Metà toscano e metà lombardo – secondo la genealogia – ligure di natali, Sebastiano Vassalli si sentiva, soprattutto, novarese. Trasferitosi a Novara da piccolissimo con la famiglia, l’autore era sempre stato affascinato dal mondo insieme magico e terribile delle risaie (tra le quali si era trasferito, in una casa di campagna isolata chiudendo fuori il mondo come un monaco in un eremo) nelle quali ha ambientato il suo capolavoro, La chimera. Studiato nelle scuole assieme ai Promessi sposi – con i quali condivide l’ambientazione seicentesca – racconta la storia della trovatella Antonia, allevata in un orfanotrofio di suore finché non viene acquistata, secondo l’uso dell’epoca, da una famiglia contadina che la tratterà come una figlia vera. Fra incontri più e meno costruttivi e il tempo che sotto il sole piemontese è spesso scandito dalla raccolta del riso, Antonia scoprirà l’amore e finirà sul rogo con l’accusa di stregoneria.
Sono soprattutto due gli aspetti per i quali vengono apprezzati i romanzi di Vassalli, al quale un paio di mesi fa era arrivata anche la candidatura al Nobel da parte dell’Accademia di Svezia: l’evoluzione storica e l’approfondimento psicologico dei personaggi.
L’opera narrativa del Vassalli, infatti, si caratterizza per un’accurata ricerca storica finalizzata a raccontare l’evolversi nel tempo delle convenzioni sociali come strumento attraverso il quale interpretare un determinato orizzonte storico e poterlo così confrontare con la realtà di oggi. Dalla Sicilia dell’Ottocento all’Antica Roma, da una villa di città a un villaggio sulle Alpi, dal Medioevo al Sessantotto, ogni cosa è ricostruita con una cura dei particolari quasi maniacale, dando un contributo fondamentale non solo alla narrazione della Storia, ma anche alla scrittura della storia della letteratura.
L’approfondimento psicologico dei personaggi, invece, l’autore probabilmente lo mutuò dagli studi necessari per la sua tesi di laurea in Lettere, intitolata La psicanalisi e l’arte contemporanea. L’efficacia dei suoi protagonisti sta tutta qui: nella forza della loro semplicità, nelle personalità tratteggiate con poche pennellate essenziali, ma destinate a restare indelebili nel tempo e nello spazio attraversato dalla loro vicenda umana, perché in fondo siamo tutti, inesorabilmente, italiani.
Come il signor Odio: proprio così, in maniera fin troppo evocativa, si chiama il protagonista de Il confine, l’ultimo libro di Vassalli dato alle stampe da Rizzoli all’inizio dell’anno. Classe 1928, malgrado sé è il mistero della vita, Odio è ancora vivo e da sempre conduce la sua esistenza tra le innevate vette e le scintillanti vallate del Sud Tirolo, una terra – appunto – di confine, forzata dalla storia e dalla convenienza umana a cambiare bandiera, ma non proprio cultura, da un giorno all’altro. Dando voce a Odio, Vassalli ripercorre un secolo di storia di una regione controversa e complicata, mai del tutto veramente compresa e amata dall’Italia di cui è politicamente parte, e in chiusura d’opera fa la sua proposta, concreta, per giungere finalmente a una pacificazione con la Storia.
Si svolgerà, invece, con ogni probabilità, dalla parte opposta dello Stivale, Io, Partenope, il nuovo romanzo che uscirà concomitanza con l’assegnazione del Campiello alla carriera, che Vassalli avrebbe dovuto ritirare il prossimo settembre. La morte lo ha raggiunto il 27 luglio: quasi un’ironia della sorte per uno scrittore che era tanto schivo per quel che riguarda la partecipazione ai premi letterari.