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Zink, di David Albahari

[Naturalmente, non la ritenevo un’identificazione, un diventare tutt’uno con lui; era parte di un rituale, pensavo, che si svolgeva al di fuori di me; il diverso punto di vista da cui, dopo molti anni, vedevo la cucina mentre ero seduto a tavola,] lo ritenevo mio; non avevo intuito che stavo iniziando a guardare con i suoi occhi. Finché una mattina mi svegliai e pensai di essere lui. Non durò a lungo: sbattei gli occhi e fui di nuovo ciò che sono, ma in quel breve istante tutto era diverso: i colori delle pareti, le forme degli oggetti, gli odori, il silenzio. Poi mi sorpresi a guardare la televisione nella sua stessa posizione. Stavo seduto a tavola come lui. Portavo il cucchiaio alla bocca con lo stesso tremolio. Smisi di correre. Evitavo i cibi molto zuccherati e speziati. Mi misi gli occhiali. Mentre mi legavo i lacci delle scarpe, non piegavo le ginocchia, così come non lo faceva lui, e il viso mi si arrossava per l’improvviso afflusso di sangue. Inezie, lo so, ma avvenivano tutte al di là della mia volontà, in me e fuori di me. Andai al cimitero. La sua lapide iniziava a cedere, la terra si abbassava; i morti non avevano pace. Era estate, o la fine della primavera, e le ombre erano così fitte da sembrare untuose. Strappai un po’ di erba, tirai fuori un fazzoletto di carta e spolverai la superficie di marmo. Ero stanco. Avrei potuto stendermi sulla sua tomba, tanto sonno avevo, ma temevo che in quel sonno avremmo scambiato i ruoli, come già era successo una volta, in sogno. Gli dissi che non avrei mai potuto essere come lui. Lo ripetei: la prima volta sottovoce, la seconda più forte. Il noce frusciò. In lontananza cigolò il cancello del cimitero. Sentii qualcosa che mi sfiorava l’anima: non sapevo cosa fosse, forse non sapevo neppure che cosa fosse l’anima, ma riconoscevo il tocco. Lo interpretai come la sua risposta: potevo essere ciò che ero. Quello che non sono, pensai, a che mi serve?

***

Il libro (dal sito della casa editrice): La biografia simbolica di Albahari si arricchisce di un secondo capitolo: se ne L’esca, rende omaggio alla madre, e parla attraverso di lei di un’Europa ferita ma capace di fronteggiare il peso della storia, in Zink il percorso identitario che ruota intorno alla figura paterna è più tormentato, irregolare, quasi in frantumi. Incalzato dai ricordi della lenta e straziante agonia del padre, il protagonista attraversa gli sterminati territori del Nordamerica che, con la loro vastità e solitudine, offrono la perfetta scenografia del disorientamento e della perdita di un centro, nella vita come nella scrittura. Il rapporto con il padre, segnato da atti d’amore mancati o respinti, sembra quasi impedire il racconto minandolo dall’interno: se scrivere significa rivolgersi innanzitutto al padre, alla sua assenza, giunge il momento in cui le parole non soccorrono più e si consegnano all’irriducibile distanza che le separa dalle cose.

Commovente, ironica, dotata di una chiaroveggenza dolorosa, la prosa di Albahari procede intessendo una fitta rete di paradossi e giocando al sovrapporsi dei piani narrativi. Anche l’espediente del romanzo nel romanzo, pressoché una costante nella sua opera, finisce con il mettere a nudo l’impossibilità di raccontare la morte. Resta indicibile e inafferrabile, la morte; al massimo possiamo coglierne il risuonare: un misterioso rumore metallico, che vibra per un istante nell’aria, raggelante e dolce al contempo.

David Albahari
Zink
traduzione di Alice Parmeggiani
Zandonai, 2009
ISBN 978-88-95538-23-5
pp. 96, euro 11,50

 

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