Il punto di vista di oggi è quello di suor Maria Anastasia, priora del Carmelo Santo Stefano in Ravenna. Suor Maria Anastasia è tra le autrici del libro Che fai qui, Elia? pubblicato dalla Graphe.it Edizioni
È bellissimo scoprire come la Bibbia offra al nostro sguardo e alla nostra vita non solo la Parola di Dio, ciò che è uscito e che continuamente esce dalla bocca di Lui, ma anche ciò che esce dalla bocca dell’uomo. Come in un unico respiro, la bocca di Dio e la bocca dell’uomo si incontrano, si baciano. Se Dio dice all’uomo, al suo popolo, ai suoi figli: “Ascolta, Israele!”, l’uomo, a sua volta, dice: “Ascolta, Dio!”. La Bibbia trabocca di queste eco, risuona continuamente di queste semplicissime parole, che sono quasi un soffio, un respiro, appunto. E perciò tutta una vita. Forse proprio questa è la preghiera, l’invocazione, la ricerca più bella nell’esperienza dell’uomo: il desiderio di ascoltare e di essere ascoltato, per entrare in una relazione vera, intensa, vitale.
E viene da pensare che se Dio ci rivolge questo invito, se ci chiama ad incontrarlo nell’ascolto, è per offrirci un dono grande. Vale la pena, allora, tentare di capire un po’ meglio che cosa Egli voglia suggerirci, quale cammino voglia aprire davanti a noi, rivolgendoci questa semplice parola. “Ascolta!”.
La lingua di Dio, o meglio la lingua in cui è pervenuta a noi la sua rivelazione, è l’ebraico. Lingua sacra per eccellenza, essa differisce da tutte le altre per l’intensità dei significati delle sue parole, per i misteri che le radici verbali portano in sé, per la valenza mistica anche solo della forma o del valore numerico delle sue lettere. Non c’è nulla di insignificante, di banale, nell’ebraico.
E allora proviamo ad ascoltare veramente, a scavare dentro quest’unica parola, che si fa grido, preghiera, canto, bacio, sulla bocca di Dio per noi.
L’espressione “Ascolta Israele”, anche nella sua traduzione ebraica – Shemà Israél – è notissima, direi popolare. Rivelata come primo comandamento da Gesù stesso (Marco 12, 29), quasi in una trascrizione dall’Antico al Nuovo Testamento, essa è divenuta eredità di tutto il cristianesimo.
Ma quali ricchezze, quali misteri porta in sé questa parola, questo verbo, con la radicale da cui esso si forma? Il verbo shamà, in ebraico, è costituito da tre lettere, tre consonanti, tutte gravide di senso, portatrici di vita traboccante. Le vediamo, prendendole una ad una fra le mani: la shin, la mem e la ayin.
La prima è la lettera del fuoco, come suggerisce la tradizione mistica ebraica: sia per la forma che per il suono, la shin, costituita da tre rami che si elevano verso l’alto, richiama fortemente l’elemento del fuoco. Questa è, perciò, la lettera della passione, dell’amore, della ricerca ardente, dell’attesa tenace. È la lettera che rappresenta il cammino spirituale interiore, profondo, che l’uomo può intraprendere, abbandonando ciò che lo attira verso il basso e volgendosi, con tutto se stesso, a ciò che è elevato, divino, spirituale. Ma questo è possibile solo partendo da un ascolto vero di sé, della realtà, della vita. Ascolto fatto soprattutto in silenzio, shèket, per usare un’altra parola ebraica, generata anch’essa dalla lettera shin. Solo così, assumendo questa posizione nuova, forse inusuale, ma risanante e pacificante, è possibile entrare sempre più in noi stessi e lì, a livello profondo, vivere l’ascolto vero, che si fa accettazione, accoglienza, pacificazione.
È il primo livello, la prima conquista di un cammino di crescita, di elevazione. Beato davvero chi ha il coraggio e la gioia di intraprenderlo, anche in un mondo come il nostro, che, invece, tende a portarci verso ben altri orizzonti.
Dopo la shin incontriamo la mem, lettera santa, bellissima, perché lettera madre. Infatti mem richiama maim, che significa acque e queste acque sono, sempre seguendo la tradizione spirituale ebraica, le acque matriciali, materne, generanti.
È lì che noi dobbiamo tornare, per recuperare quanto abbiamo perduto, o quanto ci è stato sottratto dalle circostanze, dalle esperienze che la nostra esistenza ha portato con sé. Si tratta di recuperare il principio, l’inizio della nostra vita, là dove un grembo ci ha accolti e nutriti e protetti e amati. Grembo di donna e grembo di Dio.
E infine la ayin, lettera dal duplice significato di sorgente e occhio. Essa ci aiuta ad affinare, ad approfondire il nostro sguardo interiore; ci insegna a guardare la realtà e la vita con occhi nuovi, che sanno scavare dentro, sanno andare al di là, percepire ciò che sta oltre, che ancora è nascosto e non percepibile. È la lettera della speranza sempre accesa, che diventa, in noi, certezza che, al di là della notte, passato ormai il buio, torna a risplendere la luce. Non è un passaggio semplice, scontato, questo; anzi, richiede forza d’animo, coraggio, tenacia. La ayin, allora, si rivela lettera aperta, sguardo rivolto costantemente verso di noi, invito ad entrare e, infine, abbraccio.
Sì, proprio così. L’ascolto vero può essere solo questo: un abbraccio, un incontro di conoscenza profonda, grazie al quale noi cresciamo, ci rafforziamo interiormente, liberandoci, via via, dalle solitudini, dalle chiusure di morte che tante volte portiamo dentro di noi.
“Ascolta Israele!”, dice Dio, “Io ho udito il tuo grido e sono sceso per liberarti” (Esodo 3, 7-8).