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Mo Yan, lo scrittore perfetto

Mo Yan è, dunque, il vincitore del Premio Nobel per la letteratura 2012. Dopo il post in cui annunciavamo la sua vittoria, approfondiamo un po’ di più la conoscenza di questo autore.

Una breve autobiografia
Nel 2005 Mo Yan così scrisse di sé nel presentarsi alla giuria del Premio Internazionale Nonino, premio che poi vinse:

Mo Yan nacque in una povera famiglia contadina a Gaomi nella provincia di Shandong Cina nel 1955. Nella sua fanciullezza soffrì la fame e il freddo. Quando scoppiò la Rivoluzione Culturale Mo Yan, studente del quinto anno della scuola elementare, divenne un pastore e fu così costretto a una vita solitaria e a soffrire a lungo la fame. All’età di diciotto anni iniziò a lavorare in una fabbrica nella quale si produceva il cotone. Nel 1976 divenne un soldato nella Pla (Armata di Liberazione Popolare). Nel 1997 lasciò la Pla e da allora lavora per un giornale.

Il nome
Mo Yan è il nome letterario del vincitore del Nobel. Il suo vero nome è Guan Moye. È interessante la scelta del nome che, letteralmente, vuol dire “non parlare”. Ma non solo. Nota la sinologa Frine Beba Favoloro – che non esita a definire Mo Yan come “il letterato perfetto” –:

Scorrendo gli articoli in cinese su Mo Yan e osservando quel nome, improvvisamente salta all’occhio che i caratteri che lo compongono hanno un significato particolare: tradotti letteralmente significano “non parlare”, ma anche (la stroboscopia…) “senza parola”. Una scelta deliziosa e sofisticata da parte di uno scrittore tanto legato all’intensità di questo strumento che egli, con lo spirito di contraddizione che caratterizza la nostra contemporaneità, dispensa con generosità in romanzi epocali. Una scelta che nondimeno allude alle radici taoiste della sua antica cultura: riecheggia in questo nome l’ineffabilità del Tao, di quella Via che quando è vera Via non ha nome. Tentare una parola per descrivere ciò che non può essere descritto. Come dire, farsi illusionisti del reale, che tanto nulla più ci è dato di comprendere.

Le influenze letterarie
Chiamato il Kafka cinese, Mo Yan fonde nei suoi romanzi le tradizioni ancestrali cinesi con una panoramica della storia cinese, in cui il comunismo raramente la fa franca. Il realismo magico è un elemento importante nella sua letteratura, con un linguaggio non senza umorismo. Le trame dei suoi romanzi non di rado comprendono critiche alla società cinese e alla classe dirigente. Lo stesso Mo Yan ha riconosciuto che la sua scrittura è influenzata da autori come Lev Tolstoj, William Faulkner (Nobel per la letteratura nel 1949), Gabriel García Márquez (vinse il Nobel per la letteratura nel 1982) e Italo Calvino.

Nel partecipare al festival letterario della Sardegna a Gavoi (Nuoro), Mo Yan ebbe così ad apprezzare Italo Calvino:

Negli anni Ottanta ho letto un libro di questo grandioso scrittore – Il barone rampante – e mentre leggevo continuavo a tirare dei colpi sul tavolo. Sapete perché? Perché è scritto troppo bene. È troppo bello questo romanzo. Perché non ci ho pensato io a scriverlo?

I libri in italiano
Del neo Premio Nobel per la letteratura abbiamo in italiano sette titoli: sei pubblicati da Einaudi e uno da Nottetempo. In ordine cronologico, per Einaudi questi i romanzi:

  • Sorgo rosso (1997)
  • L’uomo che allevava i gatti e altri racconti (1997)
  • Grande seno, fianchi larghi (2002)
  • Il supplizio del legno di sandalo (2005)
  • Le sei reincarnazioni di Ximen Nao (2009)

Come è noto Sorgo rosso nel 1998 1987 è diventato un film con la regia di Yimou Zhang. Mo Yan ha contribuito alla sceneggiatura dello stesso, insieme a Jianyu Chen. Il film ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino nel 1988. Mo Yan ha anche scritto un’altra sceneggiatura: quella del film del 1993 Addio mia concubina di Chen Kaige.

Nottetempo nel 2011 ha pubblicato Cambiamenti.

Nella primavera del 2013, Einaudi pubblicherà un altro romanzo di Mo Yan, dal titolo Le rane, in cui si mette sotto accusa la politica del figlio unico, in vigore in Cina da oltre un trentennio. Questo l’incipit del nuovo romanzo:

Egregio signore, secondo un’antica usanza delle nostre parti, quando nasceva un bambino gli si dava il nome di una parte o di un organo del corpo.

