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Legge Basaglia, una rivoluzione a metà

Oggi azzardo una breve riflessione su un tema a dir poco scottante: la legge 180, del 13 maggio 1978, “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, volgarmente indicata e conosciuta come Legge Basaglia, dal nome del senatore che ne predispose il testo. Egli era uno psichiatra di chiara fama, che all’epoca dell’approvazione della legge dirigeva il manicomio di Trieste.

In quel tempo la legge rappresentò una vera e propria rivoluzione organizzazione dei servizi psichiatrici, o meglio – inutile ricorrere a pietosi eufemismi – dei manicomi, connotati all’epoca più come luoghi di contenimento sociale che non di recupero terapeutico e riabilitazione.

La nuova normativa, che, bisogna riconoscerlo candidamente, in qualche punto risulta troppo ispirata ideologicamente, risentì di una certa fretta, quantomeno nel volerla applicare subito. Ancora oggi quella svolta epocale deve essere completata con altri provvedimenti per dare piena attuazione a tutto il percorso innovativo.

La legge, come è noto, è entrata in vigore nel maggio 1978 e il primo provvedimento adottato fu quello apparentemente meno costoso. Furono infatti immediatamente chiusi i manicomi e di conseguenza tutti i soggetti ospitati in tali strutture furono fatti uscire, di punto in bianco. Da qui ebbe inizio in molti casi un vero e proprio calvario per i malati di mente e per le loro famiglie, che si videro restituire i loro cari senza alcuna assistenza o supporto specializzato.

In tutta Italia si verificarono veri e propri drammi nelle famiglie che si videro ritornare a casa persone seriamente ammalate mentalmente.

Si verificarono numerosi casi di violenza fisica da parte dei malati, sino casi ad arrivare in alcune occasioni a parricidi e matricidi. Molte famiglie furono letteralmente sconvolte dalla violenza degli ammalati, sicché il cittadino comune fu portato a dare un giudizio del tutto negativo sulla riforma Basaglia.

Oggi pare che finalmente si voglia dare piena e concreta attuazione alla legge, attraverso l’emanazione dei decreti attuativi, deliberati dalla Conferenza interregionale che ha avuto luogo qualche tempo fa.

Non può certo dirsi che la riforma Basaglia non abbia avuto risvolti positivi, considerando che i vecchi manicomi regolati ancora dalla legge di inizio Novecento erano divenuti veri e propri luoghi di indicibili sofferenze. I metodi in essi applicati erano veramente inumani e miravano in generale a mantenere il malato mentale in uno stato di assoluta soggezione al personale che aveva il compito di assistenza e di cura.

Una certa idea di quelle sofferenze si può acquisire leggendo per esempio i libri del celebre psichiatra, nonché fine scrittore Vittorino Andreoli, che per molti anni ha diretto strutture manicomiali.

Ad ogni modo, la riforma del Basaglia deve essere valutata con molta attenzione e circospezione, specialmente nelle parti in cui lascia quasi intravedere che la malattia mentale non ha origini endogene o genetiche, ma sarebbe il risultato di circostanti condizioni sociali o ambientali. Ciò, com’è evidente, porterebbe alla negazione dell’esistenza in natura della patologia mentale. Il che è francamente difficile da sostenere.

Altra situazione spinosa è quella verificatasi in seguito all’avvio del processo di rinnovamento dell’assistenza sanitaria dei cittadini sottoposti a detenzione. In particolare, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari sono destinati a essere riqualificati in R.E.M.S. (Residenze per l’Esecuzione della Misura di Sicurezza), ma l’introduzione ex abrupto di tali strutture in piccoli contesti cittadini sta suscitando un vero e proprio terremoto tra i cittadini, che lamentano non a torto impreparazione, approssimazione ed eccessiva fretta.

È il caso ad esempio della precipitosa trasformazione dell’Ospedale SS. Salvatore in quel di Palombara Sabina, piccolo centro alle porte della capitale, che negli ultimi, tormentati anni ha subito diverse mutazioni, vanificando gli ingentissimi investimenti effettuati in tempi recenti: dapprima convertito a mera struttura di Primo Soccorso e ambulatorio (“Casa della Salute”), per approdare infine alla creazione di una, appunto, paventata R.E.M.S. Il tutto in un contesto sociale impreparato e ovviamente ostile.

Come si vede, i temi della salute mentale e il parallelo, legittimo interesse della comunità alla salvaguardia della propria incolumità, appaiono strettamente connessi, ma la loro armonizzazione è tutt’altro che facile.

Categoria: Zibaldone
Luciano Milani:

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