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San Carlo Lwanga e compagni, martiri

 
Carlo Lwanga e compagni, martiri
Carlo Lwanga e compagni, martiri
Carlo Lwanga e compagni, martiri

 
La scheda del santo del giorno
 

Nome: Carlo Lwanga e compagni
 
Data della ricorrenza: 3 giugno
 
Periodo: Fine XIX secolo
 
Grado della celebrazione: memoria obbligatoria
 
Titolo:
 

Preghiera


O Dio, che nel sangue dei martiri hai posto il seme di nuovi cristiani, concedi che il mistico campo della Chiesa, fecondato dal sacrificio di san Carlo Lwanga e dei suoi compagni, produca una mèsse sempre più abbondante, a gloria del tuo nome.


In sintesi

Il 3 giugno ricorre la memoria di san Carlo Lwanga e compagni, noti come martiri ugandesi, i primi martiri dell’Africa nera.

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Posted 3 Giugno 2016 by

 
Il santo del giorno
 
 
Carlo Lwanga e compagni, martiri

I santi martiri ugandesi Carlo Lwanga e compagni

Il 3 giugno si celebra la memoria dei santi Carlo Lwanga e compagni, martiri ugandesi.

Fra il 1885 e il 1887 un centinaio di cristiani, fra cui alcuni anglicani, furono vittime della persecuzione nell’Uganda. Carlo Lwanga fu d’esempio ai suoi dodici compagni, alcuni dei quali appena battezzati e giovanissimi, tutti lieti di associare il loro sacrificio a quello di Cristo. (Kampala 3 giugno 1886). Altri subirono il martirio in date diverse. Carlo e i ventuno compagni sono i primi martiri dell’Africa nera.

Chi sono Carlo Lwanga e i suoi compagni martiri

Nel breve In Africam Quisnam del 6 giugno 1920 papa Benedetto XV traccia il profilo dei martiri ugandesi, che riportiamo a seguire.

