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Quiet, di Susan Cain

“Significa che non ho lavorato abbastanza bene.” La HBS ospita addirittura incontri informativi e dedica pagine web ai consigli su come si partecipa in aula. Gli amici di Don snocciolano diligentemente quelli che sono loro rimasti più impressi.

“Parla con convinzione. Anche se credi solo al cinquanta per cento in quello che stai dicendo, dillo come se ci credessi al cento per cento.”

“Se ti stai preparando per la lezione da solo, stai sbagliando. Nulla di quello che si fa alla HBS è studiato per essere fatto da soli.”

“Non pensare alla risposta perfetta. È meglio alzarsi in piedi e dire qualcosa che non far sentire mai la propria voce.”

Anche il giornale dell’università, The Harbus, dispensa suggerimenti in articoli dai titoli emblematici: “Come pensare e parlare bene… su due piedi!”, “Sviluppare una presenza scenica”, “Arrogante o soltanto sicuro di sé?”

Questi imperativi vanno ben oltre l’ambito dell’aula. Dopo le lezioni, la maggior parte degli studenti pranzano nella mensa dello Spangler, di cui un laureato alla HBS dice che ha “un’atmosfera da liceo più di un liceo”. Ogni giorno Don è alle prese con un dilemma interiore: meglio tornare in appartamento e ricaricarsi pranzando in tranquillità, come preferirebbe, o restare con i compagni di corso? Alla fine si costringe a indirizzare i passi verso lo Spangler ma la pressione sociale non finisce lì. Prima che la giornata arrivi al termine, ci saranno altri rovelli da affrontare. Partecipare all’happy hour del tardo pomeriggio? Uscire dopo cena e tirare tardi facendo bisboccia? Gli studenti della HBS escono in comitiva più volte durante la settimana, mi dice Don. La partecipazione non è obbligatoria ma a coloro che non impazziscono per le attività di gruppo sembra proprio così. “Qui la socializzazione è uno sport estremo,” mi dice uno dei suoi amici. “Si esce in continuazione, e se una sera resti in camera, il giorno dopo ti chiedono: ‘Ma dov’eri?’ Per me, ormai, uscire è diventato un lavoro.” Don ha notato che chi organizza gli eventi [sociali – aperitivi, cene, gare di bevute – occupa i vertici delle gerarchie sociali.]

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Il libro (dal sito della casa editrice): Il mondo è pieno di introversi: li vediamo, anche se non li sentiamo. A volte ci disturbano, con la loro reticenza. Altre volte ci affaticano, perché cedono sempre il passo a noi. Altre volte ancora li apprezziamo, perché sembrano innocui. Sono almeno un terzo delle persone che conosciamo: sono quelli che preferiscono ascoltare, invece che parlare; che preferiscono leggere invece cha fare vita sociale; quelli che creano e inventano, ma che non ostentano la loro opinione. A molti di loro dobbiamo alcuni dei più grandi progressi dell’umanità: dalla teoria della gravità, all’invenzione del computer, da Harry Potter a Google. Ma come trovano spazio gli introversi in una società che sembra premiare solo le personalità estroverse, competitive ed egocentriche? Raccontando anni di esperienza come consulente e il suo passaggio da una timidezza riluttante a una timidezza orgogliosa, Susan Cain accende un riflettore sugli introversi che sono fra di noi, spiegandone la forza e il ruolo nella nostra società. Ne nasce un libro unico, che è diventato sin dal momento della sua pubblicazione un caso editoriale negli Stati Uniti, e si avvia ad esserlo in tutto il mondo.

Susan Cain
Quiet.
Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare

Bompiani, 2012
ISBN 978-88-452-7149-6
pp. 432, euro 17

Graphe.it: @graphedizioni“La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro; leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare” (A. Schopenhauer)

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