Lo aveva detto e lo ha fatto: Mo Yan ha tenuto letteratura e politica a prudente distanza. Lo scrittore cinese, premiato con il Nobel per la letteratura, lo ha accettato con la tradizionale lezione che tutte le vincitrici e i vincitori tengono presso l’Accademia di Svezia a Stoccolma. Il titolo della conferenza è Cantastorie. La consegna dei premi ai vari Nobel ci sarà oggi.
Quanti, però, si aspettavano da Mo Yan un discorso che disobbedisse alle regole del regime cinese sono rimasti delusi. Mo Yan – che ricordiamo è uno pseudonimo letterario e vuol dire Colui che non parla o Non parlare – ha mantenuto la bocca chiusa, così come è successo durante la conferenza stampa precedente al discorso ufficiale, quando aveva affermato che la censura è tanto necessaria quanto i controlli di sicurezza in un aeroporto. “Un romanziere – ha detto Mo Yan – è parte della società, per cui è naturale che abbia proprie opinioni e idee. Tuttavia, quando scrive dev’essere giusto”. E ha continuato: “La letteratura può preoccuparsi della politica, ma mettendosi al di sopra di essa”.
Mo Yan ha, quindi, preferito pronunciare un discorso emotivo e sensoriale, come i suoi libri, rivendicando le proprie esperienze di vita quale principale motore per la sua vena creativa. “Le esperienze personali dotano l’opera di una propria singolarità letteraria”. Per lui, le esperienze vissute si iscrivono nel campo della povertà materiale e affettiva. Lo scrittore si descrive come un bambino “solo e infelice”, cresciuto da una famiglia immersa nell’abisso “oscuro della disperazione” mentre lui cercava di comunicare con esseri che non potevano rispondergli: “A volte confidavo i segreti del mio cuore a un albero”. Se, come afferma Mo Yan, senza un’infanzia difficile “non si può essere grandi scrittori”, allora il suo premio risulta ben meritato.
A questo si aggiunga il fatto che Mo Yan sapeva di non essere bello fisicamente (lo ricorda anche nel libro Cambiamenti in cui rammenta che veniva chiamato Mo Bocca Larga) e confida all’Accademia Svedese: “Sono geneticamente brutto da quando sono nato. Molte persone del mio villaggio mi prendevano in giro per questo”.
Nella sua lectio magistralis il Premio Nobel ha reso omaggio a una madre analfabeta di buon cuore, morta nel 1994, che gli ha insegnato i valori che realmente servono nella vita. E anche al cantastorie che di tanto in tanto passava per il suo paese. L’adolescente Mo Yan non avrebbe tardato a imitarlo, ripetendone le storie e aggiungendovi del suo dinanzi a un pubblico formato dalle donne della sua famiglia. Mo Yan ha puntualizzato che la sua opera letteraria è debitrice tanto a Gabriel García Márquez e a William Faulkner quanto a quel cantastorie che sua madre definiva “ciarlatano e falso”.
Nonostante quest’affiliazione alla tradizione popolare, nella sua bibliografia – degna del più grande stakanovista, con ottanta volumi pubblicati in Cina in trent’anni – abbiamo affreschi storici di ampio respiro, in cui si affrontano anche i capitoli più oscuri della storia della Cina. Nella sua narrativa breve figurano anche gli esclusi, gli emarginati del mondo rurale e i funzionari corrotti, in un panorama offuscato (o forse abbellito) dal fantastico, dall’allegorico e dal grottesco, ma senza dubbio più critico di quello che il suo discorso per il Nobel ha lasciato intuire.
Il problema più grande non era che io avessi paura di confrontarmi con le oscurità sociali e criticarle, ma controllare l’ardente passione e lo zelo per non sviare verso la politica e non allontanarmi dalla letteratura. Se non fosse stato per i grandi progressi e lo sviluppo della società cinese in questi trent’anni, per l’apertura e la riforma, non esisterebbe uno scrittore come me.
Quando a ottobre fu annunciato come vincitore del Nobel, Mo Yan affermò:
Molti dei miei critici probabilmente non hanno letto i miei libri. Se lo avessero fatto, avrebbero capito che sono stati scritti sotto una grande pressione e che mi hanno esposto a grandi rischi.
Rischi, comunque, che Mo Yan ha preferito non correre nel discorso ufficiale per il Nobel.
Visto che sono uno scrittore, il modo migliore di comunicare con il pubblico è scrivere. Tutto quello che ho da dire è nelle mie opere. Le parole che escono dalla bocca se le porta il vento, quelle che stanno scritte passeranno alla storia. Spero che voi possiate leggere pazientemente le mie opere, sebbene, naturalmente, io non abbia alcun diritto per obbligarvi a leggerle. E se già le avete lette, non posso obbligarvi a cambiare l’opinione che vi siete fatti perché in questo mondo non esiste uno scrittore che possa soddisfare tutti i lettori, soprattutto in un’epoca come quella in cui viviamo.
Sono un cantastorie e ho voglia di continuare a raccontarvi storie.
Mi hanno dato il Premio Nobel per le mie storie.
In futuro, continuerò a raccontarvi storie.
Foto | Bengt Nyman