Ho sempre avuto una pessima memoria o, diciamo così, una memoria selettiva. Mi ricordo solo quello che mi pare e, talvolta, neanche quello. Sono specializzata nel ricordarmi come era vestita una persona magari vent’anni fa o il sapore o il colore di una cosa. Ma se decido (anzi se decide lei) sono capace di scordarmi gli accadimenti di interi anni o di pezzi fondamentali della mia vita. […] Eppure, lei, la mia torbida memoria selettiva, annulla, aggiunge, dimentica come in un patchwork dove, a piacere, qualcuno toglie triangoli di stoffa e lascia l’imbottitura grigia in bella vista.
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Livia Aymonino sul suo libro, sul rapporto tra poesia e cucina e anche, naturalmente, sul piacere di cucinare.
Come conciliare l’aspetto aulico della poesia con quello più materiale, diciamo così, della cucina?
La poesia e la cucina si collegano per un fatto casuale che riguarda la mia vita: da quando sono piccola scrivo filastrocche. Vengo da una famiglia di persone che scrivono (molto più seriamente di me!), ma è sempre stato un mio vezzo. È quindi un mio linguaggio, scherzoso. A questo si aggiunga che sono andata a vivere da sola, molto giovane, e ho iniziato a cucinare. A un certo punto c’è stata un’idea, che è venuta alla mia mamma, che mi ha detto: “Tu hai due passioni: perché allora non provi a scrivere delle ricette in rima baciata?”. Ho iniziato, quindi, dieci/quindici anni fa e ho scritto queste ricette in rima, che sono diverse dalle poesie sul cibo che troviamo, per esempio, in Eduardo De Filippo: le mie filastrocche sono la spiegazione delle ricette in rima baciata. E poi, sinceramente, io non ritengo che ci siano delle cose “alte” e delle cose “basse”: la cucina può essere altissima e la poesia può essere bassissima e viceversa.
E a proposito di poesia e cibo ricordiamo anche Pablo Neruda con la sua Ode al vino, quella al carciofo…
Poesia e cibo sono spesso legati, perché riguardano due piaceri: la poesia può essere molto sensuale e appagante, come il cibo.
Ritornando a quello che dicevi della cucina altissima ma anche bassissima, non ho potuto fare a meno di notare una presa di posizione ben precisa per quel che riguarda un certo tipo di cucina dei giorni nostri, fatta di mode, di preparazioni che si basano su stratagemmi che nutrono solo gli occhi…
Non ho nessuna polemica nei confronti dei grandi chef che fanno un lavoro durissimo, ma sono un po’ politicamente scorretta. Tutto quello che è omologo dopo un po’ non mi piace e questo enorme parlare di cibo mi sembra spropositato e fuori luogo. A noi ragazze, quando eravamo bambine ci hanno insegnato che a tavola si parlava d’altro. Il mio libro – al di là della gioia di raccontare delle cose e di scrivere le ricette in rima – nasce con l’idea di riportare il cibo in cucina, dove deve stare. Non c’è bisogno di celebrarlo dopo: la vera gioia del cibo, visto che è un atto d’amore nei confronti degli altri, è magari impiegare due giorni di tempo e poi in dieci minuti sparisce nella bocca di chi ami. A tavola, però, si parla d’altro: non si può stare lì a dire ininterrottamente da quale mucca viene la mozzarella e chi è il contadino che ha coltivato i pomodori… Questa moda dilagante di parlare di cucina la trovo noiosa e anche un po’ volgare. È così bello starsene zitti, con un bicchiere di vino, in cucina, impiegando del tempo per fare un sartù e poi a tavola però si parla d’altro. Naturalmente se mi dicono che il mio cibo è buono sono contenta, però poi basta! I grandi cuochi, invece, è un’altra categoria: io sono una cuoca di casa e faccio tutto un altro mestiere (mi occupo di comunicazione). Quello degli chef è prima di tutto un lavoro durissimo che richiede un rigore enorme e che richiede tantissimi sacrifici e per il quale io ho il massimo rispetto.
Sì, alla fine di ogni sezione c’è un ipotetico menù dedicato a vari chef, da Arrigo Cipriani dell’Harry’s Bar di Venezia per il Martini cocktail fino a Don Alfonso di Sant’Agata su Due Golfi. A questi chef va tutta la mia stima e il mio rispetto perché è un altro modo di fare cucina, in base a ricerche, studi… Però che siamo tutti diventati master chef no!
Quindi se io interpretassi “Sapori di versi” come “sapori diversi” non sbaglierei poi tanto.
No, sarebbe perfetto: i sapori del mio libro sono sia in versi che diversi. Secondo me ci vuole in tutte le cose, per cui anche nella poesia – e nel mio caso nelle filastrocche – e nella cucina, essere meno sicuri di se stessi: un po’ di ironia perché le cose devono tornare a quello che sono. Le persone che come me cucinano a casa sono per la semplicità e anche nei ristoranti se si tornasse a un po’ di semplicità e abolire un po’ di liquirizie e quattromila spume che ormai imperversano sarebbe meglio! Anche se grandi chef, come per esempio, Heinz Beck o il mio amico e maestro Fulvio Pierangelini riescono a fare cose supreme con una grande semplicità.
Scrivi nella prefazione: “Come si sa, la scrittura ti prende e se ne va per conto suo, con te o senza di te, come un estraneo che ti abita dentro, sconosciuto”. Quali sono le peculiarità di scrivere un libro di cucina?
Il mio Sapori di versi è come se fossero tre libri in uno: ci sono delle filastrocche che costituiscono un ricettario completo in rima; poi c’è il classico libro di cucina con ingredienti ed esecuzioni e poi ci sono delle storie a cui le ricette sono legate. Si tratta, quindi, di uno strano ibrido che contiene questi tre pezzi e ognuno può leggere quello che vuole: a chi piace cucinare si legge le ricette, a chi piace la poesia segue le filastrocche e chi vuole delle storie le trova. E per me è vero che la scrittura ti prende e se ne va per conto suo: io quando inizio non so cosa poi vado a scrivere. Quasi tutte le mie ricette in rima partono da una frase che mi viene in mente, magari di notte: una volta che ho pensato la prima, poi tutto va per conto suo. Allo stesso modo per i racconti – autobiografici o generazionali o familiari – legati alle ricette: partendo dalla ricetta mi sono venute delle storie, che a volte sono intime ma altre volte meno, come la mia dissertazione sulle patate o sul forno!
Per concludere, potresti dirci il titolo di un libro che ami in particolare e con quale ricetta lo abbineresti?
Non ho un libro preferito perché ho molto letto. Ci sono degli autori che mi piacciono e che vanno dai classici Tolstoj alla Yourcenar passando per Karen Blixen. Negli ultimi anni sicuramente sono stata folgorata da Murakami e da Ágota Kristóf con la sua Trilogia della città di K.: ma è difficile abbinare un piatto a questo libro e andrei su azzimo e acqua! Per Murakami viene in mente tutta la cucina giapponese dai ramen ai sushi, però Murakami è un po’ misterioso e lo abbinerei a un pesce.
Foto | Livia Aymonino – Raffaella Curcio – Giancarlo Belfiore