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Senza ritorno

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Il testo di oggi è di Danza sul mio petto, che è stato intervistato da Valeria tempo fa, e ha già pubblicato in questo spazio altri racconti (Notte d’estate e Il bacio dell’aurora)

Le luci della città si riflettevano sul finestrino, sembravano venirci incontro mentre il silenzio riempiva l’abitacolo dell’auto in movimento.
Era un silenzio profondo, che durava da molto, come un dolore sordo e senza fine, incapace di gridare, come un corpo in agonia che si agitava tre le pareti informi di una campana di vetro.
I nostri pensieri scivolavano l’uno sull’altro senza potersi sfiorare, come se una sottile membrana ci separasse, impedendoci anche di guardarci.
Lei era voltata dall’altro lato, guardava distrattamente la strada del ritorno… ma sapevo che non era distrazione la sua e che quel ritorno era solo apparente, non ci sarebbe mai stato alcun ritorno, ma solo gelo.
La sua mano per un attimo sfiorò la mia, fermandosi su di essa… continuava a non guardarmi, l’accarezzai stringendole le dita e vidi le lacrime rigarle il volto, le stesse che bagnavano le mie ciglia.
Non mi avrebbe mai perdonato e quel tepore era tutto ciò che mi restava di quel viaggio senza ritorno.
La polvere ricopre i tasti arrugginiti, tra la pioggia fina che accompagna il lamento di violini che suonano in lontananza.
L’odore della cucina giungeva fino al mio tavolo, amavo quella strana intimità che si mischiava con la solitudine di un ambiente estraneo, un luogo di passaggio eppur familiare dopo le tante sere passate lì a cenare.
I miei compagni erano sempre diversi, ma era come se fossero sempre gli stessi, non sapevo nulla di loro, se non il modo in cui sedevano e tenevano le posate.
Talvolta potevo soffermarmi per brevi attimi ad immaginare la loro vita, altre volte immaginavo possibili incontri che non avvenivano mai, ma era comunque come se attendessi qualcuno nella flebile luce del locale… quasi sempre era lei che aspettavo, pur sapendo che non sarebbe mai giunta.
Mi piaceva però sognare quelle situazioni impossibili, illudermi consapevolmente di ciò che non poteva essere, cercando di trattenere il dolore che accompagnava ogni volta il ricordo.
E non restava altro che la musica allora, le corde del pianoforte che vibravano nell’aria, cantando quel dolore ormai così familiare e accogliente, che nella solitudine mi teneva ancora vivo, fermo su quella strada, tra i giochi dei miei ricordi.
Brevi istanti lambivano la mia memoria, come onde placide di un mare distante, avvolto da nuvole soffici.
Il suo sorriso brillava in quei ricordi, ma ora sembrava non essere mai esistito, il modo in cui mi guardava e cantava era svanito per sempre.
Il nostro primo viaggio insieme lo decidemmo all’improvviso, senza preoccuparci neanche di dove avremmo passato la notte.
Guidammo per ore, fermandoci ad ogni autogrill lungo la strada, la divertiva osservare quelle oasi di passaggio, dove sconosciuti lasciavano tracce del proprio viaggio.
Il vento era caldo, soffiava leggero tra i suoi capelli e di tanto in tanto mi voltavo a guardarla, certo di trovare il suo sorriso ad illuminarle il volto.
Anche allora c’era silenzio, ma era un silenzio diverso, era quiete e dolcezza, come se fossimo una cosa sola e le parole fossero inutili, bastava sentire la vicinanza dei nostri corpi per comunicare.
Improvvisamente la vidi varcare la soglia, lì tra il fumo di quell’estranea intimità che avvolgeva il locale.
Con lo sguardo accarezzai i suoi lineamenti, era come se fosse passato solo un giorno dall’ultima volta che mi aveva detto addio.
Seguii il suo corpo, tra le emozioni del ricordo, sentii il brivido strano di quando mi raggiungeva abbracciandomi, le sue mani scivolavano lungo la mia schiena e si intrecciavano sul mio petto, prima di allungarsi e sfiorarmi la nuca con un bacio.
Quel brivido tornava spesso ad angustiarmi nella mia solitudine, quando sedevo sul letto, accarezzando l’assenza del calore del suo corpo, il dolore allora diveniva talmente forte da farmi piegare.
Ora sedeva al tavolo accanto al mio, i nostri sguardi si incrociavano e sentivo quanto fosse ormai distante… ed allora vidi la sconvolgente realtà che rese lucidi i miei pensieri, era solo una sconosciuta nei cui abissi giaceva il ricordo di un’intimità che sembrava non essere più vera.

Categoria: Racconti e testi
Graphe.it: @graphedizioni“La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro; leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare” (A. Schopenhauer)

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