[Un fiore è] difficile trapiantarlo, occorre assicurargli le stesse condizioni, la stessa umidità del terreno, lo stesso rapporto di elementi minerali, ma un uomo, quando si trasferisce, cambia completamente ambiente, cosa del tutto ovvia, perché se il mondo fosse dappertutto uguale, non ci sarebbe nessun bisogno di cambiare posto, e nessuno andrebbe in un altro posto solo perché è uguale al primo. In breve, Donald è stato, ed è, il mio giardiniere. Se non ci fosse lui, sarei appassito da tempo. Mia madre questo lo capirebbe, perché sapeva prendersi cura dei fiori. Le violette giapponesi germogliavano in un batter d’occhio sotto le sue mani. A un certo punto, molti anni fa, nel nostro appartamento c’erano tanti vasi di violette giapponesi che non potevamo muoverci in altro modo se non saltellando. Lei attribuiva questo rigoglio alla sua capacità di parlare con i fiori. Per me tutte le violette erano uguali, l’unica differenza fra loro era il colore dei fiori, anche se, non vorrei sbagliarmi, predominavano quelle con i petali bianchi, ma mia madre aveva un nome particolare per ognuna. Non so quanto questo sia potuto durare, infatti mi sono sempre interessato poco a ciò che avveniva in famiglia; adesso non ho a chi chiederlo. Se lo avessi chiesto a lei, mi avrebbe ascoltato. Lei sapeva ascoltare. Anche mio padre sapeva ascoltare, ma ben presto i suoi occhi si ricoprivano di una membrana traslucida, come quella palpebra trasparente che hanno certi uccelli, e questo era il segno che, senza muoversi, si stava voltando sempre più velocemente all’indietro, che stava affondando in se stesso, mentre mia madre non perdeva mai la concentrazione, tanto paziente quanto testarda. Da questo non puoi ricavare un racconto, ripeteva Donald. Entrava sempre in agitazione quando cercava di spiegarmi che cosa costituisce un racconto. Metteva sempre in rilievo l’indispensabilità del movimento, la necessità di un’azione. Disprezzava gli scrittori che si servivano di trucchi, soprattutto quello, non riusciva a ricordarsi chi fosse, che sosteneva che lo scrittore è un mago. L’universo è forse inesistente, forse distorto o incomprensibile, diceva Donald, ma un rac[conto deve essere chiaro.]
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Il libro (dal sito della casa editrice): Da un vecchio e cigolante magnetofono torna a risuonare, a distanza di alcuni anni dalla sua morte, la voce di una donna. È l’io narrante ad aver inciso su nastro questa singolare intervista alla propria madre e quando ne riascolta le parole è ormai emigrato in Canada, dopo essere fuggito dal proprio Paese, la Jugoslavia dilaniata dalla guerra civile.
Albahari tesse con straordinario talento narrativo una fitta trama di corrispondenze simboliche in cui il turbinoso destino di una famiglia ebraica e la testimonianza intensa e sofferta di una coraggiosa figura femminile – più che un angelo del focolare, quasi un angelo del dolore – vanno a comporre la biografia di un’intera nazione, fino al suo tragico disfacimento. E quando il narratore vorrà fare della propria madre la protagonista di un romanzo, ecco che il delicato rapporto fra realtà e finzione lo prende all’amo: la madre è anche la lingua madre da lui rimossa, le pagine rischiano di non essere mai scritte, e fra vita reale e vita immaginata si apre un implacabile confronto, lo stesso che oppone l’aspirante autore a un vero scrittore canadese, suo mentore e amico. Due “poetiche” differenti, due antitetiche visioni del mondo quella europea ostaggio della storia e quella nordamericana orgogliosamente priva di radici e di legami con il passato – rimandano entrambe alla possibilità di una lingua comune, che galleggi «in superficie, al limite dei mondi, al confine tra parola e silenzio».
David Albahari
L’esca
traduzione di Alice Parmeggiani
Zandonai, 2008
ISBN 978-88-95538-13-6
pp. 128, euro 13,50