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Addio a Lars Gustafsson, il Borges svedese

Lars Gustafsson (1936-2016)

Aveva vinto il Premio Internazionale Nonino 2016 perché “il suo narrare (anche in versi) è unico, sempre ironico con se stesso, immerso fra la fantasia e l’erudizione che diventano improvvisamente un gioco profondo nel tempo che scandisce il nostro trascorrere. Una scrittura che trova il vero nella natura, dove vita e morte si affratellano e i colori diventano uno come le sensazioni, perdendosi nell’assoluto”. Ora è lui, Lars Gustafsson a perdersi nell’assoluto: lo scrittore svedese, infatti, è morto alla vigilia degli ottanta anni.

Nato il 17 maggio 1936 a Västerås, in Svezia, si è laureato presso l’Università di Uppsala e poi ha conseguito il dottorato in filosofia teoretica presso nel 1978. Fino al 2006 è stato docente di filosofia e scrittura creativa all’Università del Texas, ad Austin, e poi è tornato in patria.

Dagli anni Cinquanta Lars Gustafsson ha scritto tanto, tantissimo: è considerato uno degli scrittori più prolifici degli ultimi cento anni. Ossessionato dal tempo e dall’identità, veniva definito il Borges svedese. Nel corso della sua vita ha ottenuto diversi Premi internazionali in campo letterario, come il Prix International Charles Veillon des Essais (1983), the Heinrich Steffens Preis (1986), una Vita per la Letteratura (1989), il John Simon Guggenheim Memorial Foundation Fellowship per la Poesia (1994), the Noric Prize of the Swedish Academy (2014) e il prestigioso Premio Thomas Mann (2015).

I suoi testi in prosa sono pubblicati in italiano da Iperborea: ricordiamo qui Il pomeriggio di un piastrellista (1992), Morte di un apicultore (1989), Le bianche braccia della signora Sorgedahl (2012) e L’uomo sulla bicicletta blu (2015). Sta per uscire in italiano anche il suo ultimo romanzo: La ricetta del dottor Wasser.

Le poesie, invece, le troviamo nel catalogo di Passigli e Crocetti.

Una poesia di Lars Gustafsson

Tra le sue poesie ricordiamo la Lettera a un giovane poeta, che vi proponiamo nella traduzione di Enrico Tiozzo:

La prima riga solitaria.
Il primo verso solitario sulla carta.
Recano sempre una promessa. La più grande.
E i colori ritornano, uno dopo l’altro,
come in un’alba nel mese di giugno,
e prendono i loro posti senza indugio o dubbio.
Le cose sono così abili:

insieme ricordano i loro colori
dopo tutta la lunga notte.

Ed ecco un grido. Un chiurlo maggiore,
e là una cicogna.

Suoni di uccelli, suoni di acque.

Abitano in questa primissima cosa
ma troppo lontano per sapere.

Presso di loro l’attimo luminoso.

Il resto per lo più fastidio. Conferenze
dove tutti all’unisono testimoniano

su quanto tutti siano unici.
Impara a tenere i tuoi occhi lontani

dal telegrafo della Borsa. Ah queste strisce
buone soltanto da incollare sugli occhi delle mummie!

Quando il tempo cambia pelle (Perché il tempo è un serpente!)
i grandi poeti si rattrappiscono in foglie brune

trasportate da qualche fiume notturno verso la prossima curva.

E al di là di quella c’è una potente cascata.
Ah, penna stanca, mano stanca, torna indietro adesso

alla prima luce, alla voce degli uccelli sull’acqua,
indietro quell’attimo prima!

Di Suz (Opera propria) [GFDL o CC BY-SA 3.0], attraverso Wikimedia Commons

Categoria: Un autore
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