Un simpatico racconto di Cinzia, intervistata qui da Valeria. Buona lettura… e buona riflessione!
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Controllarsi l’aspetto dell’addome era davvero una fissazione per lei; non c’era nulla che odiasse più della sua pancia. Non le riusciva di guardare la tv o sfogliare un giornale, né di rilassarsi sulla spiaggia, senza soppesare, è il caso di dirlo, le splendide pance altrui. Pareva che l’intero universo femminile in circolazione, fosse nato apposta per sfoggiare indumenti a vita bassa. Non c’era proprio nulla da fare, quasi tutte le donne che conosceva o incontrava avevano un bel ventre sodo, piatto, muscoloso, scavato, concavo… Insomma nulla a che vedere con quel suo globo gassoso, dispettoso, indomito, capace di gonfiarsi e sgonfiarsi come un palloncino, assumendo tutte le possibili varianti di forma che intercorrono tra un cuscino bitorzoluto e un aerostato. Questo nonostante lei si prodigasse, con ogni possibile sforzo, per tenerlo sotto controllo con occhiatacce astiose allo specchio, ginnastica mirata e una dieta rigidissima.
A proposito di diete, le aveva davvero provate tutte: quella del minestrone, a zona, tre–cinque¬–sette chili da perdere in ugual numero di giorni, la dieta del professore di fama, del nutrizionista alternativo, del guru in odore di santità… Niente! La pancia era lì, sorridente, ghignante addirittura.
L’uso smodato dei regimi alimentari più vari e innovativi aveva finito col renderla dieta-dipendente, incidendo sulle sue abitudini e persino sul mobilio. Per non cadere in tentazione, infatti, aveva attrezzato la cucina con un piccolo tavolo e una credenzina in cui trovavano posto minuscoli piatti, irrisorie zuppiere e pentole mignon.
Ma ciò che davvero saltava agli occhi era il frigorifero! Ci aveva messo tre giorni a sceglierlo: il più piccolo in commercio, escludendo quelli per caravan, roulotte, barca e casa dei puffi. Un frigo ideato per la sopravvivenza di un single anoressico, o di un anacoreta con l’hobby dei fioretti privativi. Ci trovavano posto: un’insalata, un vaso di yogurt da cinquecento grammi, una confezione da sei uova, un paio di chili tra frutta e verdura, due bottiglie. La ghiacciaia era così limitata da risultare praticamente inaccessibile a una vaschetta di gelato e appena sufficiente per una confezione di filetti di nasello porzionato. Era un frigo che rendeva impossibile la tentazione di una teglia di pasta al forno o di parmigiana, di un ricco, unto arrosto di maiale con patate; persino una modesta insalata di riso freddo avrebbe avuto seri problemi a trovarvi una collocazione. Il frigo triste, di una dieta triste, di una persona triste.
Quel giorno dunque sembrava proprio uguale a tutti gli altri, tranne che per un trascurabile particolare: era il giorno del suo quarantesimo anno. Mentre controllava allo specchio le varie espressioni della sua pancia, assumendo le posizioni più improbabili, a meno che di mestiere non si faccia il contorsionista, le capitò di ricordare, per un attimo, una grande torta alla panna con cui, in un’infanzia ormai lontana, aveva festeggiato un qualche sereno compleanno. Una torta tonda, decorata con profumate roselline di zucchero. Uno di quei sontuosi dolci che il suo povero frigo non avrebbe mai avuto l’onore di ospitare. Commossa dal ricordo, innocentemente lasciò che il suo sguardo, in maniera inconsapevole e sbadata, abbandonasse per un attimo la desolata visione dell’addome flaccido, per spaziare su su per il busto, fino al viso. Lo specchio le restituì l’immagine di una donna spenta, di un’età incerta che poteva spaziare dai cinquanta ai sessantacinque anni.
Il colmo? Nel fisico un po’ cadente quella pancia pienotta rappresentava, alla fin fine, l’unica nota allegra. Le occhiaie e un colorito grigiastro completavano la penosa visione.
Due grosse lacrime cominciarono a scorrerle, bruciando, sulle guance; mentre piangeva la pancia, sorniona, sussultava allegra a ogni singhiozzo. Emma sentì, dentro di sé, una vocina beffarda che le sussurrava: “Che stupida! Anni e anni a guardarsi la ciccia, mentre la vita passava e tutto il resto andava in miseria!” Per la rabbia smise subito di piagnucolare e, con un urlo liberatorio, afferrò la bilancia e la fracassò sul pavimento. Il baccano dell’orrendo marchingegno che andava in mille pezzi, le parve una melodia meravigliosa e così, improvvisamente allegra e canticchiando, si trasferì in cucina. Lì trovò di suo gusto accompagnare l’estemporanea esibizione con il lancio d’ogni singolo pezzo delle sue stoviglie dei sette nani; il turbinio di frammenti scintillanti e i botti le rammentarono i fuochi d’artificio. Ormai di ottimo umore, pensò di concludere le danze con un terribile calcio al frigo, che ebbe l’effetto di sfondarne lo sportello; quindi, stanca e con un piede dolorante, ma improvvisamente felice, si sedette al mini-tavolo e disse: “Mi farò un regalo! Una bella torta rotonda, di panna, con tante roselline di zucchero… Prima mi serve un vero frigo, però!”
Non ci mise molto a sceglierlo; si accontentò del primo negozio che le capitò a tiro e, al gentile impiegato che la serviva, disse soltanto:
“Voglio il frigo più grande che avete: da oggi cambio vita!”