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Sullo sguardo…

Abbiamo, di questi tempi, la possibilità di comunicare abbondantemente: e mi riferisco agli ultimi ritrovati tecnologici in grado di accorciare le distanze e renderci “prossimi” anche quando ci sono, frammezzo a noi, chilometri di distanza.

Che sia un sms, una e-mail o la chat (per citare gli ultimi strumenti del “parlarsi”), il bisogno di stare di fronte ad un altro in atteggiamento di ascolto e di dialogo è intrinseco alla natura dell’essere umano che si costituisce proprio attraverso l’esperienza dell’alterità.

La giovane fenomenologa Edith Stein lo ha ribadito in abbondanza attraverso il suo lavoro sull’Empatia, argomento di giovanile elaborazione filosofica, nonché richiamo costante all’interno dell’esperienza mistico-religiosa sopraggiunta nel prosieguo del tempo.

È fondante, per ogni essere umano, “scontrarsi” con un altro, nel senso di approssimarsi ad un vissuto estraneo, portatore di una realtà personale ben diversa e distinta dalla propria, e “leggere”, “sentire”, “vedere”, empaticamente, un universo “altro” da noi, ricco di quella diversità che non siamo ancora e che ci riunisce in reciproca compenetrazione.

Un amico viene da me e mi dice di aver perduto un fratello ed io mi rendo conto del suo dolore. Che cos’è questo rendersi conto?”, scrive Edith Stein.

Che sia dolore, o gioia, oppure fatica del vivere quotidiano, o quant’altro, l’approssimarsi reciproco, con qualunque mezzo, genera apertura amorosa, ascolto contemplante, coglimento di un vissuto di arricchente valenza.

Abbiamo necessità di atti empatici; per questo ci si cerca con infinite modalità. Poco importa il mezzo utilizzato: rimane, sotteso ad ogni approccio, il bisogno di imbattersi l’un l’altro e generare alla luce “quel che in noi sonnicchia…quel che non siamo e quel che siamo in più o in meno rispetto agli altri” (Edith Stein).

È pur vero, però, che “possiamo avere tutti i mezzi di comunicazione del mondo, ma niente, assolutamente niente, sostituisce lo sguardo dell’essere umano” (Paulo Coelho).

Bisogna pur sottolineare l’incapacità, a volte, dell’essere umano “moderno” di guardare l’altro negli occhi: quella sorta di chiusura ermetica che si esprime nel tenere il capo chino, con lo sguardo abbassato, rivolto esclusivamente su se stessi, quasi in una sorta di ossessione vigilante sulla integrità della propria corazza della quale ci si riveste nel camminare tra la gente, preoccupati di impedire all’altro un avvicinamento fisico.

La comunicazione verbale non scarseggia, lo abbiamo sottolineato. Ma è pur vero che con le parole, scritte o pronunciate a viva voce, si possono camuffare le più impensabili menzogne e presentarsi attraverso una immagine costruita a tavolino.

Non attraverso l’esperienza empatica, il “guardarsi” con sguardo aperto nell’intimità della propri “cella” e cogliere “in carne ed ossa” una sempre nuova visione del mondo.

E non sono più solamente “io”: c’è un “tu” che ci rende un “noi”, un essere-insieme nel mondo e oltre il mondo, nell’ineludibile bisogno di vicinanza, al confine tra ciò che è dicibile e ciò che rimane inesprimibile.

Quale ansia c’è nei suoi occhi! Il suo è lo sguardo di chi deve comunicare cose straordinarie” (da Macbeth).

Foto | kaibara87

Categoria: Punti di vista
Maria Concetta Bomba:

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