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Un racconto di Alessandro Abis
A fatica si ridestò da un sonno privo di sogni e di conforto, scivolandone fuori con angoscia. Sebbene non ristoratore, il vuoto della sua incoscienza era pur sempre un comodo rifugio, se confrontato con la realtà. Lentamente gli tornò percezione del nudo terreno su cui era disteso, le membra rattrappite e doloranti. Fitte lancinanti iniziarono a tormentarlo al ventre e alle tempie, anche se, ormai, al suo corpo rimaneva ben poca sensibilità. Gli fu difficile perfino aprire gli occhi. Come poteva essere ancora vivo?
Stava morendo di fame.
Furono necessari numerosi tentativi perché riuscisse a levarsi in piedi, barcollante e ottenebrato dalle vertigini e dalla stanchezza. Puntellandosi contro una parete per reggersi, comprese di trovarsi in un corridoio. Era in penombra o, forse, la sua vista era troppo annebbiata. I ricordi affiorarono tentennanti: le rovine, l’antica porta che conduceva in un luogo di tenebra, la curiosità e l’avventatezza. Si era perso. Era un labirinto di corridoi e stanze apparentemente uguali fra loro.
Provò a muovere qualche passo con cautela, conscio che, se fosse caduto, debole com’era probabilmente non si sarebbe mai più rialzato. Non aveva idea della direzione intrapresa, né gli importava. All’inizio, quando si era reso conto di essere intrappolato in quel dedalo, aveva cercato di applicare una nota regola: seguire sempre la stessa parete. In tal modo, prima o poi sarebbe riuscito a tornare all’ingresso o a trovare un’altra uscita, a costo di percorrere l’intera struttura. Ma aveva vagato invano per giorni. Inizialmente chiamava aiuto a gran voce, poi la disperazione crescente lo ammutolì.
In alcuni punti, dalle fessure tra le pietre squadrate che costituivano le pareti filtravano rigagnoli d’acqua; in tal modo aveva potuto almeno dissetarsi. Per placare la fame aveva provato a leccare i depositi salini dalla roccia, a raschiare i rari muschi, perfino a inghiottire il terriccio che ricopriva il suolo. Era stato peggio, ma ormai non riusciva più a ragionare. Solo il maledetto istinto di sopravvivenza lo spingeva ancora avanti, alla ricerca di un’uscita che doveva pur esserci.
Dopo la prima volta che era svenuto, risvegliandosi ebbe la sensazione di udire dei passi pesanti che si avvicinavano. La paura gli restituì forza e fuggì, inciampando e sbattendo contro le pareti. Non era qualcuno che avrebbe potuto aiutarlo, anzi era certo che neppure fosse umano. Quel respiro affannoso e quei versi gutturali appartenevano a una bestia. Quanti giorni erano trascorsi? Da allora continuava a inseguirlo.
Eccolo, di nuovo! Stavolta sembrava venirgli incontro. Forse avrebbe fatto meglio a rassegnarsi e affrontare la propria sorte, qualunque essa fosse, ma prima ancora di poter pensare si stava voltando per scappare. A quel movimento improvviso il mondo vorticò e le gambe cedettero. Cercò di proseguire spingendosi con le mani e le ginocchia, come un bimbo che ancora non sa camminare. Tutto inutile. Lacrime rese amare dal senso di impotenza scavarono solchi sulla polvere che gli copriva il viso. Non voleva morire, ma non aveva più alternative.
Rotolò su un fianco, stremato. Cercò di distinguere la forma che gli si avvicinava. Infine poteva vedere il suo terribile persecutore, constatandone la postura umana e la sproporzione delle membra. Il corpo grottesco si chinò verso di lui e allora, quando poté distinguerne il volto, per l’ultima volta gridò. Perché era la sua stessa faccia, stravolta in una smorfia bestiale di brama cannibale.
Quando i pompieri sfondarono la porta dell’appartamento, la scena che si presentò loro era sconvolgente. Un lezzo nauseabondo di aria stantia e rifiuti umani e pozze di vomito rappreso assaliva il respiro, mentre gli sguardi colsero i pochi, scadenti mobili di legno rosicchiati, gli indumenti strappati a morsi, frammenti di oggetti masticati fino a esser divenuti quasi irriconoscibili. Al centro del monolocale era il cadavere dell’uomo, gli occhi spalancati al centro di un’espressione contorta dal dolore e dalla furia al contempo. Sangue secco gli lordava labbra e guance ed era colato sul mento.
Si scoprì che l’uomo aveva perso ogni cosa in seguito ad alcune errate speculazioni finanziarie ed era finito a vivere abusivamente in quel palazzo fatiscente, tra i reietti, senza mai uscirne per timore dei creditori e della giustizia. Il caso venne catalogato come suicidio. L’autopsia aveva riscontrato l’avanzato stato di denutrizione, ma la morte era sopraggiunta per dissanguamento, dalle ferite che si era inflitto coi suoi stessi denti.
Foto |Uncle Ariel