per una voce esterna, una narrazione onnisciente, avrebbe potuto evitare almeno questo scivolone.

A contribuire a questa sorta di caduta della quarta parete è poi la totale infondatezza scientifica della trama. All’improvviso, dopo rare ed incomprese avvisaglie, il mondo collassa. Addio petrolio, elettricità e qualunque tecnologia. Benvenuti alberi secolari in piazzale Baracca e allevamenti in corso Como a Milano. Così, tra l’indifferenza e l’ignoranza di tutti. Il romanzo postapocalittico non è un’invenzione di Doninelli, quello fantascientifico neppure, ma Le cose semplici non sfiora nemmeno lontanamente l’inventiva, ad esempio, di Dick, o del Ballard de La foresta di cristallo, con cui pure condivide l’assenza di un valido movente per la tragedia. Dal punto di vista scientifico il romanzo è del tutto inverosimile, trascura le premesse tecnologiche e l’alta formazione di una larga fetta della popolazione, macchiandosi di un’ingenuità -e di un’ignoranza- a dir poco fastidiosa.

La stessa ingenuità si percepisce anche in alcune scelte “stilistiche” che deprimono ulteriormente la prosa: penso al capitoletto “La notte folle” (pp. 433-440), nel quale il protagonista insonne si avvia per le strade di un paesino toscano completamente nudo e incontra una statuaria Lucia Turrini, che gli si para impudica davanti. Ecco le parole dell’autore: «Provai un grande desiderio di guardare le sue mani […], vicinissime al mio cazzo che pulsava come un secondo cuore, e da cui saliva, attraverso il ventre, il petto e la gola, un’ardente angoscia», e poco più sotto «[…] e un dito, un solo dito, toccò appena la punta del mio cazzo, e continuò a toccarlo così, mentre il mio seme cominciava ad uscire da me, e poi continuava ad uscire, senza sosta, copioso. […] Il mio seme colava attraverso le sue dita. Lei, tranquillamente, cominciò a spalmarselo in faccia come una crema. Iniziò dagli zigomi, per passare poi sulle gote, sempre con movimenti tranquilli, perlopiù circolari, talora picchiettando con i polpastrelli […]. “Fa piuttosto bene alla pelle” disse.» L’impressione della sequenza è di un grande imbarazzo, maldestramente coperto dall’uso della parola cazzo, quasi a voler dar prova di audacia e spavalderia letteraria: la pressione però è troppa e sfocia in un più castigato seme. Purtroppo anche in questo caso la memoria vola a Henry Miller o a David Foster Wallace, al loro lirismo osceno, e dal confronto Doninelli esce inevitabilmente schiacciato.

Mi si potrebbe obiettare di non aver colto il fulcro della sua opera, un nucleo tematico fatto di interrogativi più o meno esistenziali (come il titolo già suggerisce), o di non aver dato il giusto valore alla riflessione sulla fiducia nell’uomo, sull’importanza di costruire un futuro basato sulla bellezza salvifica di dostoevskijana memoria. Si tratta invece di elementi che ho colto, ma che ho deciso di trascurare: purtroppo ad emergere per prime sono state le caratteristiche di cui sopra.

Un peccato, ad ogni modo, aver sprecato così una trama che, a ben vedere, avrebbe potuto essere sfruttata in maniera più sapiente.




Anna Clara Basilicò

 
(Quasi) laureata in Lettere classiche, vivo tra Milano e Palermo per soddisfare il bisogno di agire e quello di sognare. Il mio motto è il kantiano “Sapere aude”, ma nel mondo dello scibile sono attratta soprattutto dalla letteratura e dalla filosofia medievale. O almeno per ora.


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