Come la maggior parte delle donne, mentre faccio i lavori in casa – sempre pochi – , accendo la radio o la televisione e talvolta ascolto conferenze di esperti in varie materie.
Gli argomenti principali di tutte le discussioni, almeno quelle che ascolto io sono:
- giovani senza valori che cercano soltanto emozioni forti da esaurire in breve tempo per poi cercarne subito un’altra;
- coppie che fanno ogni sforzo possibile per essere all’altezza del mestiere di genitori;
- difficoltà a mantenere vivo un rapporto quando finisce l’innamoramento;
- politici non hanno più come obbiettivo il bene della nazione, ma i propri interessi.
Credo che tutto si possa riassumere in una sola espressione: mancanza di amore o incapacità di riconoscerlo.
Il nostro tempo, caratterizzato dal frenetico sviluppo tecnologico, ci ha portati a crederci quasi onnipotenti: dominiamo il mondo, non abbiamo bisogno di nessuno. Abbiamo perso di vista il senso del tempo che cambia, o meglio, non ne abbiamo compreso la qualità. Non ci siamo accorti che stiamo vivendo una vita scissa dall’amore. Tutte le frenesie nelle quali ci dibattiamo ci portano a non accorgerci dell’altro, del prossimo molto frequentemente neanche del più prossimo.
“Dio è morto” sosteneva Nietzsche, gettando le basi dello iato fra vita vissuta e vita pensata. Secondo il filosofo tedesco la decadenza si radica nel rifiuto dell’amore per la vita e della creatività, della spontaneità del vivere naturale e nello stesso tempo “tragico”. Per lui colui che per primo ha condizionato negativamente la civiltà occidentale verso questo annullamento della vita è stato Socrate: il peccato di Socrate è di aver sostituito alla vita il pensare alla vita e la conseguenza di ciò è il non-vivere. Posto in questi termini il problema della morte del divino autorizza a pensare che a morire sia la creatura, non il creatore. La stirpe “divina” si va spegnendo non fisicamente, non solo, ma spiritualmente.
Ognuno di noi va avanti – sopravvive – senza guardarsi intorno, senza curiosità, né interesse: non percepisce la sostanza sottile della propria vita, né quella della vita altrui.
Sconcerta notare quanto questa realtà densa eppure fatta di equilibri fragilissimi sembri cadere oltre i confini dell’analisi definibile lato sensu religiosa. Ancora una volta ci si concentra sull’astrazione della questione perdendo di vista la realtà con le sue asperità difficilmente gestibili senza una dose ragguardevole di carità e di amore per l’umanità. Rammento l’affermazione di uno psicoanalista che credo abbia delineato in modo esemplare il nucleo della solitudine nella quale si dibatte la società occidentale: l’assenza di un “oggetto-soggetto” da amare. Non si tratta solo di assenza di amore, ma di incapacità di amare. Se l’amore è il momento creativo della vita nel suo espandersi, darsi, concedersi, accettarsi, allora non siamo più capaci di includere alcuno in questo processo creativo.
La vita senza amore si ricicla come talvolta facciamo noi donne e uomini che per ingannare il tempo, in uno smodato senso di eternità ci facciamo i ritocchini per restare fissamente giovani e belli. Tuttavia il senso della fine, della morte, aleggia fra di noi a prescindere dai pur utili progressi della cosmesi.
L’amore invece non si ricicla, ma rinasce continuamente ogni volta che ci si incontra o che ci si scontra con la vita, ogni volta che essa si manifesta nella sua verità.
Paradossalmente sono gli scienziati a parlare della cura dell’anima nella furia della tecnica.
Dal mio punto di vista, ritengo che solo quando saremo in grado di scendere nell’abisso della nostra umanità, ovviamente mentre siamo in vita, saremo in grado di amarci e di amare.
L’umanità è tutto quello che abbiamo per vivere la verità della nostra vita.
Aiutare se stessi e gli altri significa essere rispettosi, delicati e autorevoli, soprattutto con i giovani. Loro sono enormemente esposti a tentazioni premianti e all’usura di questo tempo, tutte cose che noi non abbiamo avuto (per fortuna?). Avere cura dei giovani, difenderli in modo autorevole, è avere cura della loro completezza come persone, come nostro prossimo. Interiorizzare la sofferenza dei giovani significa accorgerci che c’è qualcosa che muore dentro di noi.
Un modo, questo, per aprirci ai tempi moderni e ridare vita a quel granello di fiducia o fede che abbiamo dentro di noi.
Foto | kaiton