Pur tra i grandi rumori del mondo, in mezzo alle eco mai spente e insistenti della nostra storia, rimane una voce, un grido, udibile sempre, fra mille. Forte più del silenzio, più di ogni caos, è la domanda “dove sei?”, all’infinito ripetuta, ormai scritta dentro ogni uomo, ogni donna. È la domanda dell’amore.
Finché viviamo, siamo dei cercatori. Chi non ricerca, infatti, chi non attende e non desidera più niente o nessuno, ha già cominciato a morire.
Anche Dio è così, eternamente alla ricerca dell’uomo, del suo Adam, che ha creato. Mai si è spento quel suo grido d’amore, portato dal soffio del vento nel Giardino di Eden: “Dove sei?”, come ci rivela il libro della Genesi (3, 9).
Quella prima chiamata rimane aperta ancor oggi, per ogni uomo o donna che nasce, per ogni respiro che viene in questo mondo, ad unirsi col respiro di Lui, nella creazione incessante del mondo.
Fatto a immagine e somiglianza di Dio, Adam, ha ricevuto in sorte, come sigillo dell’essere, anche questa parola instancabile; il “dove sei?” è anche suo. Suo grido, suo stesso respiro.
L’uno all’altro, Adam e il suo Dio, si ripetono questa parola, questo canto d’amore. Anche se non lo sappiamo, le cose stanno così, nel segreto, nel fondo dell’essere.
Ma, in realtà, cosa significa questo breve soffio di labbra, quest’unica sillaba detta da Dio? In ebraico, infatti, “dove sei?” è una sola parola, un balbettio di bambino. “Ayekah” dice Dio, cioè: “Dove-tu”. Non ci sono verbi, non c’è essere o avere; nulla, se non il solo avverbio legato direttamente al pronome tu. Scritto allo stesso modo questo vocabolo viene a significare anche “come?”. E allora capiamo che questo grido di Dio verso l’uomo, questo appello all’amore, è anche uno sguardo. Non uno sguardo qualsiasi, appena abbozzato, gettato sulla superficie dell’uomo, della sua povera vita; no, gli occhi del Padre, di Colui che ci ha fatti, scendono fino al principio di noi, fino alla sorgente nascosta, dove noi nasciamo, dove noi veramente siamo.
“Dove tu?” corrisponde a “come?”. Fin dal principio noi ci portiamo dentro questa ferita, questa parola capace di scavarci, di lasciarci un segno indelebile. Dio ci apre il cuore, ci scende nell’anima, ci percorre fino al fondo più buio di noi. Lui, che non ha paura, che non si ferma davanti al nostro peccato, ai nostri mille nascondigli, alle nostre porte rinserrate e mute… Lui continua a chiederci ogni mattina: “Come?”, “Dove tu?”. Ci aiuta a trovarci davvero, a prendere contatto con la nostra realtà, a conoscerci per quelli che siamo.
E, se guardiamo con maggior attenzione questa misteriosa parola di Genesi, risuonata sulle labbra di Dio, nel Giardino di Eden, scopriamo ancora molti segreti di noi, dell’Adàm.
Sono quattro le lettere sacre che compongo questa parola divina, questo “Ayekah” che ci sconvolge: la alef, la yod, la caf e la he. Tutte lettere che portano in sé l’essenza della divinità, che subito richiamano a Lui, il Signore. La alef, prima lettera dell’alfabeto ebraico, con valore numerico uno, simboleggia Dio stesso, l’Uno ed Unico, il Solo, il Principio di tutto.
La yod, poi, che vale 10, è iniziale del sacro Tetragramma; è, già per se stessa, Nome di Dio, Yod creatore e amante dell’uomo.
Allo stesso modo la he, che vale 5, ma che compare due volte, raddoppiandosi, nel Nome santissimo – yod, he, waw, he -.
Rimane la caf, racchiusa in questo immenso abbraccio di divinità. Essa significa “palmo”; è la mano aperta nel dono, nella relazione, nell’incontro, dove si dà e si riceve, dove si afferra e si è afferrati. Anch’essa immagine di quel Dio che, innamorato di Adàm, lo viene a cercare, lo chiama, cuore e mani aperte, spalancate.
“Ayekah”, allora, è fortissimo grido, è ricerca dell’Amante verso il suo amato. È un canto e un pianto, allo stesso tempo.
Queste note sono anche per noi. Consegnate al segreto dal quale siamo nati, diventano grido: “Signore… e Tu, dove sei?”. Chi di noi, infatti, non ha conosciuto queste parole? Quali labbra di Adàm potranno mai essere così mute, così spente, da non pronunciare quest’unica sillaba: “Ayekah?” nei confronti di Dio? In fondo, è solo un respiro, un soffio, oppure un bacio d’amore.