  • Carlo Lwanga, nato nella città di Bulimu e battezzato il 15 novembre 1885, si attirò ammirazione e benevolenza di tutti per le sue grandi doti spirituali; lo stesso re Muanga lo teneva in grande considerazione per aver saputo portare a termine con la massima diligenza gl’incarichi a lui affidati. Posto a capo dei giovani del palazzo regio, rafforzò in loro l’impegno a preservare la propria fede e la castità, respingendo gli allettamenti dell’empio e impudico re; imprigionato, incoraggiò apertamente anche i catecumeni a perseverare nell’amore per la religione, e si recò al luogo del supplizio con mirabile forza d’animo, all’età di vent’anni.
  • Mbaga Tuzindé, giovane di palazzo (figlio di Mkadjanga, il primo e il più crudele dei carnefici) ancora catecumeno quando si scatenò la persecuzione, fu battezzato da Carlo Lwanga poco prima di essere con lui mandato a morte. Il padre, cercando di sottrarlo in ogni modo all’esecuzione, lo supplicò più e più volte affinché abiurasse la religione cattolica, o almeno si lasciasse nascondere e promettesse di cessare di pregare. Ma il nobile giovane rispose che conosceva la causa della propria morte e che l’accettava, ma non voleva che l’ira del re ricadesse sul padre: pregò di non venir risparmiato. Allora Mkadjanga, mentre il figlio, all’età di appena sedici anni, stava per essere condotto al rogo, comandò ad uno dei carnefici ai suoi ordini che lo colpisse al capo con un bastone e che ne collocasse poi il corpo esanime sul rogo perché venisse bruciato insieme agli altri.
  • Bruno Séron Kuma, nato nel villaggio Mbalé e battezzato il 15 novembre 1885, lasciò la tenda dove viveva col fratello perché questi seguiva una setta non cattolica. Divenuto servitore del re Mtesa, quando Muanga successe al padre lasciò il suo incarico per il servizio militare. Accolto fra i giovani cristiani che facevano servizio a corte, a ventisei anni sostenne con la parola e con l’esempio i compagni della gloriosa schiera.
  • Giacomo Buzabaliao, cosparso con l’acqua battesimale il 15 novembre 1885, acceso di singolare ardore religioso, compì ogni sforzo per convincere e spronare altri, fra cui lo stesso Muanga, non ancora salito al trono paterno, ad abbracciare la fede di Cristo; e il re stesso rinfacciò tale colpa al fortissimo giovane, quando lo mandò a morte, all’età di vent’anni.
  • Kizito, anima innocente, più giovane degli altri, dato che subì il martirio nel suo tredicesimo anno di vita, figlio di uno dei più alti dignitari del regno, splendente di purezza e forza d’animo, poco prima di essere gettato in prigione ricevette il battesimo da Carlo Lwanga. Il re, spinto dalla sua libidine, cercò invano di attrarre a sé, con più accanimento che verso gli altri, questo fortissimo giovinetto. Kizito biasimò così aspramente alcuni cristiani che avevano determinato di darsi alla fuga, che essi deposto il timore, rimasero presso il re Muanga; e quando giunse per loro il momento di essere condotti al supplizio, affinché i compagni non si perdessero d’animo li convinse ad avanzare tutti insieme, tenendosi per mano.
  • Ambrogio Kibuka, anch’egli giovane di palazzo, battezzato il 17 novembre 1885, conservò la propria ferma e ardente fede fino all’atrocissima morte, che affrontò nel nome di Cristo all’età di ventidue anni.
  • Mgagga, giovinetto di corte, ancora catecumeno, resistette impavido alle oscene lusinghe del re e, essendosi dichiarato cristiano, fu gettato in carcere con gli altri; prima di essere imprigionato ricevette il battesimo da Carlo Lwanga, e, non diversamente dagli altri, andò al martirio con animo tranquillo, all’età di sedici anni.
  • Gyavira, anch’egli giovane di palazzo, di bell’aspetto, era prediletto da Muanga, il quale si adoperò invano per piegarlo a soddisfare la propria libidine. Ancora catocumeno quando, dopo la professione di fede, fu da Muanga condannato a morte, durante la notte fu asperso col battesimo da Carlo Lwanga e, a diciassette anni, fu dai carnefici condotto al luogo del supplizio insieme agli altri.
  • Achille Kiwanuka, giovane di corte, nato a Mitiyana, fu battezzato il 17 novembre 1885. Dopo che ebbe impavidamente professato la propria fede davanti al re, posto in ceppi con i compagni e gettato in carcere, dichiarò ancora una volta che mai avrebbe abiurato la religione cattolica e si avviò con coraggio all’ultimo supplizio, nel suo diciassettesimo anno di età.
  • Adolfo Ludigo Mkasa, cortigiano, si mise in luce per la purezza dei costumi e così pure per la costanza e la sopportazione nelle sventure. Ricevuto il battesimo il 17 novembre 1885, osservò santamente e professò con fermezza insieme agli altri la fede cattolica, fino alla morte che affrontò in nome di Cristo a venticinque anni.
  • Mukasa Kiriwanu, giovane del palazzo regio, addetto al servizio della tavola, mentre i carnefici stavano conducendo Carlo Lwanga e i suoi compagni al colle Namugongo, alla domanda se fosse cristiano disse di sì, e fu condotto con gli altri al supplizio. Catecumeno, non ancora asperso con l’acqua del battesimo, conseguì gloria eterna attraverso il battesimo di sangue, all’età di diciotto anni.
  • Anatolio Kiriggwajjo, giovane di palazzo, battezzato il 17 novembre 1885, osservò con tanta fermezza d’animo i precetti della vita cristiana, che respinse senza esitazione una carica che gli era offerta dal re, ritenendo che essa potesse in qualche modo pregiudicare il conseguimento della salvezza eterna. Avendo poi professato apertamente, insieme agli altri, la fede cattolica, affrontò con loro una comune morte, nel suo sedicesimo anno di vita.
  • Luca Banabakintu, nato nel villaggio Ntlomo, era servitore amatissimo di un patrizio di nome Mukwenda. Il 28 maggio 1882, ricevuti il battesimo e la confermazione, si accostò per la prima volta alla sacra celebrazione eucaristica: da quel faustissimo giorno si pose in luce a tutti come esempio per integrità di costumi e per osservanza dei precetti, e nulla gli era più caro che parlare di religione con gli amici. Sebbene potesse facilmente sottrarsi alla morte, preferì, quando fu ricercato per essere condotto al supplizio, rimanere presso il padrone, dal quale fu consegnato agli inviati del re. Gettato in carcere, vi dimorò con animo sereno finché, con gli altri, nel suo trentesimo anno donò la vita nel nome di Cristo.

