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Indimentico

“Indimentico è un blog di provocazione. Indimentico è qualcosa che non può essere dimenticato, indimentico nasce con lo scopo di animare nel lettore emozioni, di qualunque genere: disgusto, rabbia, disprezzo, interesse… Indimentico dovrà essere odiato o amato. Indimentico principalmente dovrà far sì che la gente parli di lui”.
Ed è proprio questo che faremo oggi. Parleremo di Indimentico, il blog di Francesco Terzago ed Enrico Rama (nel blog rispettivamente Declino e Kraos).
Francesco nasce del 1986, “figlio di quest’epoca” si definisce. “Arrivo da una coppia divorziata come ce ne sono tante. Attualmente vivo a Padova, dove frequento la triennale di linguaggi e tecniche di scrittura sotto l’Ateneo di Lettere. Lavoro nei week end a Gardaland, uno di quei lavoretti temporanei per pagarsi la retta. È una spada di Damocle che alberga nei miei incubi quattro volte l’anno. Un anno fa sono andato via di casa lanciandomi nel mondo, oppure da essa sono fuggito, non saprei… Dai 10 ai 19 anni ho vissuto a Lerici, in Liguria. Terra di poesia: basti pensare al nome evocativo del golfo spezzino, il Golfo dei Poeti. Di questa terra hanno parlato Montale, Martinetti, Soldati…
Ed è proprio a Lerici che ha inizio la passione di Francesco per la poesia. “Si è come generata da sé, come quando si lascia un vaso vuoto su di un poggiolo per troppo tempo e poi una mattina, chissà perché, lo si va a guardare e dentro spuntano dalla terra brulla germogli d’ogni tipo. C’è da dire che Donatella Zanello (autrice di Polvere di primavera, ndr) è stata per me, negli ultimi anni di scuola superiore, mia guida instancabile. Grazie a lei ho conosciuto Francesco Tonelli ed è stata lei a spingermi a partecipare ai primi concorsi letterari. Qualche segnalazione e qualche vittoria è arrivata, ma questo di cui sto parlando ora è un risultato, non il percorso che ha portato a ottenerlo. La mia pre-storia letteraria affonda le sue radici già nel ciclo delle medie inferiori dove, grazie a una professoressa (o professore, per non fare del sessismo linguistico) di lettere particolarmente sensibile, ho avuto modo per la prima volta di tenere una penna in mano e scrivere una poesia”.
Ma Francesco non si reputa un poeta, piuttosto un narratore. “Chi ha letto i miei scritti e chi mi conosce bene sostiene che io sia un narratore e anch’io credo che le cose stiano in questo modo. La poesia per me è un esercizio, è un modo d’appuntare immagini; ecco, se potessi definire ciò che mi sento d’essere… cadrei nel: sono un pittore di parole”.
Il blog Indimentico nasce dal desiderio di stimolare determinati generi di discussione: da discussioni di carattere linguistico (presenti soprattutto nel primo periodo di attività del blog) a quelle che riguardano temi molto più leggeri come citazioni, commenti a notizie Ansa, promemoria storici… “Indimentico è anche la mia pesca miracolosa”, aggiunge Francesco, “con esso vado alla ricerca di persone che con me condividano determinati punti di vista, o quanto meno che come me siano in viaggio verso qualcosa, un qualcosa che a volte chiamo ‘stile personale di scrivere’. Ma per non essere così settoriali sarebbe giusto dire che sono alla ricerca di tutti coloro che sognano, e che dei loro sogni vogliono fare realtà. Indimentico tuttavia non è solo questo. Vorrei che fornisse all’internauta una piccola baia sicura dove poter leggere di poesia, attualità, politica… senza affanno ma allo stesso tempo non superficialmente. Il mio blog potrebbe essere visto come un porto, un porto d’arrivo e di partenza per messaggi dalla natura più disparata: l’importante è che le idee che circolano su esso siano di qualità”.
Enrico Rama, invece, nasce il 2 ottobre del 1986. “La stessa data di nascita di Gandhi e l’anno della catastrofe di Cernobyl’: date importanti per la storia e per l’umanità. Al momento della mia nascita raggiunsi già un primato: bambino più grasso dell’ospedale (4,4 kg). Per questo motivo non posso paragonarmi a Gandhi. Io sono figlio di Cernobyl’, è ovvio. Vivo in una ridente cittadina della provincia veronese dal nome romanamente evocativo: Sommacampagna, famosa per il casello autostradale e per la frazione di Custoza, teatro delle Guerre di Indipendenza e per il racconto del ‘Tamburino sardo’ (ma per gli abitanti del circondario famosa solo per la Sagra del Vino). La mia principale occupazione, dopo l’università, il cinema, le donne, i libri, i racconti e il blog, è Gardaland. Lavoro al Saloon che, come ogni buon Saloon che si rispetti, vende pizze. Per otto ore al giorno servo ai tavoli vestito da perfetto cowboy: cappello di cartone, camicia a quadri e pantaloni marroni Made in China, caratteristica cintura in similpelle con patacca e fazzoletto rosso al collo. Questo lavoro mi consente di pagarmi gli studi, i piccoli bisogni di ogni studente e qualche soddisfazione personale. Non proprio qualche soddisfazione. Pensandoci bene neppure i bisogni dello studente. Anzi, facendo quattro conti, nemmeno tutti gli studi. Comunque, lavorare in un parco divertimenti è divertente. No. Odio Prezzemolo. I bambini. E tutti i clienti. E gli orari mi sfasano tutti i ritmi biologici. Le persone sono troppe e sono stupide nella maggioranza dei casi. Ma il lavoro nobilita l’uomo”.
Francesco dice di lui: “È la mia antitesi: odia la linguistica, la grammatica, lo strutturalismo in primo luogo. Lo definirei per certi versi un bruniano ma non sarebbe d’accordo se glielo dicessi. Siamo amici e ci complementiamo nel lavoro: laddove io sono troppo ampolloso lui è troppo greve e diretto, siamo un vero esempio di pluralismo!”.
Enrico parla del loro blog: “Cominciamo col togliermi ogni responsabilità per la sua creazione, il suo nome e tutti i post che non sono miei. Non scrivo quella roba. Quindi smettetela di mandarmi email con domande tipo: ‘ma la virgola in questa frase è giusta da un punto di vista linguistico, semiotico, grammaticale e semantico?’, ‘le teorie dei formalisti russi non sono in contrasto quasi parossistico con le novità esposte nella teorizzazione linguistica di Hijemslev?’ (non so neppure come accidenti si scriva), ‘le informo che tra breve ci sarà l’annuale incontro e dibattito sulla linguistica moderna…’. Non ne so nulla. Davvero, non mi interesso di queste cose. Cercate di capirmi: ho una vita sociale, degli interessi, un’esistenza da condurre, delle passioni da seguire e dei sogni da realizzare. Capisco il vostro scetticismo nei miei confronti ma sono una povera persona ignorante”.
Quindi, il blog è opera di Declino (Francesco). “La mia partecipazione è avvenuta grazie a una notte tempestosa, una visione e una pizza mal digerita. Lui (Declino) mi venne in sogno di nero vestito, i drappi del suo mantello ondeggiavano e mi porse il sacro saluto massonico al quale risposi con un eloquente sguardo interrogativo. Mi chiamò a gran voce ordinandomi, in nome dei formalisti russi, di completare la sua opera abbassandola affinché fosse più comprensibile agli uomini mortali. Colpito da una visione divina e dopo un’attenta e infruttuosa decifrazione in chiave semiotica dell’apparizione, decisi di prendere parte al progetto. Mi sentivo parte di un qualcosa di grande. Provavo le stesse emozioni che provò il cammello che entrò nell’Arca di Noè. E cominciai a scrivere. Capii immediatamente qual era il mio compito. Rendere l’elevata qualità degli interventi un po’ meno elevata. Ed è proprio per questo che scrivo senza curare punteggiatura, grammatica coerenza linguistica, forma e metrica. Per offrire dei validi esempi ai linguisti di tutto il mondo su cui campare per anni. Ogni cosa che scrivo la scrivo seguendo istinto, voglie, pulsioni irrefrenabili. Mi sento un po’ come il ragazzo selvaggio dell’omonimo film di Truffaut. Un indigeno prelevato dalla giungla degli istinti e reinserito nella comunità. Provengo da un mondo selvaggio dove la scrittura è passione, istinto, pulsione, dove l’unico insegnamento che ho ricevuto è ‘leggi e scrivi! Perché è l’unica cosa che hanno fatto tutti gli scrittori di tutti i tempi’, un posto oscuro e buio controllato dall’irrazionalità e dalle emozioni. Per questo non sono puntuale e giornaliero con le pubblicazioni. Per questo non parlo mai di linguistica o di ‘buon scrivere’. Per questo commento senza scrupoli e mezzi termini ogni cosa che reputo interessante o criticabile. Per questo non scrivo poesia. Declino è stato buono e gentile mi ha dato uno spazio virtuale dove esprimere tutta la mia violenta carica emotiva e pazientemente mi ascolta e mi difende in nome della scienza e del pluralismo dell’informazione. Mi accudisce e mi difende dai violenti attacchi della comunità linguistica che non accetta la mia spontaneità. Ci divertiamo un mondo e io sinceramente mi diverto nel vederlo incazzato per il mio modo di scrivere, e sovente lo provoco con i miei post malfatti e male assemblati”.
Vi propongo qui una parte di un racconto fantasy, ancora in fase di stesura, scritto da Francesco:

