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«Lo chiamavano gladiatore» di Andrea Frediani e Massimo Lugli (e intervista agli autori)

 
Andrea Frediani e Massimo Lugli, Lo chiamavano gladiatore
Andrea Frediani e Massimo Lugli, Lo chiamavano gladiatore
Andrea Frediani e Massimo Lugli, Lo chiamavano gladiatore

 
Scheda del libro
 

Autore: Andrea Frediani - Massimo Lugli
 
Titolo: Lo chiamavano gladiatore
 
Casa editrice: Newton Compton
 
Anno: 2018
 
ISBN: 9788822714213
 
Pagine: 379
 
Formato: cartaceo; eBook
 
Genere: ,
 
Il nostro voto
 
 
 
 
 


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Aspetti positivi


La descrizione dei combattimenti dei gladiatori, la ricostruzione di fatti storici, le spiegazioni delle diverse tecniche di lotta.

Aspetti negativi


Avrei preferito una maggior incisività e differenziazione del linguaggio fra la parte ambientata nell'antica Roma e quella ambientata ai tempi d'oggi; alcuni interventi invasivi del narratore.


In sintesi

«Lo chiamavano gladiatore» è un romanzo scritto a quattro mani da Andrea Frediani e Massimo Lugli. La nostra recensione e intervista agli autori.

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Postedmercoledì, 7 marzo 2018 by

 
La nostra recensione
 
 
Andrea Frediani e Massimo Lugli, Lo chiamavano gladiatore

Andrea Frediani e Massimo Lugli, Lo chiamavano gladiatore

Dalle menti di Andrea Frediani e Massimo Lugli un romanzo che unisce il presente col passato: Lo chiamavano gladiatore.

Lo chiamavano gladiatore

Nella Roma del I secolo d.C., quella governata dall’imperatore Tito, facciamo la conoscenza di Aurelio. Dopo aver fatto fallire l’impresa lasciatagli dal padre, minacciato dagli strozzini, è costretto a diventare uno schiavo a causa dei troppi debiti. Aurelio finisce così in una scuola di gladiatori, scoprendo di avere un certo talento per l’arena. Questo, però, gli provoca le invidie dei compagni. Invidie che vengono un po’ mitigate dall’aiuto di Clovia, donna priva di scrupoli che riesce ad aumentare le prestazioni degli atleti su cui scommette grazie a un misterioso unguento.

Nella Roma dei giorni nostri, invece, conosciamo Valerio: l’uomo si è innamorato di una prostituta e vuole a tutti i costi liberarla dai suoi protettori. Solo che il suo socio in affari lo ha rovinato, per cui non ha più un soldo. L’unico suo guadagno arriva dai combattimenti clandestini di arti marziali.

Le tematiche principali

Ma quale filo unirà Aurelio e Valerio, a così tante centinaia di anni di distanza?

Due storie apparentemente distanti, ma in realtà molto simili. Aurelio si fa schiavo di sua volontà per pagare i debiti: in palio il saldo e il ritrovamento della libertà a cui egli stesso ha rinunciato. Valerio decide di diventare combattente clandestino per trovare i soldi per liberare la donna di cui si è innamorato, visto che soldi non ne ha a causa dei debiti. Quindi in entrambi i casi una storia di debiti e di necessità di ritrovare la libertà.

A queste tematiche si uniscono, poi, quelle specifiche di ciascun personaggio. Aurelio è vittima di bullismo e nonnismo, Valerio di una società che sembra quasi premiare i truffatori, di una realtà fatta di loschi traffici e di corruzione.

Entrambi vengono soggiogati dal desiderio di prendere la strada più facile, di vincere grazie a miracolosi ritrovati che finiscono col minare la salute e la sanità mentale di entrambi. Atteggiamento comune ai nostri giorni, dove tutti pensano a prendere sempre la strada più facile senza pensare alle conseguenze. Fino a quando queste vengono a bussare alla porta.

Alcune considerazioni

Il libro lascia una certa amarezza di fondo. Vedere che le brutture del mondo persistono dal passato sin ai giorni nostri, senza che nulla sia cambiato, è un po’deprimente. Inoltre si fatica a parteggiare del tutto per i protagonisti. La loro superficialità, il loro modo di pensare («Ma sì, sono il più furbo, lo faccio e poi smetto quando voglio»), non ti fanno sempre tifare per loro. Un punto in più ad Aurelio, però. Il modo in cui Valerio apostrofa la donna che dice di amare, le parole che pronuncia e il modo in cui pensa ad Ambra, fanno capire che è solo un ragazzino viziato che ha scambiato un’infatuazione per amore. Il che è ancora più deprimente perché ha fatto tutto questo per niente, per un sentimento che alla fine si è rivelato polvere. Ah: ci sarà l’happy ending solamente per uno di loro.

