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Il Master di Ballantrae, di Robert Louis Stevenson

[Fu una giornata estenuante, passata sul castello di prua a contemplare le paludi e i rovi che si estendevano a] perdita d’occhio attorno al nostro piccolo porto. Poco dopo il tramonto, Ballantrae cadde al mio fianco fingendo di inciampare con una risata da sbronzo e, prima di rialzarsi, mi sussurrò: “Barcolla fino alla tua cabina e fai finta di dormire. Presto ci sarà bisogno di te”. Feci come diceva lui. Raggiunsi la cabina, che era completamente buia, e crollai sul primo tavolaccio. C’era già qualcuno e, dal modo in cui si mosse e mi cacciò, non sembrava aver bevuto granché. E quando trovai un altro posto quello sembrava continuasse a dormire.

Il cuore mi batteva forte, perché nell’aria, lo sentivo, c’era qualche impresa disperata. In quel momento scese Ballantrae, accese la lampada, si guardò attorno, annuì soddisfatto e tornò sul ponte senza dire una parola. Sbirciando tra le dita vidi che eravamo in tre a dormire, o a fingere di dormire, nelle cuccette. Oltre a me, un certo Dutton e un tale Grady, entrambi tosti. Di sopra il resto della ciurma era arrivato a picchi di gozzoviglia quasi inumani. Nessuna parola decente potrebbe descrivere i rumori che facevano. Ne ho visti di ubriachi in vita mia, e molti a bordo della stessa Sarah, ma niente che eguagliasse neanche da lontano quello che sentivo in quel momento, al punto che sospettai che il rum fosse stato tagliato con qualche droga. Passò molto tempo prima che urla e ululati si spegnessero in una sorta di lamento miserabile, poi nel silenzio. E ne passò ancora di più prima che Ballantrae scendesse, questa volta con Teach alle calcagna, il quale, nel vederci nelle cuccette, si mise a bestemmiare.

“Tranquillo”, disse Ballantrae. “Potresti sparargli nelle orecchie e non sentirebbero nulla. Sai bene quello che hanno trangugiato”.

C’era una botola sul pavimento della cabina e, sotto, era ammassata la parte più consistente del bottino in attesa del giorno della spartizione. L’apertura era serrata da un anello con tre lucchetti e le chiavi erano state divise per maggior sicurezza.

***

Il libro (dal sito della casa editrice): “Era inverno; la notte era molto buia; l’aria straordinariamente limpida e pungente, addolcita del profumo delle foreste. In lontananza si poteva sentire il fiume che si contendeva il passaggio con il ghiaccio e le rocce: si intravedevano poche luci, irregolarmente sparse nell’oscurità, ma così distanti da non intaccare la sensazione di solitudine assoluta. Le condizioni perfette per dare vita a una storia… Vieni, dissi al mio motore interiore, inventiamo un racconto, una storia che attraversi molti anni e paesi, che parli di mare e di terra, luoghi selvaggi e civilizzati…”.

Così Robert Louis Stevenson racconta la genesi del Master of Ballantrae. È la descrizione di una magica illuminazione affabulatoria che lo coglie una sera d’inverno nella sua casa sul lago Saranac, nello stato di New York. Lì, nel dicembre del 1887, inizia a scrivere il romanzo che finirà due anni dopo, a bordo dello yacht Casco, nei mari della Polinesia. Dunque, effettivamente, Ballantrae attraversa mari e terre, luoghi selvaggi e civilizzati. E passato e presente, perché la vicenda ha inizio in Scozia (con un ricordo delle storie di quelle terre) e termina nella wilderness americana (con i paesaggi del presente dello scrittore). E attraversa, impregnandosene, anche l’incubo ricorrente di Stevenson: l’ansia del doppio, dell’antagonista interno, dell’alter ego del quale non ci si può liberare.

In questo caso il dissidio è tra due fratelli e riguarda un titolo ereditario e la mano di una graziosa fanciulla. L’uno e l’altra da sempre promessi al primo e, per una serie di circostanze, finiti nelle mani del secondo. James, il fratello maggiore, è quanto di più diabolico, a detta dello stesso Stevenson, sia mai uscito dalla sua penna (the Master is all I know of the devil). Henry per contro è il ritratto del mite gregario, del dimesso, e che tuttavia accaparra vantaggi e privilegi, e nel corso del racconto subisce una trasformazione spaventosa, corroso anche lui dal male e dal livore. Lo scontro comincia nel 1745, in coincidenza con lo sbarco del pretendente Charles Stuart al trono di Scozia e con la sua sconfitta nella battaglia di Culloden nella quale James viene ritenuto morto. Proseguirà poi per anni, prima tra le mura del castello avito – con una prima resurrezione del Master – e poi, in un vero incubo dell’ostinazione distruttiva, nelle terre desolate che lambiscono la regione dei Grandi Laghi americani.

Stevenson era piuttosto perplesso riguardo a quest’ultima parte. Confidò all’amico Henry James che riteneva il finale inverosimile. Gli sembrava d’aver calcato troppo la mano. E tuttavia il lettore che seguirà sino in fondo le vicende dei due fratelli rimarrà contagiato anch’egli da quel dissidio e al senso dell’inverosimile temuto da Stevenson sostituirà quello dell’inevitabile, così come appare essere la conclusione, terribile e inaspettata, del più amaro e disilluso romanzo dello scrittore scozzese.

Questa edizione ripropone le illustrazioni di William Brassey Hole pubblicate nella prima edizione in volume dell’opera del 1889.

Robert Louis Stevenson
Il Master di Ballantrae. Racconto d’inverno
A cura di Simone Barillari
Con le illustrazioni di William Brassey Hole
Nutrimenti, 2012
ISBN 978-88-6594-176-8
pp. 320, euro 18,00

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