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Sulla Giornata mondiale degli animali da laboratorio

Il 24 aprile si celebra la Giornata mondiale degli animali da laboratorio

Nel 1979, l’associazione inglese National Anti-vivisection Society lancia la Giornata Mondiale degli Animali da Laboratorio, in seguito riconosciuta dalle Nazioni Unite, e fatta coincidere in tutto il mondo con il 24 aprile. La commemorazione ha in sé più di uno scopo: in primis, ricordare l’abuso e la morte degli animali sfruttati a fini di ricerca, estrapolandone in qualche modo la sofferenza dall’abituale – e isolato – contesto del laboratorio. Poi, invitare all’azione, o quantomeno alla riflessione, tant’è che oggi, il 24 aprile è visto da parte dei movimenti antivivisezionisti come un’occasione per attivarsi e organizzare vari tipi di eventi di informazione o di dissenso, dalle manifestazioni di piazza, agli incontri e ai dibattiti sulle “metodologie alternative”.

Personalmente, non amo molto questo genere di ricorrenze, che si tratti di cordogli, celebrazioni o memorie varie, il cui risultato, spesso e volentieri, è quello di canonizzare una vittima tutt’altro che al sicuro, che soffre – e continua a soffrire – idealizzandone il dolore e riducendola a martire prematura. Qui, il sapore “di comodo” è forte, e anche piuttosto amaro. È vero anche, però, che in questo caso parliamo di una giornata simbolica, forse più di altre, ed è proprio nel suo essere simbolo che possiamo identificarne un primo valore: esiste una giornata dedicata agli animali da laboratorio. Attenzione: non è una considerazione di poco conto. Ecco che, all’improvviso, almeno idealmente, la secolare scienza dell’uomo moderno e contemporaneo, di cui amiamo discutere con orgoglio e gratitudine (e non senza una punta di sciovinismo), che inscriviamo in termini di “progresso” e “traguardo”, viene a confrontarsi con gli animali, ultimi tra gli ultimi, con la loro agonia e il loro dolore – di cui è responsabile. Improvvisamente, il colosso scientifico, il grattacielo della competenza tecnica, si trova faccia a faccia con un topo, misero e anonimo, e di fronte a esso è nudo e colpevole. La vivisezione, da male necessario, diventa male e basta.

Ridurre, dunque, almeno per un giorno, la scienza non ai suoi successi, ma alle sue responsabilità. Costringerla a fare i conti non con cani e ratti – a cui è abituata – ma con quello specifico cane e con quello specifico ratto. Quella che qualcuno chiamerebbe “lezione di umiltà” è sempre stata una necessità impellente per l’uomo di scienza contemporaneo. Se la missione dello scienziato è quella di esplorare i nostri limiti, abbiamo fallito miseramente, poiché non ci siamo riconosciuti limite alcuno. Se la missione dello scienziato è quella di esplorare i nostri limiti, allora non abbiamo un bel niente da esplorare. E l’animale muore due volte, e due volte con la stessa inutilità.

Dei barbari afferrano quel cane, tanto prodigiosamente superiore all’uomo nell’amicizia; lo inchiodano su di una tavola, lo sezionano vivo per mostrarti le vene mesaraiche. Tu scopri in lui tutti gli stessi organi di sentimento che sono in te. E rispondimi, macchinista: la natura ha forse disposto tutti gli organi del sentimento in quell’animale affinché esso non senta? Ha esso dei nervi per essere impassibile? Non supporre questa impertinente contraddizione nella natura. (Voltaire, Dizionario filosofico)

Foto | Di Lucija T. (Opera propria) [CC BY-SA 4.0], attraverso Wikimedia Commons

Categoria: Animali non umani
Samuele Strati:

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