All’altro capo del parcheggio Furgul trovò una strada. Grazie a Kinnear – che ovviamente era un esperto – aveva imparato un sacco sulle strade, ma non gli piacevano. Anche se era in grado di correre più veloce delle automobili, queste restavano un pericolo. Impossibile prevedere come si sarebbero mosse. Così, Furgul si girò e corse lungo il marciapiede, vide un vicoletto e lo imboccò, e alla fine scorso un cassonetto traboccante d’immondizia, vi si nascose dietro e si fermò per riflettere sul da farsi.
Se avesse corso troppo veloce, i Grandi lo avrebbero notato. Avrebbero tentato di fermarlo. Allora decise di passeggiare come un cane buono e responsabile. Si trovava in città, quello lo aveva capito. L’aveva attraversata in auto con Gerry e Harriet, ma non ci aveva mai fatto dei giri a piedi. Kinnear gli aveva detto che ormai non c’erano più edifici in cui fosse consentito l’ingresso ai cani, quindi sarebbe stato inutile tentare. Voleva uscire dalla città, sempre più lontano dai padroni, dai veterinari, da tutti i Grandi. Annusò l’aria, sperando di captare un vago sentore delle Doglands. Era sicuro di poterle individuare, così com’era sicuro che non fossero troppo distanti da lì. Ma tutto ciò che annusò furono i fumi delle macchine, della spazzatura e della sporcizia.
Uscì da dietro il cassonetto e trotterellò per la strada più vicina.
Dove sarebbe potuto andare? Aveva bisogno di consigli, di indicazioni, di aiuto. Si muoveva con disinvoltura tra le gambe dei passanti, così bene che la maggior parte di loro non si accorse nemmeno della sua presenza. Alcuni lo guardarono, ma lui non ricambiò lo sguardo. Trotterellava in avanti prima che chiunque potesse pensare di fermarlo. Centinaia di odori si riversarono tutti insieme nel suo tartufo. Odori umani, Odori felini. Odori di ratti. Odori d’automobili. Odori di cucina. Pollo fritto. Patate fritte. Grasso. Fritto. Grasso. Ascelle sudate. Piedi sudati. Ma neanche una zaffata canina a pagarla a peso d’oro.
Poi, però, di cani ne incontrò anche troppi.
Un uomo con degli strani baffi, che indossava pantaloncini cortissimi, neri e attillati, stava portando a passeggio otto cagnolini al guinzaglio. Furgul li ricontò. Sì, otto! Quell’uomo doveva essere uno di quei «dogsitter» di cui gli aveva parlato Kinnear. Furgul era piuttosto scettico, ma moltissime persone pagavano altre persone affinché portassero a spasso i loro cani. Kinnear gli aveva spiegato che quei Grandi trascorrevano così [tanto tempo davanti agli schermi, o dal parrucchiere, o in auto, che le loro gambe avevano smesso di funzionare.]
***
Il libro (dal sito della casa editrice): Di tutti i posti in cui un cucciolo potrebbe nascere, nessuno è peggiore di Dedbone’s Hole, il campo di prigionia per i greyhound destinati alle corse. Se non hai tutti i requisiti di razza, non si limitano a farti fuori: ti gettano nell’abisso di una caverna.
Furgul e le sue tre sorelline non hanno questi requisiti, a differenza della madre, che è una campionessa, e del padre, che è un fuorilegge. Ma Furgul ha troppi misteri da risolvere per arrendersi senza lottare: chi era suo padre? Cosa significa correre con il vento? Cosa – e dove – sono le Doglands?
Sfidando la morte e affrontando qualsiasi ostacolo e nemico, Furgul corre lungo le Doglines in un’epica avventura verso l’ignoto.
«Per la prima volta nella vita, Furgul corse sul serio. Ebbe l’impressione di poter correre per sempre. E da qualche parte, in quella folata di vento, come se un fantasma avesse bisbigliato alle orecchie della sua anima, sentì il richiamo delle Doglands. Tu sei il cane che corre nell’oscurità, disse il vento».
Tim Willocks
Doglands. Storia di un cane che corre nel vento
traduzione a cura di Simone Buttazzi
Sonda, 2012
ISBN 978-88-7106-656-1
pp. 224, euro 14