Sono un vecchio guerriero, il campione del re.
Mi chiamo Golia, tra i combattenti sono conosciuto come “il gigante”.
Gli Dei mi hanno donato un corpo massiccio e resistente, più alto di tutta una spalla del più alto tra i guerrieri. Quando sono vestito di bronzo, con in mano la mia grande spada ricurva, mi sento io stesso un gigante.
Non mi considerano un uomo intelligente, spesso neanche un uomo.
Forse per il fatto che mi limito a uccidere su comando del mio signore, senza fare domande, senza vantarmi. È quello che faccio da sempre. Uccido e basta.
Ma ora comincio a sentire il peso degli anni.
Non nel corpo.
Sono ancora un guerriero nel corpo.
Non lo sono più nello spirito.
Sono stanco di uccidere.
Non nego che in gioventù provassi del piacere nell’abbattere i nemici del mio signore.
Mi sentivo anch’io invincibile, il sangue e le urla di ovazione mi eccitavano.
Non è più così da anni.
Da anni ormai uccido con metodo professionale.
Do lo spettacolo in pasto alla folla.
Sono stanco.
Ora avrei bisogno di riposarmi, una giovane moglie e magari anche dei figli.
Vorrei almeno provare a dimenticare la guerra.
Almeno provare a essere solo un uomo.
Solo Golia.
Niente più gigante, niente più campione del re.
Ho chiesto al mio signore una moglie, una proprietà e una casa dove vivere e coltivare la terra.
Lui mi ha deriso.
Ha detto che un mostro come me era stato concepito dagli dei con il solo scopo di donare la morte, quello che avrei continuato a fare sempre e solo su suo comando.
Non mi sono sentito umiliato.
Neanche amareggiato o deluso.
Solo più stanco.
Questa mattina sono nuovamente il protagonista. Un nuovo popolo da sottomettere, una nuova battaglia da combattere.
Sono al centro del campo di battaglia, sfolgorante nell’armatura, mentre sollevo la grande spada ricurva al cielo sfidando a gran voce il più coraggioso e valoroso tra i nemici innanzi a me.
Il loro re si guarda attorno, sgomento. Nessuno vuole farsi avanti e combattere, morire per lui. Grida ordini ai suoi generali, i quali si aggirano tra i ranghi in cerca di un campione.
Un esercito sconfitto prima ancora che la battaglia abbia inizio. Un nuovo massacro da compiere.
Poi, improvvisamente, un giovane pastore scuro e arruffato, che fino a quel momento si era limitato a seguire la vicenda da un’altura poco distante, si fa avanti timido ma determinato.
Sarà lui il campione del re!
Lui sfiderà il gigante per maggior gloria del loro unico dio.
Si porta sul campo di battaglia con coraggio, incrociando i miei occhi con timore ma senza mai abbassare lo sguardo.
Mi levo il pesante cimiero, mentre lo osservo raccogliere una grossa pietra e infilarla nella fionda, facendola roteare con la perizia data dal lungo e frequente allenamento.
Sono certo che non sbaglierà il tiro.
Sono sereno.
Osservo la grossa pietra compiere una perfetta parabola e la attendo schiantarsi con violenza sulla mia fronte.
Un colpo notevole, comunque insufficiente ad abbattermi. Ben altri colpi ho dovuto subire, durante la mia lunga vita come campione del re.
Mi basterebbero pochi lunghi balzi bilanciando la mia grande spada, per poi calarla sul giovane pastore e tagliarlo in due pezzi netti, dalla fronte all’inguine.
Invece mi limito a fingere di barcollare, come se fossi stordito, e abbattermi al suolo privo di sensi.
Attendo con speranza che il giovane prenda l’iniziativa, lui non mi delude.
I suoi occhi non mi hanno mentito.
Determinato e ambizioso.
Sento i suoi passi frettolosi.
Lo sento prendere la spada dalla mia mano.
Apro gli occhi e lo osservo sollevarla con fatica, brandendola con l’intenzione di mozzarmi il capo. I nostri occhi s’incrociano mentre cala la lama affilata con precisione portata dalla disperazione.
Negli ultimi istanti di vita penso al mio re.
Un re sconfitto dal suo stesso campione.
Foto | Fried Dough via photopin cc