“Ed egli vagò in una voragine oscura, dove sentiva d’esser scrutato da infiniti occhi voraci, dove tentacoli osceni ed invisibili, in quella totale oscurità che si trova tra la vita e la morte, cercavano di ghermirlo per trascinarlo nell’abisso…[…] – Dobbiamo aiutare questo poveraccio –
E qualcuno rispose: – E’ conciato davvero male, lasciamolo qui, che siano i lupi, stanotte, ad occuparsi di lui –
[…] – Sai bene quali sono le leggi del nostro popolo, chiunque abbia avuto bisogno di soccorso trovandosi nelle nostre terre lo ha ricevuto, per quanto questo umano non ti possa parere di bell’aspetto, è nostro dovere aiutarlo! –
Seguirono alcuni istanti di silenzio, i due si erano forse accorti che il barbaro era vivo? […]
Egli decise di rimanere immobile, di tenere gli occhi chiusi e aspettare che le cose prendessero il loro corso, forse i lupi sarebbero stati la soluzione migliore, avrebbero messo fine a quel dolore indescrivibile che ancora correva lungo tutto il suo corpo. Dopo tutta quella serie di pensieri che gli erano scorsi confusi nella testa, la risposta alla decisa affermazione da parte della presunta femmina arrivò, tentennante ma arrivò: – Co… come dici tu, portiamolo al villaggio –
Non trascorse molto che Vhorath si sentì sollevare da terra, venne appoggiato su qualcosa di morbido, forse una barella costruita alla bene e meglio intessendo rami e foglie… Qualcuno, forse una terza figura incominciò a cantare, e quella voce era dolce e pura come il suono di una lira le cui corde vengono tese da un angelo. Il barbaro dimenticò il dolore, ogni preoccupazione lo lasciò, così cadde in un sonno ristoratore privo di sogni”.

Valeria

 



Categoria: Blog & Web
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