Un romanzo duplice, a metà strada fra lo storico e il thriller, scritto a due mani, ma in cui una storia è il riflesso speculare dell’altro.

Intervista a Massimo Lugli e Andrea Frediani sul loro romanzo «Lo chiamavano gladiatore»

Andrea Frediani e Massimo Lugli autori del romanzo «Lo chiamavano gladiatore»

Andrea Frediani e Massimo Lugli autori del romanzo «Lo chiamavano gladiatore»

Abbiamo rivolto alcune domande ad Andrea Frediani e Massimo Lugli (autore quest’ultimo già noto al nostro blog) in merito al loro romanzo Lo chiamavano gladiatore.

Cominciamo con una domanda per Massimo Lugli. Il passato influenza il presente, i problemi dell’antichità si ripresentano anche nei tempi odierni. L’umanità è dunque incapace di imparare dagli errori passati?

Certo che sì. Penso che la storia sia legata da un filo di consequenzialità e del resto, come Frediani insegna, la stessa organizzazione legislativa, militare e amministrativa dell’Impero romano ha influenzato tutto quello che è venuto in seguito nel mondo occidentale. Molti problemi e disservizi della Roma Antica ce li ritroviamo quasi identici al giorno d’oggi: traffico, rumore, immondizia da smaltire, corruzione, piccola e grande criminalità… Basta aprire le pagine di cronaca locale per rendersi conto che, ahimè, l’immagine odierna della capitale non è tanto diversa da quella di allora. Questo è un tasto su cui Andrea Frediani e io abbiamo battuto spesso durante le presentazioni reciproche (che per me sono state un onore grandissimo e immeritato) e che è all’origine stessa del romanzo scritto a quattro mani.

La violenza, i giochi gladiatorii, il gusto del sangue e della lotta meritano un discorso più ampio. Da praticante taoista sono convinto che facciano parte dell’essere umano così come benevolenza, solidarietà e sostegno reciproco in un continuo, dialettico, alternarsi di yin e yang. Certo, nessuno combatte più con gladio, tridente o pugnale nell’arena ma forme più «addomesticate» e civili come Ultimate fighting, pugilato, cage fight dimostrano che vedere due antagonisti che si battono fino allo stremo, a volte rischiando morte o gravi feriti, hanno ancora un richiamo irresistibile per moltissime persone. La corrida, il combattimento dei galli (ancora legale in molti paesi sudamericani) o i ferocissimi scontri tra cani e cinghiali che si vedono su You Tube ne sono un’ulteriore dimostrazione. Non vorrei fare il filosofo della domenica ma credo che comunque l’umanità vada lentamente verso un’evoluzione positiva, in un processo di maturazione che può durare secoli. Chi crede lo chiama Provvidenza.

Scrivere un romanzo storico non è facile. Andrea Frediani, quanto è difficile non cadere nella tentazione di inserire, anche accidentalmente, degli anacronismi o dei modi di dire tipici del presente?

Diventa sempre più difficile quanto più prolificano le serie televisive che, per ottenere un effetto suspense e un ritmo più forsennato, se ne infischiano della storia vera e la rielaborano a loro uso e consumo. D’altra parte il rischio, rispettando rigidamente i paletti che la storia impone e la sequenza degli eventi, nonché il linguaggio e la mentalità dell’epoca, è di scrivere un libro noioso e lento, prevedibile e dalla prosa pesante. Pertanto, se all’inizio della mia carriera di romanziere ero piuttosto rigido, col tempo ho imparato a «chiudere un occhio» soprattutto sulle sequenze cronologiche, allungando o accorciando i tempi in cui si sono effettivamente svolte le vicende laddove conviene allo sviluppo di una trama quanto più possibile efficace e avvincente. E mentre nella descrizione degli eventi cerco di essere agile e di usare un linguaggio moderno, nel discorso diretto e nei dialoghi faccio parlare i miei personaggi evitando quanto più possibile anacronismi, badando solo a non rendere i loro discorsi troppo aulici, enfatici e ampollosi, che è il rischio in cui cadono tutti coloro che vogliono replicare il linguaggio dell’epoca. Ma espressioni tipo «ok», «Per l’amor del cielo», »Vai al rallentatore», che gli autori anglosassoni di romanzi storici usano senza alcun problema, sono bandite dai miei romanzi…

Come viene organizzato il lavoro per un romanzo scritto a due mani?

