Spesso nel nostro parlare utilizziamo metafore e similitudini che denotano una certa predisposizione alla violenza, al volerci vedere a ogni costo superiori al resto del creato, a fare degli animali solo dei nostri sudditi. «Ebrei uccisi come ratti, e Tutsi uccisi come scarafaggi – scrive Leonardo Caffo nel suo saggio Adesso l’animalità – sono solo la sentinella di un avvertimento: eventi storici isolati per l’umano hanno come paragone quel soggetto che, dopo il “come”, continua a morire in eterno e senza attenzione alcuna».
Uno degli esempi più comuni di questo modo di parlare è quello di bollare come asini ragazzi e ragazze che non studiano o coloro che compiono qualche stupidaggini. Chissà se ci si è mai soffermati a pensare al fatto che l’asino non è affatto stupido e che il paragone non è per nulla calzante (qui un po’ di colpa ce l’ha Collodi che con il suo Pinocchio ha legittimato il paragone con l’asinello con una connotazione negativa).
Franco Marcoaldi nella poesia Un prato, un asinello (contenuta nella bella raccolta Animali in versi, pubblicata da Einaudi) riflette proprio sul “dolcissimo asinello da sempre maltrattato”.
È un sogno che coltivo da tempo
immemorabile: prendermi
un asinello e piazzarlo sopra
il prato. Giusto per omaggiarlo:
sgravato da ogni impegno,
privato di ogni soma, dolcissimo
asinello da sempre maltrattato.
Dell’asino mi incantano la mitezza
e la pazienza, l’occhio umido
e dolce illuminato a tratti
da lampi di furbizia,
l’endurance millenaria
travestita da mestizia.Un giorno a Addis Abeba
ce n’erano a decine che privi
di padrone correvano
da soli con fare indaffarato.
Svolgevano – mi dissero – la funzione
del postino: mai un pacco
andato perso, tutto recapitato.
Io non avevo dubbi: ché l’asino
è preciso, assennato,
intelligente; e svolge sempre
al meglio l’impegno che l’attende.Per questo nei miei sogni penso
a un asinello che a nome della specie
sia premiato: non dovrà fare niente,
se ne starà tranquillo a rimirare
il mondo sopra un immenso prato.
Foto | bagsgroove