Voglio raccontare l’emozione che ho provato scrivendo il mio compito sull’emozione. Sembra un gioco di parole, ma non lo è: è un incubo.
Sono stata due giorni interi a pensare all’emozione da descrivere, ma lo stimolo si è fermato ed è rimasto uno stimolo. Così, per farmi venire un’idea, mi faccio aiutare dal vocabolario. Cerco la definizione di emozione: turbamento, impressione. Ma come, un sentimento, un argomento così importante, liquidato con due sole parole? La nostra lingua italiana è rinomata per la ricchezza di vocaboli e di espressioni, e il mio vocabolario mi dà una definizione di solo due parole? Non ci posso credere! Come diceva mia nonna, chi fa da sé fa per tre, chiudo il vocabolario, in questo momento così inutile, e passo in rassegna gli ultimi giorni della mia vita. Cosa mi è successo di emozionante?
Niente, non mi viene in mente niente. No, non è vero, una cosa mi è successa, sono rimasta chiusa nell’ascensore. Ma non mi piace come argomento, c’è sicuramente qualcos’altro.
Vado un po’ più in la nel tempo e vedo il piccolo buco di vuoto avuto poco prima, trasformarsi in una voragine. Cammino per casa, sfoglio libri, rivedo foto di vacanze piacevoli e… no! Non va. Questo compito, come dice il vocabolario?, mi “turba”. E più passa il tempo e più il nervosismo aumenta. È venerdì pomeriggio, e ancora non ho un’emozione da raccontare. Ripenso a una vecchia canzone di Domenico Modugno, dal titolo “Meraviglioso”. Meraviglioso il mare…sì! Ci sono. Quella volta che sono andata al mare e…
Provo a scrivere. Due parole, due parole come quelle del mio vocabolario. Non riesco ad andare avanti. Così, come uno scrittore incallito, appallottolo metaforicamente il foglio, e lo butto nel cestino. In realtà, cancello tutto dal computer. Ed eccomi ancora faccia a faccia con il foglio bianco. Ma non mi arrendo perché come disse una volta Alberto Sordi “Mi hai provocato e io me te magno”, io l’argomento non lo mollo… anche se Albertone si riferiva ai maccheroni, ma quella è tutta un’altra storia.
Nel frattempo, esausta dalla sfida che si trova, purtroppo, a un punto morto (mai parole più azzeccate potevano spiegare così bene la situazione), chiudo tutto. Basta, ora mi riposo.
Ma quale riposo! Il cervello mi fuma. Come faceva quella canzone di Lucio Battisti… “tu chiamale se vuoi, emozioni”. Sì guidare a fari spenti nella notte, no, a tanto non ci sono arrivata. Un’emozione, un’emozione, ma sì! Quella volta che… no, non mi ricordo neanche quando è successo. No, non va bene. Ma qual è la mia difficoltà? Ho capito che faccio fatica a esprimere le emozioni, non a provarle. Bene, questo già mi consola, non sono poi così insensibile. Ma il foglio è sempre lì, e io lo devo riempire. Che ansia!
Questa notte voglio dormire e voglio consegnare il compito in tempo. Ecco, ecco che mi viene in mente quella volta che quasi me la facevo sotto per le risate, ma di che cosa ridevo? Ma perché ho i ricordi a metà? Questo compito mi sta mettendo in difficoltà. Non posso consegnarlo in bianco, il mio orgoglio me lo impedisce. Cosa ci ha detto l’insegnante? Un’emozione viva. Aiuto, mi sento morta. Ho un attacco di panico, il respiro mi si blocca in gola, il cervello è chiuso. Provo a ripetermi come una cantilena, la parola emozione, emozione. Sì, l’ho trovata, no, non va bene. Quella è quella che vorrei vivere e non l’emozione vissuta e provata. Mi arrendo, sono una frana. Che faccio piango? Questo non lo farò mai. Ci sono, racconterò l’emozione che mi ha dato scrivere dell’emozione. Che genio, e che emozione!
Un’emozione è un racconto di Tiziana Parini
alunna del corso di scrittura che Susanna Trossero tiene a Roma
Foto | Pink Sherbet Photography via photopin cc