Massimo Lugli. Lavorare con Andrea è stato esaltante e mi ha insegnato moltissimo, cosa di cui gli sarò sempre grato. Ho scritto a quattro mani con il funzionario di polizia Antonio Del Greco (un libro già uscito, uno di prossima pubblicazione e un terzo su cui stiamo lavorando) ma per il Gladiatore è stata una faccenda completamente diversa. Dopo esserci visti qualche volta per mettere in cantiere un canovaccio comune, ognuno è andato per la sua strada con trama, stile, sviluppi completamente autonomi. Alla fine di ogni capitolo, ciascuno dei due inviava all’altro autore un riassunto di quello che accadeva volta per volta ma ci siamo letti reciprocamente solo a lavoro concluso. La cosa incredibile è che pur ragionando in termini diversi (Andrea in battute, io in righe) abbiamo sfornato lo stesso, identico, numero di pagine. In effetti si tratta di due romanzi che scorrono paralleli, legati solo da un filo comune e che potrebbero essere letti autonomamente. Questa, a mio parere, è l’idea innovativa del libro così come quella di narrare al passato remoto la parte di Andrea Frediani e al presente storico (che io prediligo) la mia. Gli stili di scrittura sono ben differenziati e anche questo, a mio modestissimo parere, è un elemento di grande innovazione.

Andrea Frediani. Era una cosa che, in termini strettamente narrativi, dovevamo scoprire anche noi! L’unica cosa che sapevamo era che volevamo fortissimamente lavorare insieme, per la stima reciproca che ci lega. Dopo aver individuato un canovaccio di massima abbiamo dovuto fare per prima cosa i ragionieri, creando un’intelaiatura abbastanza rigida entro la quale muoverci in parallelo. Abbiamo pertanto stabilito quanti capitoli ci servivano per raccontare l’intera storia di ciascuno, per poterne fare lo stesso numero e poterli dunque alternare. Ne abbiamo stabilito anche la lunghezza, per scrivere un numero perlomeno simile di battute e rendere i capitoli omogenei. Per il resto, piena libertà! La decisione di inviare di volta in volta una breve sintesi del proprio capitolo all’altro è servita soprattutto a fare in modo che le due vicende si evolvessero in parallelo e i protagonisti vivessero situazioni simili più o meno alla stessa altezza del romanzo.

Come avete deciso quale delle due storie dovesse avere un happy ending? Era prestabilito dall’inizio o avete deciso man mano che la trama andava avanti?

Massimo Lugli. La trama l’abbiamo delineata all’inizio, almeno per sommi capi. E abbiamo concordato sul fatto che i finali dovevano essere differenti, visto che due tragedie sarebbero state un’ecatombe e due happy ending ci sembravano troppo zuccherosi. Quale delle due storie finisce male? Non lo dirò nemmeno sotto tortura, ovviamente ma posso spingermi fino a precisare che anche sulla scelta siamo stati perfettamente d’accordo fin dall’inizio del lavoro. Al centro dei due racconti, la cosiddetta linea gialla per entrambi: la leggenda (che forse non è tanto una leggenda) della pozione che rendeva i guerrieri-bestia, i berserker, praticamente invincibili in battaglia. Abbiamo fatto qualche ricerca storica e, ovviamente, abbiamo lavorato di fantasia perché non ci sono testi molto precisi in materia, anche se molti autori antichi ne parlano. L’epilogo del libro (tragico o felice che sia) non poteva, ovviamente, che spettare ad Andrea. E a questo punto vorrei aggiungere un piccolo aneddoto, che dà la misura di quanto abbiamo lavorato in sintonia. Ho deciso di dare a Valerio il nome di battaglia di Gladiatore e poco dopo averlo scritto mi ha chiamato Andrea per dirmi che l’editore pensava proprio a quel soprannome…Segno che secondo me tra di noi si è creata un’intesa quasi telepatica. Chiudo con la speranza che, chissà, magari tra qualche anno spero di avere ancora la gioia di lavorare fianco a fianco con un autore di culto come Andrea Frediani, che seguo e leggo con passione da molto tempo prima di diventare a mia volta (e nel mio piccolo) narratore. La Newton Compton mi ha fatto un regalo di cui vado orgoglioso: il mio nome in copertina accanto al suo. Una cosa che non si dimentica facilmente.

Andrea Frediani. Abbiamo stabilito fin dall’inizio che i due finali dovessero essere opposti, ma non abbiamo avuto bisogno di discutere su chi dovesse prendersi l’happy ending: abbiamo semplicemente seguito la propensione di ciascuno… Magari la prossima volta che lavoreremo insieme, cosa che auspico moltissimo, ci scambieremo i finali… Quello che vorrei aggiungere, poi, è che non sempre uno scrittore è pienamente soddisfatto del risultato del proprio lavoro. Ma stavolta lo siamo tanto, entrambi: ci sembra un’opera ben calibrata, col giusto crescendo, coerente, incalzante… come se l’avesse scritta un autore solo, adottando due stili differenti… E non abbiamo neppure dovuto faticare o comunicare troppo per riuscirci!




Nymeria

 
Nerd inside, come scopo nella vita sto cercando di leggere tutta la letteratura fantasy possibile e immaginabile.. Beh, poi ci sono anche i manga, i videogiochi, i telefilm, i film... ce la farò?


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