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Ecco un racconto di Cinzia (un altro suo testo lo si trova qui). Buona lettura… e buon sogno!
***
“Buongiorno.”
“Buongiorno, dottore.”
Il silenzio diventa qualcosa di tangibile, corposo, si stende come una barriera tra i due. Un silenzio in cui la donna si sente annegare. Ancora due minuti così e fuggirà dalla stanza, proprio come ha fatto nella seduta precedente; ma stavolta no! Ha lavorato duramente per questo nuovo incontro; si è impegnata corpo e anima, per non ripetere l’errore di cadere, sgretolandosi, in un mutismo senza ritorno, opprimente, denso di disagio.
Si arma di falsa risolutezza: “Ecco, ho scritto qualcosa, dottore. Non è un sogno, come mi ha chiesto. Purtroppo non mi capita più di sognare, da un bel po’ ormai; proprio non ci riesco. Durante la settimana però ho pensato molto e questa mi è sembrata la soluzione migliore, così non mi lascio prendere dall’imbarazzo. Perché è difficile, sa? Mi chiedevo se a lei sia mai capitato… cioè di parlare, ecco, delle proprie cose, con uno sconosciuto. No, non volevo dire… lei è un dottore, certo! Non mi fraintenda, che stupida! Non volevo essere scortese, ma insomma… Oh, ecco che m’ imbarazzo di nuovo! Oddio, che faccio? Leggo? Sì, ecco, sì. Meglio che legga.”
La donna legge, la sua voce trema emozionata: “La mia follia è esplosa come un fuoco d’artificio, all’improvviso e inaspettatamente. Scintille di luce si sono propagate ovunque, incendiando e incenerendo. Mi è esplosa nel petto, togliendomi il respiro; ha fatto vacillare il mio equilibrio, aprendo un buco in cui tutto pare sprofondare senza fine e il corpo barcolla e trema nella caduta. Non c’è più una strada che vada dritta, un orizzonte che non traballi, un vuoto che non risucchi; non c’è mai abbastanza aria o spazio, o al contrario troppa aria … troppo spazio.
Il cielo pare voler scendere pesante sulla mia testa, come una nube di luce che mi avvelena, mi soffoca; ogni passo diventa pesante e faticoso mentre le cose girano, tremolano, s’inarcano e ondeggiano. Così il mondo pare un labirinto di specchi deformanti, in cui perdo la mia definizione fisica.
Qualcosa di molle e gelatinoso sostituisce i miei muscoli, le ossa; un’intensa sensazione di vergogna, d’inadeguatezza, prelude alla paura più cieca e irrazionale. Vedo gli altri, la gente normale, come attraverso un muro d’acqua che li rende inaccessibili, lontani e diversi; sento che non possono aiutarmi e il mio disagio aumenta vertiginosamente, insieme alla solitudine e alla paura. La paura… come descriverla? La stessa di quando, bambina, mi immaginavo che un mostro da sotto il letto o dalle stanze buie mi avrebbe aggredita e… impossibile descrivere questa paura; ha soffocato la voglia di vivere, questa paura. È puro terrore piuttosto, e allora…”
“Signora?”
“Sì? Oh, mi scusi, forse era troppo poetico? Magari non era chiaro. Scommetto che non ha capito niente. Sono proprio una stupida, tutta questa retorica, questa enfasi… quando scrivo mi lascio prendere la mano, anche a scuola me lo dicevano sempre di non ridondare. Non ridondare, ecco, dicevano proprio così! Però non ho alterato la mia malattia, sa? Non ho esagerato i sintomi, mi creda.”
“Cosa ne pensa? Cosa ho? Sono pazza? Perché io non mi sento pazza, ma magari… non so. Sono spaventata, dottore! Molto spaventata e confusa. Che faccio? Glielo rileggo o vado avanti? Magari le diventa più chiaro se lo rileggo e…”
“No, non si preoccupi, non è questo.”
“E cosa, allora?”
“La seduta è terminata.”
“Ah! Mi scusi, non mi ero resa conto; è terminata… mi perdoni. Finirò la prossima volta quindi?”
Silenzio.
“Certo, magari un’altra volta. Arrivederci alla prossima settimana e mi scusi ancora dottore, davvero.”
“Signora, sta dimenticando…”
“Oh, che sbadata, non so dove ho la testa; sono settanta, vero? Ecco. Arrivederci allora.”
“Arrivederci.”
La donna esce dalla stanza chiudendo con garbo la porta dietro di sé. Il dottore rimane fermo per un po’, a guardare la parete spoglia di fronte; poi si accende una sigaretta. Nel silenzio, il fumo sale violetto verso il soffitto.
Seduta in macchina la donna si aggrappa con entrambe le mani al volante, incapace di guidare; restando immobile aspetta che il mondo intorno smetta di ondeggiare. Il cuore le batte all’impazzata e un freddo innaturale le ghiaccia il sudore sulla fronte.
“Devo sognare. È questo il problema. Devo ricominciare a sognare…” sussurra.