C’è qualcuno che mi spia. È così, non sono matta, sento che c’è qualcuno che mi osserva.
È qui in casa. Mi giro di scatto ma lui si nasconde. Ho come la sensazione che sia un bimbetto ma qui non c’è nessuno e poi… che stupidaggine! Che bambino mai potrebbe nascondersi qui? E da dove sarebbe entrato? No. Sicuramente è frutto della mia immaginazione.
Esco per distrarmi. Sono troppo stanca, forse. Prendere un po’ d’aria mi farà bene.
Avrei bisogno di silenzio per riportare ordine nella mia testa, in questa giornata così strana.
Troppi impegni, sempre di corsa. Ma come si fa a vivere così! Sì sì, ora farò una bella passeggiata e nel silenzio recupererò tutte le mie energie.
Mentre mi preparo per uscire il bimbo fa capolino dalla porta. Decido di ignorarlo. Mi allaccio le scarpe e lo sento che esce.
Al portone del mio condominio incontro il signor Giannini, quello del terzo piano: “Buongiorno signor Giannini, come sta sua moglie? Ho saputo che si è rotta il femore… eh già a questa età sono disgrazie! Beh, se ha bisogno di qualcosa mi faccia sapere, tanti saluti alla signora”.
Il bimbo si nasconde dietro l’angolo. Me ne accorgo. Non so che pensare.
Pausa.
Cosa dovevo fare? Ah sì! Mi avvio verso il bel viale alberato che porta fino alla spiaggia. Sono fortunata ad abitare vicino al mare. Lì potrò concentrarmi e stare nel silenzio che rigenera.
Ma da dove viene questo risolino? È lui, deve essere quel pensiero dispettoso, quel bambino che mi sta prendendo in giro. Lo cerco ma non lo vedo. Lo so che c’è, ma non si fa stanare.
Non mi devo distrarre. Ho un obiettivo da perseguire, devo rimanere concentrata. Intanto arrivo sulla spiaggia. L’aria è fresca, quasi fredda. Non c’è sole ma nemmeno nuvole. Il cielo è solo coperto, compatto. Non minaccia ma non fa presagire nemmeno niente di buono.
Mi chiedo: il sole ora dove sarà? Come sarà sopra le nuvole? E se ci fosse una piattaforma che porta in alto e noi potessimo galleggiare sulle nuvole mentre prendiamo la tintarella? Sarebbe troooppo bello! Così non ci intontiremmo in giornate come questa, dove il sibilo del vento e le onde che si infrangono fanno un rumore che non ti dico. Altro che silenzio.
Mi sono stancata, troppa confusione, troppi pensieri fantasiosi che non c’entrano niente. E poi quel birichino che gioca a nascondino! Mi giro di scatto, ora è nascosto dietro di me. Lui è troppo veloce e non riesco a sorprenderlo. Mi ruba il cappello e scappa via. Mi sembra di sentirlo ridere di me, ancora. Meglio tornare a casa e già che ci sono mi fermo a fare un po’ di spesa: penserò strada facendo a fare una lista di ciò che mi manca.
Passa un camion che con il suo boato riempie l’aria, prende a tutta velocità una pozzanghera e mi lascia sul ciglio della strada con le scarpe infangate e con un rosario di paroloni che non posso pronunciare a voce alta, perché sono una signora per bene. A voce alta no, ma dentro, nella mia testa, sto tirando fuori il meglio di me e sto esagerando così tanto che la situazione è diventata quasi comica. Sto facendo a gara con me stessa per ricordare le parolacce più tremende che conosca e mi viene da ridere ma… non sono sola! Questa volta mi metto a correre per acchiappare quel birbantello. Non ho paura di lui e ho come la sensazione di conoscerlo ma… non mi ricordo dove l’ho incontrato. Corro, corro e a tutti i pensieri e rumori che mi frullano nel cervello ora si è aggiunto il battito del mio cuore impazzito e parlo ancora tra me e me: ma che mi sta succedendo? Volevo solo stare tranquilla nel mio silenzio e sto correndo dietro a un ragazzino che non si farà mai acchiappare e che si sta prendendo gioco di me.
Sono arrivata a casa affannata, sudata, delusa dal non aver concluso niente. Mi appoggio al portone e spero di non incontrare nessuno. Non voglio parlare, voglio solo ritrovare la mia pace nel silenzio, in un silenzio che non c’è né dentro né fuori di me. Prima di riprendere fiato chiudo per un attimo gli occhi, lui mi sussurra qualcosa nell’orecchio e poi corre su per le scale. Mi sto arrendendo, non ho capito cosa ha detto e non mi importa niente. Apro la porta, lascio cadere le scarpe dove mi capita e mi butto sul divano.
Ho appena il tempo di pensare che non sono andata al supermercato come avevo stabilito che eccolo… è di nuovo qui accanto a me. L’ultimo pensiero si allontana scacciato con prepotenza da una manina piccola piccola.
Cedo volentieri la mia stanchezza ai cuscini che mi accolgono con gentilezza, rilasso tutti i muscoli. Il corpo si intiepidisce al calore di un abbraccio innocente e gratuito come quello di un bambino.
Di quel bambino che io ho rincorso e che si è nascosto per tutto il giorno. È lui e finalmente è con me. Lo riconosco. Lo trattengo gelosamente. Questo abbraccio è un oceano di pace e di amore, è uno spazio infinito dove ritrovo il mio tutto e dove il tutto si fonda in me. Mi perdo nel privilegio di questo contatto che è abbandono di tutte le cose della terra e di tutti i pensieri che affollano la mente. È una luce che non acceca, un profumo che non evoca, palpabile perché reale. Ha il gusto della vittoria, è assenza di rumore. È perdersi e poi ritrovarsi.
Mi sento felice. Sono finalmente immersa nel silenzio.
Il silenzio è un racconto di Emanuela Parini
alunna del corso di scrittura che Susanna Trossero tiene a Roma
Foto | Fort Worth Squatch via photopin cc