[L’agricoltura fu aiutata da opere pratiche e piene di saggezza, tra cui gli scritti di Marco Porcio Catone (De] agri cultura) e di Lucio Columella (De re rustica). Columella cercò di spiegare perché “in queste regioni dove gli dei [numi] hanno insegnato a coltivare i campi, bisogna importare il grano dai territori d’oltremare per non morire di fame”. Accanto alla grande porta, che ancor oggi di chiama Porta Maggiore, è stato scolpito il monumento a Marco Virgilio Eurisace, ai suoi aiutanti, a sua moglie, che a giudicare dall’aspetto doveva essere giovane.
Nell’immaginario dell’Europa entra così la fornarina: pulita, ordinata, attraente. Si coprirà le spalle e le braccia con un panno bianco.
La carenza di pane mise in discussione le capacità dei governanti e demolì il loro prestigio. L’imperatore Augusto si cingeva la fronte con una corona di spighe, alla maniera di Demetra o di Cerere. Ogni ritardo nell’arrivo delle gloriose naves frumentariae che rifornivano la capitale costituiva un drammatico scacco per il prestigio dell’imperatore in carica.
Via via che l’impero diventava sempre più potente, sembrava che le sciagure del passato potessero essere dimenticate per sempre – illudendosi che non si sarebbero mai più ripetuti gli anni della fame e delle carestie che avevano segnato i periodi precedenti. Ma le cose non andarono così. Mentre da un lato il cristianesimo si espandeva a macchia d’olio e si rafforzava, il periodo imperiale si riduceva e si indeboliva. L’impero d’Oriente e quello d’Occidente si divisero e si contrapposero l’uno all’altro. Bisanzio si rese indipendente e si rafforzò. Occupò le vie di approvvigionamento dai granai delle isole e nell’Asia Minore. Le rotte marittime verso le coste africane e i mercati della Cirenaica e di Cartagine, circondate di fertili campi, divenatorno [sempre più pericolose.]
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Il libro (dal sito della casa editrice): Pane nostro è il frutto di vent’anni di lavoro. Quella del pane è una grande storia, ricca di sapienza e di poesia, d’arte e di fede. Abbraccia l’intera storia dell’umanità: dal giorno lontano in cui i nostri antenati si stupirono per la simmetria dei chicchi sulla spiga, fino a oggi, quando miliardi di esseri umani ancora soffrono la fame e sognano il pane, mentre altri lo consumano e lo sprecano nell’abbondanza.
Sulle rive del Mediterraneo, dalla Mesopotamia alle tavole del mondo intero, il pane è stato il sigillo della cultura. Ha accompagnato, anche nella forma della galletta, della focaccia, del biscotto, viaggiatori, pellegrini, marinai. Si è ritrovato al centro di dispute sanguinose e interminabili: le guerre per procacciarsi il cibo, ma anche le lunghe controversie sul pane – lievitato oppure azzimo – da usare per la comunione. Perché il pane è anche un simbolo, al centro del rito eucaristico. E lo si ritrova, nelle sue mille varietà, in molte opere d’arte, dall’antico Egitto alla pop art.
Raccontando questa saga sul pane, come nel suo «geniale, imprevedibile e fulmineo Breviario mediterraneo» (Claudio Magris), Matvejević ci parla di Dio e degli uomini, della storia e dell’antropologia, della fame e della ricchezza, della guerra e della pace, della violenza e dell’amore. Quella che ci regala Pane nostro è una saggezza spesso temprata nel dolore, ma sempre piena di speranza
Predrag Matvejević
Pane nostro
Prefazione di Enzo Bianchi. Postfazione di Erri De Luca.
Traduzione dal croato di Silvio Ferrari.
Con 56 illustrazioni a colori.
Garzanti, 2010
ISBN 9788811597742
pp. 238, euro 18,60