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Roberto Vecchioni: “Mi piace moltissimo scrivere”. Intervista

Con Il mercante di luce Roberto Vecchioni ha scritto un romanzo in cui l’amore per la vita e per la cultura della Grecia classica si fondono. La storia narrata da Vecchioni è quella di un uomo: Stefano Quondam Valerio, professore di letteratura greca, e di suo figlio Marco, affetto da progeria e prossimo alla morte; ma è anche la storia del legame tra Stefano e Miranda, amore che finisce; e della passione per il suo lavoro e le sue aspirazioni (diventare ordinario). E molto di più, perché Stefano Quondam Valerio per far capire al figlio il senso della vita ricorre alla letteratura greca, sebbene sia proprio la passione per il proprio lavoro a tenerlo, di fatto, lontano dalle persone che ama. Un romanzo che affronta, in un certo senso, la paura di vivere.

Abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Roberto Vecchioni e di porgli qualche domanda sul suo romanzo e sulla sua attività di scrittura. Nel ringraziarlo per la disponibilità dimostrataci e l’affabilità con cui ci ha accolto poco prima che salisse sul palco dello splendido Teatro Morlacchi a Perugia, mentre i suoi collaboratori fremevano perché il tempo stringeva, vi lasciamo alle sue parole.

Che rapporto c’è tra il Vecchioni cantautore e il Vecchioni scrittore?
Un rapporto molto simile. Però a cantare, a volte, fai tanto il furbo, l’artista, quello che si mette in mezzo alle persone e vuole illuminarle e, in un certo senso, anche conquistarle: insomma, quando canti sei anche un po’ cialtrone. Quando scrivi no: quando si scrive si è seri, si scrivono cose importanti, cose della tua vita che non puoi assolutamente dimenticare. A me piace moltissimo scrivere: scrivere dell’amore che gli uomini hanno per la cultura, scrivere per me, per la mia vita, per l’amore che ho per i miei figli, per la mia gente.

Le propongo di commentare per noi alcuni passaggi che mi sono piaciuti de Il mercante di luce. Il primo si riferisce al capitolo in cui si parla della scoperta del complesso prepalaziale di Apodoulou a Creta, da parte di Louis Godart. Quando l’archeologo sta per mollare tutto perché non trova vestigia del palazzo, gli si avvicina un anziano e gli rivela dove si trova il tutto, e gli dice: «Se lei fosse andato via dopo qualche mese o qualche anno voleva dire che non aveva capito. Ho aspettato che resistesse fino all’ultimo, oltre ogni limite. Solo allora ho deciso che si meritava l’umanità e la bellezza».
È importante vivere: qualunque cosa è fondamentale che sia conquistabile, che sia accettabile, che sia prendibile, che sia voluta, che sia desiderata. Molto importante in questa piccola storia di un grande archeologo, sapere che la vita non è fatta di casualità, ma di una fatica immensa per cercare la verità. Questo è quello che ho sempre pensato, che ho sempre comunicato ai miei allievi, alle persone che amo: il fondamento è cercare la verità. E nel mio libro Il mercante di luce c’è tutto questo aspetto.

Nel corso di un dialogo tra il protagonista e la dottoressa Cassandra Panagulis, “grande, grandissima psicanalista junghiana di un tempo” si finisce a parlare di Amore e Psiche e del fatto che il primo non vuole che la seconda lo guardi in volto: «Amore non vuole che Psiche lo riconosca, perché riconoscere significa “cambiare”, e lui, Amore, vuole rimanere se stesso, vuole rimanere com’è».
Il problema di un maschio è che non riesce mai a capire, mai veramente, chi è la sua compagna, cos’è la sua vita, la sua esistenza e quanto conta quell’esistenza. La prende sempre come qualcosa che deve rassicurarlo, rasserenarlo, aiutarlo e via dicendo. E ha una grande difficoltà a fare il contrario. La testimonianza più bella dell’amore è quando un uomo e una donna si difendono in comune: quando questo non accade, non c’è alcun senso. Il mercante di luce è un romanzo su come un papà racconta a un figlio la bellezza della poesia greca, ma è anche un grande racconto sul come si ama e non si riesce ad amare, sul come si tenta di amare e non vi si riesca, su come ci si perde per cose inutili nella vita. Un uomo e una donna che si vogliono bene e poi si perdono: è una verità presente nel romanzo, detta a brani, a sprazzi ma che è altrettanto importante come l’amore che ha il papà per il figlio.

Tra i frammenti che cita, ce n’è uno di Anacreonte: «Dorme beato / Senza la spranga alla porta».
Lui dorme sereno, tranquillo: la sua vita è quella, è beata, è facile, è contento. Ma la spranga alla porta non c’è anche per un’altra ragione: così la sua donna può entrare quando vuole. È tutto un fatto d’amore: la donna non ha bisogno di chiavi o di altro: nel momento in cui ha voglia di lui, ha bisogno di lui entra in questa stanza e fa l’amore con lui.

Stiamo parlando di letteratura greca e di personaggi di tragedie e ci vengono in mente due versi della sua canzone Aiace “per un mondo che è un porcile / ti val bene la pena di morire”. Lei è di questa idea?
La pena di morire no, non vale. Però c’è da considerare che gran parte del mondo moderno rispetta la meritocrazia nel senso che il merito non è mai riconosciuto e il non merito è sempre riconosciuto. Il merito è un fondamento della nostra storia ed è qualcosa che noi non abbiamo capito, nemmeno io che sono un comunista di antica data: negli anni Settanta non capivo il merito. Chi ci mette l’anima, il cuore, il sangue, quello ha merito ed è giusto che vada riconosciuto. A distanza di tempo mi vedo colpevole di aver pensato che tutto fosse di un altro tipo.

Al termine della lettura del romanzo Il mercante di luce appare evidente come l’influenza della cultura greca nella nostra storia contemporanea sia del tutto imprescindibile.
Non ho assolutamente dubbi su questo e ci ho scritto un romanzo per dire che tutto quello che noi abbiamo e sogniamo adesso ci viene dai greci e sono sicuro che è così. Se qualcuno vuole andare a leggerseli, bene; se non vuole leggerseli, fatti suoi ma, in realtà, è tutto lì. Il senso della ragione, del mito, della poesia, del sogno e via dicendo ci vengono da loro. Sono loro che hanno comunicato tutto questo al mondo, in un modo meraviglioso. Senza di loro non ci sarebbe stato né Shakespeare, né Cervantes, né Leopardi: nessuno!

Il professor Roberto Vecchioni e il professor Stefano Quondam Valerio si rispecchiano?
Un pochino, non tanto. Io non sono mai stato così frustrato come lui.

Si ringrazia Anna Maria Romano

Foto | NataLino Fioretto

Categoria: Interviste
Roberto Russo: @rrt71Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.

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