Come per esempio Chen Bi, Chen il Naso oppure Zhao Yan, Zhao l’Occhio, Wu Dachang, Wu le Budella, Sun Jian, Sun la Spalla… Ai nostri giorni, quest’usanza non è più in voga, i genitori moderni non amano chiamare i proprio figlioli con quei nomi bizzarri. Ora, i bambini della nostra zona possiedono i nomi eleganti e originali dei personaggi delle serie televisive di Hong Kong e Taiwan, oppure di quelle giapponesi e coreane. La maggior parte di quelli che si chiamavano come una parte del corpo hanno sostituito il proprio nome con qualcosa di più raffinato, anche se c’è ancora qualcuno che l’ha conservato, come Chen Er, Chen l’Orecchio, e Chen Mei, Chen il Sopracciglio.

Una delle caratteristiche di Mo Yan è quella di scrivere dei romanzi di ampio respiro anche in meno di un mese.

Secondo Federico Masini – direttore dell’Istituto Confucio presso l’Università la Sapienza di Roma – Mo Yan è un vero scrittore cinese, un poeta della Cina rurale che si pone dalla parte delle donne.

Altri titoli di Mo Yan non ancora disponibili per il mercato italiano sono Rossa radice cristallina, Il clan dei mangiatori d’erba, Il paese del vino, Tredici passi, Foresta rossa, Quarantun cannonate.

Un Nobel che piace alla Cina
Com’è normale che sia, non tutti sono d’accordo con l’assegnazione del Premio Nobel a Mo Yan. Stando al New Yorker, questo premio Nobel è quanto il governo di Pechino aspetta da sempre: uno scrittore politicamente accettabile, che scrive in cinese e vive in Cina.

La motivazione del Nobel
L’Accademia Svedese ha motivato il Nobel per la letteratura a Mo Yan, sostenendo “che con un realismo allucinatorio fonde racconti popolari, storia e contemporaneità”. Chiosa Frine Beba Favoloro:

Forse è soltanto attraverso un salto allucinatorio, attraverso un’uscita dal nostro stato ordinario di coscienza che noi umani non-cinesi abbiamo la possibilità di entrare nella dimensione del reale cinese. Un reale dilatato e al tempo stesso intenso, costruito su grandi spazi e avvenimenti epocali di cui si riesce a sostenere l’esistenza soltanto perché inscenati su un palcoscenico tanto immenso.

I Premi Nobel cinesi
Secondo la politica ufficiale del Paese di Mezzo Mo Yan è il primo cinese a vincere il Nobel per la letteratura. In realtà, già nel 2000 il Nobel per la letteratura andò a un cinese – Gao Xingijan – che però è espatriato in Francia e ha cittadinanza francese.

Altri cinesi che hanno vinto vari Premi Nobel sono, in ordine cronologico:

  • Chen Ning Yang e Tsung-Dao Lee, Nobel per la fisica nel 1957 “per la loro penetrante indagine delle cosiddette leggi di parità, che ha portato a importanti scoperte per quanto riguarda le particelle elementari”;
  • Daniel Chee Tsui, Nobel per la fisica nel 1998 con Robert Betts Laughlin e Horst Ludwig Störmer “per la scoperta di una nuova forma di fluido quantistico attraverso eccitazioni caricate frazionalmente” (effetto Hall quantistico);
  • Charles K. Kao, Nobel per la fisica nel 2009, “per il pioneristico progresso riguardante la trasmissione di luce in fibre ottiche per la comunicazione”;
  • Ei-ichi Negishi, Nobel per la chimica 2010 insieme a Richard Heck e Akira Suzuki “per gli accoppiamenti incrociati catalizzati dal palladio nella sintesi organica”;
  • Lu Xiaobo, Nobel per la Pace 2010 “per la sua lunga e non violenta lotta per i diritti umani in Cina”. Ricordiamo che Lu Xiaobo è in carcere dal 2009 e deve scontare una condanna di undici anni. Mo Yan, in una conferenza stampa tenuta a seguito della vittoria del Nobel, si è augurato che Lu Xiaobo possa ottenere presto la libertà.

Da notare, infine, che nel 1938 il Nobel per la letteratura andò alla scrittrice statunitense Pearl Sydenstricker Buck con la seguente motivazione: “per le sue ricche ed epiche descrizioni della vita contadina in Cina e per i suoi lavori autobiografici”.

Tag: Mo Yan
Roberto Russo: @rrt71Roberto Russo è nato a Roma e vive a Perugia. Dottore in letteratura cristiana antica greca e latina, è appassionato del profeta Elia. Segue due motti: «Nulla che sia umano mi è estraneo» (Terenzio) e «Ogni volta che sono stato tra gli uomini sono tornato meno uomo» (Tommaso da Kempis). In questa tensione si dilania la sua vita. Tra le altre cose, collabora con alcune testate online, è editore della Graphe.it, e tanto tempo fa ha pubblicato un racconto con Mondadori.

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