Tutti costoro il 3 giugno 1886, all’alba, vennero condotti sul colle Namugongo. Qui giunti, le mani legate dietro la schiena e i piedi in ceppi, ciascuno di loro è avvolto in una stuoia di canne intrecciate; viene innalzato un rogo, sul quale essi vengono collocati come fascine umane. Il fuoco viene accostato ai piedi, perché quel tenero gregge di vittime sia avvolto più lentamente e più a lungo; crepita la fiamma, alimentata dai santi corpi; dal rogo di diffondono per l’aria mormorii di preghiere che aumentano col crescere dei tormenti; i carnefici si stupiscono che non un lamento, non un gemito si levino dai morenti, dacché a nulla di simile è loro capitato di assistere. Così un solo fuoco consunse insieme quei fortissimi e purissimi eroi, così come una sola patria li accolse insieme nelle sedi celesti.

C’è poi un secondo gruppo di martiri che vengono celebrati oggi e che vennero uccisi in tempi diversi.

  • Mattia Kalemba Murumba aveva cinquant’anni quando ricevette il martirio. Scelto per svolgere la mansione di giudice, dopo essersi convertito da una setta maomettana e protestante alla religione cattolica, ricevette il battesimo il 28 maggio 1882; dopo di che si dimise dall’incarico, temendo di poter recar danno a qualcuno con le sue sentenze. Dotato di modestia e dolcezza d’animo, era così fervido nel suo zelo di apostolato religioso che non solo educò i propri figli a vivere santamente, ma cercò d’insegnare a quanti più poté la dottrina cristiana. Il primo ministro del re, al cui cospetto fu trascinato, comandò che a quell’uomo nobilissimo, che aveva impavidamente professato la propria fede, fossero tagliati le mani e i piedi, e gli fossero strappati frammenti di carne dalla schiena perché fossero bruciati davanti ai suoi occhi. I carnefici dunque, per non essere disturbati da testimoni del loro atrocissimo ufficio, conducono su un colle incolto e deserto questo venerabile servitore di Dio, animoso e sereno nell’aspetto; eseguono gli ordini alla lettera, perché il glorioso martire soffra più a lungo, trattengono con tale abilità il sangue che fuoriesce dalle membra, che tre giorni dopo alcuni servi, giunti sul posto per tagliare legna, odono la voce di Mattia, debole e sommessa, che chiede un sorso d’acqua; e avendolo visto così orribilmente mutilato fuggono via atterriti e lo lasciano là, a imitazione di Cristo morente, privo di ogni conforto.
  • Atanasio Badzekuketta, scelto fra i giovani in servizio nel palazzo reale e battezzato il 17 novembre 1885, seguiva con grande devozione i comandamenti di Dio e della Chiesa. Era così desideroso di cingersi della corona del martirio che supplicò vivamente i carnefici, i quali lo stavano conducendo con altri al luogo stabilito, di ucciderlo sul posto. Così quel valoroso giovane fu dilaniato da ripetuti colpi, il 26 maggio 1886, nel suo diciottesimo anno d’età.
  • Pontiano Ngondwé, nato nel villaggio Bulimu e cortigiano del re Mtesa, una volta salito al trono Muanga entrò nell’esercito, e ancora catecumeno apparve così animato di cristiana spiritualità da saper vincere in sé, e trasformare, il proprio carattere aspro e difficile. Quando era iniziata la persecuzione, ricevette il battesimo il 18 novembre 1885; per questo, poco dopo fu gettato in carcere con gli altri. Condannato a morte, accadde che il carnefice Mkadjanga, mentre lo conduceva al colle Namugongo, gli chiedesse ripetutamente durante il cammino se fosse seguace della religione cristiana; ed egli due volte confermò la sua fede, e due volte quello lo trafisse con la lancia; e il suo capo, troncato dal corpo, fu fatto rotolare lungo la via; era il 26 maggio 1886.
  • Gonzaga Gonza, ragazzo di corte, battezzato il 17 novembre 1885, assolse con devozione agli obblighi religiosi e si distinse particolarmente per la virtù della carità. Mentre procedeva verso il luogo del supplizio, poiché i ceppi, che non avevano potuto essere sciolti, gli impedivano di camminare speditamente, fu più volte trafitto dai carnefici con la lancia; fu così martirizzato, nel suo diciottesimo anno di vita, il 27 maggio 1886.
