Igino Giordani con i giovani – foto di Alberto Lo Presti
Igino Giordani, nato a Tivoli sul finire dell’800, visse a Roma, nel quartiere Balduina. Aveva partecipato alla guerra ‘15-18 da sottotenente, e nella battaglia dell’Isonzo gli era stata conferita un’onorificenza al valor militare.
Io ebbi la fortuna e l’onore di incontrarlo su segnalazione del prof. Camillo Corsanego, mio docente di Diritto penale comparato all’Institutum Utriusque Juris.
Tanto Igino Giordani che Camillo Corsanego erano candidati della D. C. al Parlamento della prima legislatura repubblicana. Igino Giordani chiese a Corsanego di indicargli un giovane che lo accompagnasse nei giri elettorali nella sua Sabina. Il Professore, sapendo che ero stato nominato Vice presidente dei Comitati Civici della Diocesi Sabina, gli fece il mio nome.
Prima tappa del giro elettorale fu Nerola, piccolo centro rurale, nel quale l’anno prima un insospettabile ciabattino abitante sulla Via Salaria aveva ucciso un giovane avvocato per rubargli il Mosquit col quale si stava recando da Rieti a Roma.
Io riferii il fattaccio e dopo i conseguenti, inevitabili commenti il discorso finì lì. Era domenica e pertanto dopo il comizio si andò alla Messa. Ed ecco la prima lezione. Al Memento pro vivis et defunctis pronunciato dal sacerdote, Igino Giordani mi sussurrò all’orecchio: “Preghiamo per quel giovane assassinato perché sia accolto tra i santi e anche per il suo assassino perché si converta e viva”. L’esortazione a pregare per l’assassino mi occupò la mente per l’intera giornata.
Nei nostri itinerari noi due giovani – io e l’autista, anche lui studente fucino – chiedevamo continui commenti sull’attualità politica e ogni nostra curiosità veniva soddisfatta, con puntuali riferimenti alla dottrina sociale cattolica. Lo stile pacato e l’afflato cristiano della sua oratoria affascinava anche gli avversari più accaniti.
Ed è proprio sullo stile oratorio che il nostro m’impartì un’altra lezione. Una sera mi aveva preparato la solita scaletta per il mio discorsetto introduttivo al suo comizio, che verteva sui rapporti Stato-Chiesa, tema tirato in ballo dallo scandalo del giorno: la truffa Cippico – Micara. All’ingresso del cinema in cui doveva tenersi il comizio, entrando vidi un manifesto raffigurante una mano tesa verso uno sfilatino, con sotto scritto: “Per tanto poco la D.C. ha venduto l’Italia all’America. Il Fronte Popolare”.
Fremente di rabbia, dimenticai la sua scaletta e con gli epiteti più spregevoli apostrofai gli aderenti al Fronte Popolare. Subito cominciarono a risuonare fischi e rumori, accompagnati a dire il vero anche dal lancio di qualche ortaggio. Igino Giordani scattò in piedi, mi tolse il microfono e con tono pacato pian piano riconquistò l’uditorio, pregandolo di scusare l’imperizia del “giovane oratore”. Svolse quindi magistralmente il tema del comizio e a una voce che gridò “Concordato Fascista!” replicò: “È vero: il Concordato reca la firma di Mussolini, ma noi inserendolo nell’art. 7 della Costituzione l’abbiamo fatto diventare democratico e repubblicano, anche con il vostro consenso determinante” .
La lezione per me seguitò sulla via del ritorno. Mi diede atto che avevo detto la verità, ma che noi cristiani, come ammonisce San Paolo, dobbiamo sempre dire la verità nel rispetto della carità… “Veritatem facientes in caritate”, perché solo coniugando la verità con la carità possiamo annunciare la radicalità del messaggio evangelico e concretizzare così la vera attenzione all’uomo oggetto dell’infinito amore divino.
A noi giovani tenne una lezione apposita sul significato cristiano e sociale del motto “Pro aris et focis” che il buon Gedda aveva dato ai Comitati Civici.
Inutile dire che Igino Giordani fu eletto a pieni voti. Tuttavia nel 1953 non tornò in Parlamento. Lasciò la politica attiva e si dimise anche da Direttore del quotidiano Il Popolo per fondare con Chiara Lubich il movimento dei Focolarini.
Morì ultraottantenne nell’oasi del Movimento a Rocca di Papa e il suo amico Giulio Andreotti così lo ricordò dopo la morte: “… Ormai prevaleva in lui un’ottica di ben altra natura. Si era ritirato in una Comunità di Focolarini e là aveva passato asceticamente gli ultimi anni della sua vita”.
Oggi presso il Tribunale del Vicariato di Roma è in corso il processo per la sua beatificazione.
Di quelle preziose e lontane chiacchierate avevo steso alcuni appunti in un quadernuccio di scuola, ma nei numerosi traslochi purtroppo è andato smarrito. Gli insegnamenti più incisivi però sono rimasti ben scolpiti nella mia mente e nel cuore e di quei giorni lontani ho sempre una struggente nostalgia.
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