  • Andrea Kagwa, nato nel villaggio Bunyoro e vissuto in grande familiarità con Muanga, sia quando era principe, sia quando era re, ricevette il 30 aprile 1882 i sacramenti del battesimo, della confermazione e dell’Eucaristia. Caro a tutti per le grandi qualità d’animo, non soltanto istruiva nella dottrina cristiana quanti lo avvicinavano, ma altresì, in occasione di una pestilenza che si era diffusa nella regione, aiutando tutti si prodigò con singolare carità a favore degli infermi, ne avvicinò moltissimi a Cristo aspergendoli con l’acqua battesimale, e dando poi sepoltura ai defunti. Ma il primo ministro del re vedeva assai di malocchio che i propri figli venissero da lui istruiti nella dottrina cristiana, e infine, con il consenso del re, comandò che fosse catturato e ucciso, aggiungendo che non sarebbe andato a cena prima che il carnefice gli avesse presentato la mano mozzata del morto Andrea. Così il 26 maggio 1886, nel suo trentesimo anno, il venerabile servo di Dio subì il martirio e raggiunse la gloria celeste.
  • Noe Mawgalli, servitore del nobile Mukwenda nella preparazione delle imbandigioni, risplendette grandemente di virtù cristiane. Battezzato il 1° novembre 1885, colpito dalla lancia dei sicari che il re Muanga aveva mandato in giro per distruggere le case dei Cristiani, morì nel trentesimo anno d’età il 31 maggio 1886.
  • Giuseppe Mkasa Balikuddembé, nato nel villaggio Buwama, fu scelto dal re Mtesa, per la sua provata lealtà, come proprio inserviente personale per il giorno e per la notte, e come infermiere. Il figlio di lui Muanga, non diversamente dal padre, riponeva la più totale fiducia in questo venerabile servo di Dio; pertanto non solo lo pose a capo di tutti i servitori del palazzo reale, ma volle che fosse lui ad avvertirlo, quando il suo operato prestasse il fianco a critiche. Il 30 aprile 1882, Giuseppe ricevette il battesimo e la confermazione e si accostò per la prima volta alla santa comunione, alla quale in seguito si accostò di frequente. Con la propria dolcezza d’animo, con la carità e l’afflato religioso che mostrava non solo seppe avvicinare a Cristo molti giovani, ma in particolare fece pressioni, con consigli ed esortazioni, sui ragazzi della corte reale e sugli altri cortigiani perché non accondiscendessero alla libidine del re Muanga. Il re, essendo venuto a conoscenza di ciò, cominciò a nutrire avversione per il venerabile servo di Dio, finché, vinto dalle sollecitazioni del primo ministro, che provava invidia per Giuseppe, comandò che questi fosse condannato a morte. Giuseppe, rinforzato dal cibo divino, viene condotto nella località Mengo, dove, dopo aver dichiarato di voler dare al re sia il perdono, sia il consiglio di pentirsi, viene dal carnefice decapitato e gettato nel fuoco, prima vittima della persecuzione, a ventisei anni, il 15 novembre 1885.
  • Giovanni Maria Muzéi (Iamari), nato nel villaggio Minziro, aveva un aspetto di tale gravità che venne onorato col nome di Muzéi, cioé vecchio; insigne anche per prudenza, carità, dolcezza d’animo, generosità verso i poveri, sollecitudine verso gli ammalati, dedicò le proprie sostanze e il proprio impegno a riscattare i prigionieri, che poi istruiva nella fede cristiana. Si dice che egli avesse in un solo giorno appreso tutta la dottrina del catecumenato; fu poi battazzato il 1° novembre 1885 e unto del sacro crisma il 3 giugno dell’anno seguente. Dopo l’esecuzione capitale del suo grande amico Giuseppe Mkasa, pur avendo saputo che il re intendeva farlo uccidere, non volle nascondersi, né darsi alla fuga; al contrario, accompagnato da un certo Kulugi, si presentò al re, dal quale ricevette l’ordine di recarsi, per una causa qualsiasi, dal primo ministro. Obbedì, sebbene sospettasse l’inganno, poiché riteneva indegno di sé l’esitare e il temere a motivo della propria fede religiosa. E il primo ministro del re ordinò che fosse gettato in uno stagno che si trovava in un suo podere, il 27 gennaio 1887.
  • Dionisio Sebuggwao, nato nel villaggio Bunono, ragazzo di corte, ricevette il battesimo il 17 novembre 1885 e rifulse per integrità di costumi. Avendogli il re Muanga chiesto se fosse vero che egli aveva insegnato i rudimenti della fede cristiana a due cortigiani, egli rispose di sì, e quello lo trapassò con un colpo di lancia, e comandò che gli fosse tagliato il capo. Così morì Dionisio, martire, all’età di quindici anni, il 26 maggio 1886.

Foto | Maràn athà




Agiografo

 


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